Riecco il Masters, l’unico torneo dove le sconfitte sono memorabili

Solo i migliori riescono a superare la sfida. Serve controllo prima che invenzione, perché l’Augusta National non si conquista in un pomeriggio o da esordiente ma colpo su colpo, dalle prime buche del giovedì e anzi anno dopo anno, imparando cosa ti fa perdere prima ancora di cosa serve vincere
di
10 APR 26
Ultimo aggiornamento: 01:00 PM
Immagine di Riecco il Masters, l’unico torneo dove le sconfitte sono memorabili

Foto Ansa

Resta il major più atteso dell’anno, non solo perché è il primo della stagione, ma perché è l’unico che, nonostante tutto, non cambia mai. Ad Augusta ci si ritrova sempre a metà aprile, sullo stesso campo, con gli stessi angoli e gli stessi tranelli e con gli errori che tornano puntuali e ogni volta sembra un copione già visto finché qualcuno, e non è mai un comprimario, trova una via per entrare nei fotogrammi che faranno la storia del torneo. Accade sempre nelle ultime buche, in un paesaggio senza pari, che si ripete nel suo verde compatto, quasi artificiale, nel giallo delle bandiere, nel bianco delle magnolie, nei colori tenui ed esplosivi delle azalee. Si gioca in questi giorni perché fioriscono sempre tutte insieme e allora il Masters assume la luce quasi irreale di un eden sportivo dove si gioca una delle prove più dure dello sport moderno. Dove solo i migliori riescono a superare la sfida.
I numeri aiutano a capire perché. È una statistica alquanto inconsueta in questo sport. Dal 2000 a oggi oltre quattro vincitori su cinque erano tra i primi venti del ranking mondiale, negli ultimi quindici anni quasi sempre tra i primi dieci. Questo dice molto su come si vince da queste parti. Serve controllo prima che invenzione, perché l’Augusta National non si conquista in un pomeriggio o da esordiente ma colpo su colpo, dalle prime buche del giovedì e anzi anno dopo anno, imparando cosa ti fa perdere prima ancora di cosa serve vincere. Potrebbe raccontarne mille, Rory McIlroy che l’anno scorso, dopo diciotto tentativi, già dal primo era tra i dominatori del gioco, si assicurò infine la tanto desiderata giacca verde e brindò con un Château Lafite-Rothschild del 1990. Un bel colpo per gli invitati alla consueta cena dei campioni, ai quali quest’anno è stato offerto lo stesso vino.
Justin Rose è il caso più evidente di chi non ha ancora evitato l’errore, tre secondi posti, due playoff persi, nel 2017 contro Sergio García e nel 2025 contro McIlroy, ogni volta la sensazione che sia il suo momento. L’anno scorso finì con un 66, dieci birdie per recuperare sette colpi per poi perdere all’ultimo centimetro, perché non mancano esempi in cui il Masters chiede qualcosa in più. Lo sa bene Jordan Spieth che nel 2016 crollò con cinque colpi di vantaggio, due palle in acqua alla 12 e un torneo che cambiò padrone in pochi minuti, come era successo vent’anni prima a Greg Norman, sei colpi evaporati in un breve pomeriggio sulle buche dell’Amen Corner. Sono lì per aspettare il momento di debolezza che non vorresti mai vedere, si chiamano Flowering Peach, Magnolia, Azalea, uno spettacolo della natura, fatte apposta per punire chi è in testa. Dovranno ricordarsene alcuni europei come Fleetwood, Fitzpatrick, Lowry e Rahm e pure Ludvig Åberg che sembra non avere timore di nulla e pure i transfughi del LIV che paiono sempre più inessenziali salvo Jon Rahm e Bryson DeChambeau, campioni cristallini, inossidabili pure all’esilio del tour saudita, ma sempre meno illuminati dai riflettori che contano.
Chi invece fa parlare di sé nonostante il gioco è Tiger Woods. Non abbiamo perso un frame dei video apparsi in questi giorni sui social. Il suo arresto ripreso dalla bodycam dopo l’ennesimo botto al volante, la telefonata con Donald Trump, lo stato apparentemente confusionale, i test dei poliziotti, le manette e il rimpianto per un campione che nemmeno troppo tempo fa, nel 2019, mentre tutti sognavano il suo grande ritorno, lo realizzò davvero agguantando la sua quinta giacca verde. Chissà chi ci regalerà, tra oggi e domani, scene epiche quanto quelle di allora. Chi la indosserà, consegnata da Rory McIlroy, dopo aver superato letti d’acqua, distese di sabbia bianca, green inclinati e altri ostacoli invisibili e sempre ricordando, parafrasando Jorge Luis Borges, che un labirinto non è fatto di muri ma di tempo. È la condizione mentale per cui il Masters, anche per il giocatore più infallibile, è quel so near, yet so far che si può superare solo sbagliando meno degli altri, perché l’ultimo a sopravvivere è chi accetta l’errore minimo, la via più saggia per arrivare all’obiettivo. Perché chi vince, sa che ad Augusta le sconfitte sono più memorabili delle vittorie.