Foto ANSA

Il Foglio Sportivo - Storie di storie

Spunti per capire meglio l'impresa di Federica Brignone

Mauro Berruto

È tornata sugli sci dopo un gravissimo infortunio alla gamba sinistra che l'ha tenuta fuori dai giochi per 10 mesi, e ha vinto l'unico titolo che le mancava: l'oro olimpico. Due libri per comprendere fino in fondo questo risultato

Le due medaglie d’oro di Federica Brignone non si archiviano solo in un medagliere, ma entrano nella memoria dello sport ridefinendo il concetto stesso di impresa sportiva. In questa rubrica avevamo già parlato di Due vite, il libro scritto da Ninna Quario, sciatrice e madre di Federica, un doppio sguardo su una figlia cresciuta tra le porte delle piste da sci e l’idea che il talento sia una scelta quotidiana. Terminava, quel libro, con un “non so cosa succederà” che Ninna prima ancora che riferirsi ai possibili quinti Giochi Olimpici di Federica si limitava al semplice rimettere gli sci.
Il modo migliore per rendere omaggio a Federica è accostare due libri che spiegano cosa c’è sotto la superficie di queste vittorie e rimettono al loro posto chi parla di “miracolo”, cosa che agli sportivi non piace mai.

Il primo è il saggio di Michael Crawley "Fino al limite. Il senso della resistenza dal Messico all’Himalaya" (add editore, 2026). Un libro che parla di resistenza senza cadere nella retorica della resilienza, né nella pornografia della fatica. Crawley, antropologo e corridore, attraversa culture e altitudini per raccontare come il limite non sia un muro, ma una soglia cognitiva. La resistenza non è solo muscolo: è costruzione simbolica, è un modo di stare al mondo ed è, come tutte le abilità, allenabile. L’atleta che sceglie di abitare la fatica compie un gesto politico prima ancora che sportivo: decide di misurarsi con l’incertezza invece di evitarla. Anche lo sci alpino è un laboratorio di rischio calcolato, dove la velocità flirta con il controllo. Brignone ha trasformato il suo rapporto con il limite, soprattutto dopo il tremendo infortunio di dieci mesi fa per il quale, come ha detto proprio Ninna Quario “c’era un rischio reale di amputazione”. Federica ha imparato a stare dentro la pressione senza farsene schiacciare, a restare in quel “qui e ora” che l’ha portata prima a tornare a camminare (non era scontato), poi a sciare, poi a partecipare ai Giochi di Milano-Cortina e, infine, a vincere due medaglie d’oro.

Federica ha alle spalle una super-squadra, dove in un ruolo importante ha giocato uno psicologo dello sport: Giuseppe Vercelli. Il secondo libro per capire “da dentro” il capolavoro di Federica l’ha scritto proprio Giuseppe Vercelli con Gabriella D’Albertas, "Antifragili. Fai della fragilità il tuo punto di forza e dell’incertezza un cavallo di battaglia" (Feltrinelli, 2021). Vercelli non promette scorciatoie motivazionali: descrive un metodo che parte da una domanda spiazzante: se quelle che noi consideriamo disgrazie fossero in realtà le più grandi opportunità che la vita ci offre? L’antifragilità non è resilienza, ma capacità di migliorare, proprio grazie allo stress. L’ostacolo non viene evitato, ma metabolizzato; l’errore non è stigma, ma passaggio necessario. Accostare Crawley e Vercelli significa leggere l’impresa di Brignone come un processo: da un lato l’antropologia della fatica, dall’altro l’ingegneria della mente. In mezzo una campionessa che ha scelto di essere antifragile, ovvero capace di crescere dentro la turbolenza, perché in uno sport deciso dai centesimi, la differenza è (anche) un fatto cognitivo e culturale. La lezione di Federica va oltre lo sci, riguarda il modo in cui una società interpreta il successo, il fallimento, la caduta. Forse è per questo che queste vittorie resteranno nella storia: perché sotto le medaglie c’è un’idea del limite come spazio abitabile con atteggiamento e metodo. Alla faccia di ogni “miracolo”.