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Alla ricerca del dribbling perduto
Come ritrovare la fantasia che il nostro calcio ormai non ha più. Dal "calcio informale" ed auto-organizzato all'utilizzo degli impianti sportivi fuori dalle ore di allenamento settimanale calendarizzato
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4 APR 26

© foto Getty
Il semplice è il sigillo del vero, dicevano i nostri avi latini. Eppure la dimensione più semplice per ragionare su come rianimare il calcio italiano, fondamentale nel senso del fondamento primo di tutto il resto, è oggi invisibile ai più. C’è uno psicologo tedesco, Daniel Memmert (nominato negli Sport Thinkers 2025), che da più di un decennio studia il modo in cui si formano i calciatori creativi, quelli che, cito dai suoi studi, determinano circa 2/3 dei gol segnati nel calcio contemporaneo. Non calciatori forti in quanto tali, ma quel particolare tipo di talento che si concentra nella metà campo offensiva, in particolar modo sugli esterni, in grado di saltare l’uomo e avviare o finalizzare azioni decisive (vedi alla voce Kerim Alajbegovic). Il calcio è uno sport di squadra, ma alcuni anelli della catena sono più squadra degli altri. È tutto quello che manca all’Italia da tempo, e che mancherà anche nei prossimi anni, perché la crisi di questo tipo di giocatori è purtroppo strutturale e viene da lontano. Da dove nascono questi giocatori? Le risposte che diamo sono spesso naturalistiche: dalla genetica, dai cicli. La verità è che non lo sappiamo, motivo per cui Memmert andrebbe ospitato in tutti i nostri dibattiti nostrani dominati da chiacchiere spesso inutili. Non esiste infatti in Italia una comprensione adeguata dei temi legati alla formazione concreta del talento calcistico, solo lamenti sulla sua assenza.
Due punti principali ricavabili dagli studi di Memmert. Le doti creative si formano tra i 5 e i 13 anni di vita, in parallelo con lo sviluppo dei neuroni della visione, che sono alla base delle nostre possibilità motorie. Dopo non si recupera, al massimo si affina, per cui il dibattito sui vivai dei club professionistici è un aspetto importante ma temporalmente derivato. In questa formazione conta ovviamente il gioco strutturato e supervisionato (tradotto: il mondo delle scuole-calcio), ma la maggiore creatività va di pari passo soprattutto con la possibilità di giocare per molte e molte ore in maniera non allenata, da soli e in compagnia, proprio per sperimentare possibilità e impadronirsene come memoria per le situazioni future. Gli Yamal, i Musiala, i Nusa raccontano questo percorso, e pensare che il loro emergere sia solo casuale o solo frutto degli investimenti nei settori giovanili è errato. Quante volte avranno toccato il pallone dai 3 ai 7 anni nella loro giornata? Millemila. Quanta libera esplorazione di possibilità cognitivo-motorie avranno fatto dai 3 ai 7 anni, in solitaria e con altri bambini, non solo nelle scuole-calcio? Tantissima. Sappiamo di Yamal cresciuto passando ore e ore ogni pomeriggio ai giocare con i cani in strada, la cosa tecnicamente più difficile che ci sia secondo la sua ammissione. Sappiamo di Nusa che voleva emulare Neymar e per fare questo, oltre agli allenamenti nel settore giovanile dello Stabæk, passava ore nei campetti di Oslo, in una Norvegia frontiera dell’accessibilità impiantistica anche nel calcio. Sappiamo di Musiala che da bambino giocava tutto il tempo in casa. E quanto si saranno divertiti nel farlo? Altro fattore-chiave, perché non si può obbligare il gioco per decreto governativo.
Siamo declinati e rischiamo di diventare l’Ungheria calcistica del XXI secolo in primo luogo perché abbiamo perso la cultura informale del calcio, che come vedremo tra poco è fatta di spazi e di volontà personale. Qui si alzano già i cori del calcio di strada perduto. Quando in Italia parliamo della sua mancanza ci sembra di cogliere il punto, ma siamo allo stesso tempo vittime di una distorsione cognitiva che non ci permette di vedere il concetto allargato di “strada”, fatto di tutte le occasioni per entrare in rapporto con la palla a casa, a scuola, nei parchi e nei campetti. Ci rifugiamo nella nostalgia, che è la classica disposizione delle civiltà al tramonto. Addirittura il dibattito sul calcio di strada si rovescia talvolta nell’ironia social del siamo forti negli altri sport perché i bambini giocano per strada a tennis o curling. Sono visioni rozze, che ignorano le profonde differenze nello sviluppo del talento nei vari sport, in cui il calcio è un’eccezione proprio per queste sue dimensioni informali e spontanee. Siamo ad esempio ancora forti nei portieri perché è un ruolo particolare quasi interamente plasmabile sul campo in maniera supervisionata, un po’ come accade ai giocatori di volley.
In Italia calcio è da almeno un ventennio diventato quasi solo calcio nelle scuole-calcio, mentre non è così in Spagna, Francia, Germania, Belgio etc, dove la possibilità di calcio informale è ancora più alta, in una logica che deve prendere in considerazione il tempo di gioco a scuola (anche nei momenti ricreativi), nei parchi, nei campetti, nei campi pubblici curati e liberamente disponibili per la cittadinanza (facciamo fatica a immaginarlo, ma in Spagna o Norvegia avviene), o dentro le mura domestiche, come nel Giappone evangelizzato da Tom Byer. La creatività può essere pianificata creando queste condizioni per lo sviluppo del tempo dedicato al calcio informale, che è appunto componente fondamentale della formazione di calciatori creativi. Poi chiaramente serve anche la componente del “calcio allenato” e degli investimenti relativi, ma come abbiamo già detto è un altro discorso.
Un tema organizzativo e strategico è quello di come creare queste condizioni anche all’interno delle attività delle scuole calcio, portare momenti di calcio informale ed auto-organizzato (magari su altre superfici, ci sono sperimentazioni internazionali crescenti su questo fronte, e l’esempio di Daniele De Rossi a Ostia), ma anche come permettere di poter usare gli impianti sportivi utilizzati e gestiti dalle scuole-calcio fuori dalle ore di allenamento settimanale calendarizzato, smontando il coacervo giuridico e burocratico che lo impedisce, e come far accedere tutti e non solo chi può permettersi la retta. E ancora, reclutare figure ispirazionali per i più piccoli (youtuber e tiktoker sono molto importanti su questo aspetto) per fungere da agenti di marketing per cercare di recuperare questo rapporto di amore e passione quotidiana con la palla, che è il vero fattore chiave per poi avere gli Yamal e i Musiala. Quello spaziale è una conseguenza, ma c’è ovviamente anche quello. È un compito abbastanza improbo, ma se i futuri dirigenti del calcio italiano non odoreranno di questo non ci sarà futuro, ma solo industria della nostalgia e del ricordo. Ma il cambiamento lo possono portare persone motivate che, realizzando sperimentazioni innovative di successo a livello locale (club dilettantistici o anche professionistici, amministrazioni comunali etc) che vadano nelle direzioni che ho elencato prima, poi possano contagiare il sistema e anche le sue articolazioni apicali.