L’italiano diventato icona del basket americano. La Storia di Lou Carnesecca

Educatore e allenatore, italiano e americano, a cavallo di due mondi e svariate generazioni di ragazzi e futuri campioni: dalla bottega familiare a East Harlem a Re del Madison Square Garden, la più famosa arena nel mondo. Il nuovo libro del giornalista Lorenzo Mangini
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11 APR 26
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È l’eredità di un uomo per bene. Se oggi il college basketball targato Ncaa è il più seguito circuito di pallacanestro degli Stati Uniti – a tal punto che Mike Malone, il coach dei Denver Nuggets campioni Nba nel 2023, ora guida una squadra universitaria – molto lo si deve all’impatto sul gioco e sull’ambiente di Lou Carnesecca. Educatore e allenatore, italiano e americano, a cavallo di due mondi e svariate generazioni di ragazzi e futuri campioni. Ma soprattutto, un concentrato di simpatia per chiunque l’abbia incontrato sul cammino della sua lunga vita – conclusa quasi da centenario con una simbolica cerimonia funebre alla St. John’s University, nel Queens, dove il coach aveva orchestrato basket nell’arco di quasi mezzo secolo. Così lo raccontano gli addetti ai lavori, nelle pagine di “Lou Carnesecca. Da Pontremoli a New York” (Erga Editore, 325 pp.): il nuovo libro del giornalista Lorenzo Mangini che questo sabato alle 10.30 sarà presentato a Milano alla Cappelli e Sforza insieme a Dino Meneghin e Arthur Kenney. Leggende dello sport di ieri, dell’Olimpia Milano di Sandro Gamba che insieme a Lou è cresciuto a suon di panchine.
“La storia della vita di Carnesecca somiglia a una favola”, spiega l’autore. “Dalla bottega familiare a East Harlem a Re del Madison Square Garden, la più famosa arena nel mondo”. Di capitolo in capitolo prende forma la persona prima dell’allenatore, e le tantissime persone attorno a lui incontrate nella febbricitante New York del Dopoguerra – fino a quel ritorno in Italia sempre accarezzato. La sua famiglia era di Pontremoli, in Toscana, una delle tante emigrate in America a inizio Novecento in cerca di fortuna. Si stabilì a Manhattan, dove Lou nacque nel 1925. L’incontro col basket già giovanissimo, da allenatore, appena laureato alla St. John’s nel 1950. Da lì è un crescendo, una contaminazione continua che emerge in una ricca serie di testimonianze: la famiglia, gli allievi, i colleghi italiani – da Valerio Bianchini a Gamba. “Lou si sentiva italiano anche se era nato a New York City”, ricorda quest’ultimo. “Parlava la nostra lingua, aveva il nostro modo di comportarsi e ragionare”.
Ha una passione contagiosa, che negli Stati Uniti diventa ogni anno più famosa per due motivi: i suoi maglioni sgargianti e il suo modo di allenare. Sempre integerrimo, a tratti visionario – la sua squadra fu la prima a schierare un giocatore afroamericano, Solly Walker, sfidando le barriere razziali già nel 1951. Sul parquet Lou era trascinante, capace di portare i suoi ragazzi a difendere fino all’ultimo pallone anche quando i risultati non arrivavano. Spesso invece sì – per quanto la formazione dei talenti, più dei trofei, resti la vera sfida dell’Ncaa: Carnesecca divenne due volte campione della Big East Conference e nel 1985 sbarcò alle Final Four – la celebre March Madness universitaria –, sempre e rigorosamente sulla panchina di St. John’s. L’unica interruzione, dal 1970 al 1973, fu per allenare gli allora New York Nets, oggi Brooklyn, in Aba: la lega che all’epoca faceva diretta concorrenza all’Nba. Bello, ma il brivido del Madison Square Garden sold out quando giocava St. John’s presto divenne un richiamo irresistibile. Per spiegare il concetto, Lou si affidava ai proverbi: “Un gatto affamato lotta ancora più duramente nel suo cortile” – archetipi di altri allenatori, pure di altri sport.
Carnesecca è stato un punto di riferimento anche oltreoceano: c’è la sua mano in quello che passò alla storia come “clinic di Roma”, il corso di formazione tenuto nel 1966 di fronte a centinaia di allenatori italiani, destinato a portare alla modernità il basket tricolore. Anche grazie ai suoi nuovi talenti. “Insegnava come stare sul campo, i movimenti basilari”, il ricordo di Meneghin nel libro. “Dopo un mio canestro, con l’aiuto del tabellone, si era complimentato parlando in italiano: “Bene, perché è il tuo migliore amico”. I suoi consigli mi hanno accompagnato per tutta la carriera. Una persona estremamente gentile, sorridente. Mai arrabbiato, con una figura esile, magrolino, ma dal grande carattere. Parlava italiano con accento americano, tipo Peterson, ma meglio”. Il resto è da leggere fino in fondo, insieme alle sue 526 vittorie in carriera, sigillate con l’introduzione nella Basketball Hall of Fame nel 1992. Ad accompagnare Lou, ieri come oggi, c’era coach Gamba.