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Bebe Vio va di corsa verso la sua terza vita
Dalle lacrime per il dolore alla rinascita con l’atletica e la terza sede dell’Academy che prta il suo nome in arrivo. “La palestra è la mia quotidianità. Lo sport è come ossigeno per me, non posso starne senza”.
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4 APR 26

Bebe Vio Grandis ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024, 04 settembre 2024. ANSA / Grandis CIP - Augusto Bizzi
Quei 400 metri che sanno di felicità. E che separano le sue due palestre e le sue nuove giornate, tra allenamenti in pista e sorrisi di quei bimbi e bimbe che ogni martedì e giovedì la rincorrono per tutto il campo, tra una partita di sitting volley o basket in carrozzina: “La palestra e lo sport hanno sempre fatto parte di me da quando ho cinque anni, e dopo la Paralimpiade di Parigi si è aperto un nuovo capitolo della mia vita, che sto vivendo a pieno, divertendomi tanto. La maggior parte delle volte esco dalla pista di atletica quasi senza energia dalla stanchezza, ma appena entro nell’altra palestra mi rendo conto di essere la persona più felice del mondo, tutta quella stanchezza svanisce”. Da una parte infatti il Centro sportivo della Polizia di stato, dove da gennaio ha iniziato gli allenamenti di atletica in preparazione ai 100 metri categoria T64, amputazioni a entrambi gli arti sotto il ginocchio. Dall’altra una delle Academy che porta il suo nome, tanto sognata. Dopo i problemi fisici degli ultimi anni, la più grande schermitrice paralimpica di tutti i tempi, Bebe Vio Grandis, riparte da qui.
Un amore, quello per la scherma, che dura da quando il fioretto era più alto di lei, e che l’ha accompagnata in tutti i momenti della sua vita, dall’amputazione nel 2011 alle prime medaglie ai campionati italiani l’anno successivo, o al primo inno cantato a squarciagola sul gradino più alto del podio alla sua prima Paralimpiade di Rio 2016: “Fu un momento che non dimenticherò mai, anche se di quei Giochi, la medaglia più bella rimane sempre il bronzo, vinto con la squadra”. Lo stesso metallo che vinse a Parigi 2024, sia nella gara a squadre, che nell’individuale: “Arrivavo da favorita, quella che vince sempre. Ricordo l’abbraccio con mia sorella Sole e mio fratello Nicolò dopo aver perso la gara per l’oro, fu importante per andarmi a conquistare il bronzo, perché non era affatto scontato”. I problemi fisici infatti iniziarono molto tempo prima, nell’anno di preparazione verso Tokyo 2020: “In quel periodo iniziai ad avere molto dolore al gomito. Nella sfortuna, però, era confinato, e con una squadra di ingegneri siamo riusciti a fare una protesi ad hoc. Il vero problema arrivò dopo”. Il dolore infatti iniziò a prendere anche schiena e testa. Ma non solo, ci fu anche la rotazione di alcune vertebre, anche a causa del tipo di scherma che faceva e lo stare costantemente girata verso sinistra: “Non sentivo più una parte del corpo, come fosse paralizzata. Successe anche agli Europei. Avevo paura a tirare”. Da lì la decisione più difficile di sempre: l’addio a quello sport che “amo e amerò sempre alla follia”.
La vita di Bebe, però, non è mai ruotata intorno alle gare in sé. Ma intorno a quel luogo in cui arrivava per prima la mattina e spegneva le luci la sera, preparando il caffè per tutti tra una seduta di allenamento e l’altra: “La palestra è la mia quotidianità. Lo sport è come ossigeno per me, non posso starne senza”. Lo capì sempre di più anche in quei martedì e giovedì pomeriggio passati tra l’Academy milanese e quella romana: “I miei bimbi sono così belli da vedere, danno una carica spaziale. Quando iniziai a pensare alla Bebe Vio Academy, il sogno era proprio quello di riuscire a far sì che la Bebe di sedici anni fa potesse avere un posto in cui per i bambini e le bambine fosse normale andare in spogliatoio e togliere le protesi per iniziare a vestirsi, magari con un compagno che invece utilizza una carrozzina e un altro che deve solo infilarsi le scarpe. E quando respiri così tanta bellezza nell’aria vuol dire che sta funzionando. Lo sport e il gioco hanno questa magia”. Così, guardando anche a quella palestra di Tor di Quinto a Roma, casa ormai, ritrovò lo stimolo per ripartire da zero. Questa volta la palestra è un po’ più larga e la sfida non è più contro le avversarie, tra cui le storiche cinesi con cui si scontrò più volte nel fioretto, ma con sé stessa e il cronometro: “Ho iniziato atletica perché mi serviva un altro obiettivo sportivo dopo la scherma. Devo dire che mi sto divertendo tanto, anche perché ogni giorno c’è qualcosa di diverso e nuovo da imparare, anche solo la meccanica della corsa. È faticosissimo, soprattutto dopo non aver utilizzato tutto un gruppo di muscoli per anni, ma è proprio questo il bello e quello che mi motiva di più, anche per il futuro.” Una sfida quasi impossibile, che punta anche a quella California del 2028, e a cui ci stanno lavorando in tanti insieme a lei: “Sono estremamente fortunata ad avere una squadra così bella attorno, questo gruppo mi sta facendo veramente bene. A partire da “Peppone” e Pasquale, il mio nuovo allenatore di atletica, o Gianluca Migliore, che mi sistema le protesi da corsa fino al millimetro. E poi la mia squadra personale, la mia famiglia, che mi è sempre stata accanto, e i miei amici più stretti, molti dei quali sono della squadra di scherma. Nell’ultimo periodo mi sono resa conto di quanto queste persone, dove il confine tra squadra e famiglia sfuma, fanno veramente la differenza, e sono capaci di rendermi la persona più felice del mondo”.
Ecco le giornate del nuovo inizio di Bebe Vio Grandis. Scandite proprio da quelle due palestre, a cui presto se ne aggiungerà un’altra, proprio a Venezia, la sua città: “Un altro sogno che si avvera. Ancora più bello di quanto potessi immaginare, non solo perché è la terza, ma perché sorgerà esattamente nel centro dove iniziai io a fare riabilitazione e sport dopo la malattia. Tutta la parte di preparazione atletica del sogno di Rio nacque proprio lì. Vedere che oggi le stesse persone che mi hanno aiutato non vedono l’ora di aiutare altre piccole Bebe attraverso quella che sarà la Bebe Vio Academy di Mestre è qualcosa che mi fa venire le lacrime solo al pensiero”. Perché alla fine, anche se la vita o il destino le hanno cambiato un po’ le carte in tavola, ci sono sempre quei punti saldi che non svaniranno mai. E che ritornano alle parole sport e squadra, e a quei caffè preparati in palestra.