Qualche appunto sparso sullo stato della Nazionale

L’Irlanda del Nord è una squadra di modestia rara, senza attaccanti, anzi senza un'idea di attacco. Eppure gli Azzurri hanno faticato più del dovuto nella semifinale dei playoff

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28 MAR 26
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Sandro Tonali festeggia il gol del vantaggio dell'Italia contro l'Irlanda del Nord (foto Ansa)

Alcuni appunti sull’Italia di Gattuso. Li scrivo a mano, di getto, senza pensarci.
Il primo pensiero è per il risultato. Era scontato, doveva esserlo. L’Irlanda del Nord è una squadra di modestia rara, senza attaccanti, anzi senza un'idea di attacco. Si è messa in difesa e ha lavorato di psicologia, facendo leva sulla nostra paura. Il secondo pensiero riguarda proprio la testa degli Azzurri. I giocatori della Nazionale sono abituati alla pressione di un campionato dove ogni cosa che fai viene messa sotto una enorme lente d'ingrandimento. Dovrebbero conoscere il sistema per sostenere il peso di una qualsiasi responsabilità. E invece si sono mossi come statue, se vi piace l'ossimoro. Gattuso dalla panchina aveva la faccia di un fuggiasco alle prese con i suoi inseguitori. Scappava con i pensieri dall'idea di non farcela e al tempo stesso incoraggiava alla corsa i suoi compagni di fuga, così come fanno i leader naturali. È stato quasi commovente in panchina, con una faccia dove il proverbiale ghigno stava per trasformarsi in pianto, soffocando con enorme forza di volontà tutta la rabbia che aveva dentro.
Dal punto di vista tecnico ho visto un primo tempo senza nulla da vedere, tanto da guardare la tv come si guarda un panorama anonimo dalla finestra. Una squadra grigia, senza colore, senza luce, senza nemmeno quella miseria da cui si pensa possa scaturire anche una punta di orgogliosa rinascita. La frase detta da Gattuso all’intervallo è riferita da Locatelli nel post partita, “pensavate fosse facile?”, potrebbe aver scosso le coscienze di questi ragazzi impauriti. E in effetti quelle parole, a rileggerle a distanza di ore, mi piacciono un sacco. Hanno stile e contenuto. Invitano alla solerzia senza peccare di rabbia. Perché un Gattuso infuriato all'intervallo non sarebbe servito a nulla, se non a mettere ulteriore tensione nei nervi già tesi degli Azzurri. La partita l’ha sbloccata il giocatore migliore che abbiamo e non a caso quello che, insieme a Donnarumma e Calafiori, gioca all’estero, in un campionato in cui i calciatori vanno a velocità doppia rispetto alla serie A. L’altro “straniero” era Retegui, che però ha scelto il deserto, laddove il calcio è solo un arabesco d'oro falso. Ed è stato inadeguato il suo apporto, tanto da auspicare che Pio Esposito prenda il suo posto nella finale con la Bosnia. Insieme al ritmo, che abbiamo perso come se fossimo ballerini scalzi, ci manca un trequartista (scusate se lo chiamo ancora così), un giocatore che si accenda quando intorno è cenere.
Ma non lo abbiamo un ragazzo del genere, se non nella pancia di qualche mamma generosa. E quindi ci dobbiamo rimboccare le maniche e vincere di carattere, sull'esempio del nostro ct, che sul carattere ha costruito l'intera carriera. Ecco, è lui il modello che incoraggia a pensare positivo contro la Bosnia martedì prossimo. Perché stiamo giocando male, anche se la qualità non ci manca. E allora mettiamoci la forza, e anche la retorica che quando si alza una bandiera produce sempre effetti positivi. Com’eravamo, oggi non siamo, ma si può costruire un futuro lo stesso, se riempiamo la nostra testa di orgoglio e carattere. Il calcio è vita che scorre nelle nostre vene, ma solo se questa vita è un brivido, torneremo a farci valere (una rima mi seppellirà).