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Coro da stadio per De Siervo: l’ad di Serie A contro le lagne
Il calcio è un’industria e si deve lavorare, dice l'amministratore delegato. Anche il calcio italiano ha bisogno di essere esportato, come la moda o il vino, e di uscire dai vecchi vizi domestici
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9 OCT 25
Ultimo aggiornamento: 03:32 AM

Foto Ansa
Forse stavolta il calcio italiano ha trovato un dirigente con il coraggio di dire una cosa normale. Ha ragione Luigi De Siervo, amministratore delegato della Serie A: “Rabiot si scorda, come molti calciatori, che è pagato per giocare”, ha detto. Apriti cielo: lesa maestà verso la categoria (non volendo usare l’orrendo “casta”) dei milionari del pallone, che viaggiano in business class ma fanno gli offesi come se li avessero mandati a spalare carbone. Eppure la verità è tutta lì: il calcio è un lavoro, professionismo di un settore in cui la produzione del bene (da vendere) è molto costosa. Straordinario, strapagato, ma pur sempre un lavoro. Come ha scritto ieri Maurizio Crippa, ci vuole un minimo di logica e di democrazia: se ti pagano milioni per fare il tuo mestiere, e ti chiedono di andare a giocare a Miami o a Perth, seppure come esperimento una tantum, così ha dichiarato la Uefa, in un’ottica di business valutato positivamente dai club, cioè da chi paga i lauti stipendi, la risposta non può essere “mi rifiuto” (anche i giocatori della Liga spagnola stanno progettando uno sciopero per una partita “in trasferta” non concordata). Lo sport professionistico è diventato un’industria globale, e chi ne è protagonista deve smettere di comportarsi come un artista incompreso. La Serie A non può pretendere di vivere di nostalgie mentre il resto del mondo corre. De Siervo ha aggiunto una cosa sacrosanta: se la Serie A non esporta il suo prodotto, finisce ai margini. Il Tour de France parte da Firenze, il Giro d’Italia dall’estero, ma se il Milan gioca a Perth scoppia la rivolta sindacale. Si invoca “la salute dei giocatori” ma si tace la sostenibilità economica. I tifosi, quelli veri, capiscono. Preferiscono vedere la propria squadra nel mondo piuttosto che vederla fallire in patria. Quello del calcio, e De Siervo ne è consapevole, è un esempio che vale per tutto il paese. Anche il calcio italiano ha bisogno di essere esportato, come la moda o il vino, e di uscire dai vecchi vizi domestici. E se per una volta un dirigente parla da adulto, meglio applaudire che fischiare.