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Arrigo Sacchi e i suoi 80 anni da Grande Rivoluzionario
Il giorno dopo lo spareggio mondiale, l'uomo di Fusignano festeggia il compleanno mentre il calcio italiano è ancora in attesa di rinascere
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30 MAR 26

Arrigo Sacchi in occasione della cerimonia di premiazione del premio "Football Leader" all'interno degli spazi dell' Hotel Continental di Napoli, 6 Giugno 2017 (Foto di Cesare Abbate per Ansa)
Arrigo Sacchi festeggerà gli 80 anni il giorno dopo lo spareggio in cui avremo conosciuto il nostro destino mondiale. E colui che è stato un visionario, un profeta, un rivoluzionario, meriterebbe di essere festeggiato senza restare travolto dal caos di una terza eliminazione di fila con conseguente rivoluzione federale. Lui che quella Nazionale l’aveva portata alle porte del paradiso, fermato solo da quei maledetti calci di rigore che fanno ancora piangere Baggio, Baresi e Massaro.
Adesso che compie 80 anni l’uomo di Fusignano può guardarsi indietro e osservare il segno profondo che ha lasciato nel calcio italiano. “Prima di firmare il contratto con il Milan dissi a Berlusconi e Galliani: voi o siete dei geni o siete dei pazzi”, ricorda sempre. Due anni dopo quella frase nessuno aveva dei dubbi: erano stati dei geni. Anche se il genio vero era quel signore che a pallone aveva giocato poco e male, ma che a pallone ha saputo far giocare tanto e bene un sacco di gente. E in questo caso non parliamo del presidente Berlusconi o del fido Galliani. Ma dell’uomo che fu investito di un incarico semplice-semplice: “Voglio che il Milan diventi la squadra più forte del mondo”, gli chiese Berlusconi. Ad Arrigo Sacchi vincere però non bastava. Lui voleva imporre il suo gioco, voleva riempire gli occhi di chi guardava le sue squadre con la grande bellezza. È stato un genio come Michelangelo o Leonardo. Un rivoluzionario, perché dopo di lui e il suo Milan il calcio non è più stato come prima. E i Guardiola, o i Fàbregas e tutti gli altri, sono figli suoi. Sacchi ha lasciato in eredità la voglia di vincere imponendo il proprio gioco, di vincere incantando. Il contrario di Nereo Rocco che pure con il Milan aveva vinto tutto prima di lui o di Capello e Ancelotti che tanto hanno vinto dopo di lui. “Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”, diceva spesso. E lui da quell’importanza si è fatto schiacciare limitando i confini temporali del suo regno. Il Parma, il Milan, la Nazionale e poi basta perché pensare troppo al pallone lo aveva mandato fuori rotta. Cose che capitano ai geni che si fanno possedere dalla loro arte. “La vittoria è effimera, ciò che resta è l’idea di gioco”, è un’altra sua frase famosa, come quella del fantino e del cavallo (“Non ho mai capito perché per allenare bisogna aver giocato. Non ho mai visto un fantino diventare cavallo”). Ma le sue vittorie sono rimaste. Quelle Champions sono lì bene in vista nel Museo del Milan dove chissà quando entrerà un’altra coppa dalle grandi orecchie.
Oggi si è contenti solo perché per quella manifestazione si strappa la qualificazione. Viviamo in un’altra epoca dove anche solo qualificarci per un Mondiale è diventato un avvenimento. Quelli sono e resteranno per sempre i migliori anni della nostra vita. Ora ci basterebbe vincere.