“Il potere dei grandi club ha indebolito la Nazionale”. Parla Massimo Cervelli

Il Mulino pubblica “Il governo del pallone”, una storia della Figc per capire come si è rotto il calcio italiano. Dipendenza dai diritti tv, società indebitate, settori giovanili in crisi, pubblico in fuga

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4 APR 26
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Gianluca Mancini (LaPresse)

Il 10 aprile, per il Mulino esce: “Il governo del pallone. Storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio” (380 pp, 28 euro). Autori sono Massimo Cervelli, vicepresidente del Museo della Fiorentina; e Alberto Molinari, ricercatore per l’Istituto storico di Modena e per la rete degli Istituti storici dell’Emilia Romagna. Il volume ripercorre, appunto, la storia della Figc dal difficile avvio ai giorni della globalizzazione, ma nelle ultime pagine ci sono chiare note di pessimismo. “Criticità” di un “football professionistico (che) continua a muovere un enorme giro d’affari, ma è preso in una spirale negativa accentuata dalla dipendenza dai diritti televisivi, pari ad oltre il 60 per cento dei ricavi (un dato superiore a quello degli altri paesi europei) e dall’incidenza elevatissima delle spese per i calciatori nei costi sostenuti dalle società professionistiche, fortemente indebitate soprattutto a causa dell’aumento esponenziale degli stipendi e del prezzo del trasferimento dei cartellini”. “Il perdurante squilibrio regionale, con il Meridione fortemente penalizzato”. “I dati sulla presenza negli stadi e sugli ascolti televisivi mostrano inoltre una progressiva disaffezione del pubblico nei confronti del calcio”. La grande emergenza dei settori giovanili. E, soprattutto, “il calcio italiano di vertice (che) ha perso posizioni rispetto agli altri maggiori campionati”.
Il disastro bosniaco, con gli Azzurri per la terza volta di fila fuori dai Mondiali e i vertici della stessa Figc obbligati a dimissioni di massa, non è ovviamente citato, ma è avvenuto proprio a ridosso della pubblicazione. Un disastro annunciato? “Tutto quello che viene detto sulle carenze della politica federale in questi giorni va bene”, commenta Cervelli. “Ma credo che il problema delle tre consecutive non qualificazioni non affondi le proprie radici nella politica federale”. Tre non qualificazioni precedute poi da due partecipazioni con eliminazioni umilianti da parte di squadre considerare minori. Insomma, dopo il trionfo del 2006 è andata sempre peggio. “Arriviamo a questa situazione perché il potere dei grandi club ha fortemente indebolito la Nazionale. Sono loro che non hanno voluto tornare alle 18 squadre; che ostacolano le convocazione della Nazionale, che continuano a far giocare i giocatori di vent’anni in Campionati Primavera assolutamente non competitivi”.
Dunque, per Cervelli “nelle tre non qualificazioni c’è una responsabilità prevalente dei grandi club, per i quali il risultato economico è tutto. E questo ha tolto ossigeno al movimento del pallone”. Un eroe del libro è Artemio Franchi. “Il più grande dirigente internazionale che abbiamo mai avuto. Lui diceva che il movimento è forte se le gambe del movimento sono solide dappertutto. Ma se invece tagli l’erba sotto le gambe del calcio dilettantistico o del calcio giovanile, perché gli interessi di quattro o cinque club sono quelli che favoriscono l’indebitamento di tutto il sistema, il risultato è questo”.
Cervelli aggiunge poi un altro problema. “Dodici club sui venti della serie A sono controllati da proprietà straniere”. Però le proprietà straniere ormai stanno un po’ dappertutto. “Ma in Italia pesano di più perché si è disincentivato il rapporto con la Nazionale. Noi abbiamo dei buoni risultati con Under 15 o Under 21, ma sulla Nazionale maggiore non riesci ad avere un coordinatore. Questa situazione ha portato, anche per colpa di Marcello Lippi, a cercare sempre più la soluzione ai problemi tecnici nei grossi allenatori di club. Conte, Mancini, Spalletti. Ma invece il selezionatore della nazionale deve essere altro. Governare il Club Italia non significa allenarlo. Significa avere una capacità di girare, di far sentire i calciatori, di mettere in lista tutti i giocatori che potrebbero servire. Oggi la convocazione della nazionale per molti club è una noia. E poi abbiamo una cultura calcistica che è ancora legata al fatto che le partite ruotano sugli episodi. Al contrario di quello che, ad esempio, aveva insegnato Arrigo Sacchi”.