(foto EPA)

Il foglio sportivo

L'imbattibile leggenda della pétanque

Giovanni Battistuzzi

Jacques Etrille e l’arte delle bocce: “Sono come gli scacchi, devi coordinare pensieri e braccio”

C’erano circa seimila persone quel giorno di giugno del 1963 al vecchio bocciodromo municipale di Lione. Chi si trovava lì aveva visto una delle più belle partite della storia del campionato francese di pétanque. Era la semifinale. Da una parte c’era il terzetto del Var composto da Jules Blanc, Noël Fraire e Marius Palaggi, dall’altra quello dell’Herault, tre volte campione del mondo tra il 1959 e il 1963: François De Souza, Fernand Maraval e Marcel Marcou. Vinsero i primi al termine di una gara punto a punto che lo scrittore André Bay, mandato dall’Equipe a seguire i campionati francesi, descrisse come “probabilmente il miglior esempio di come la pétanque sia soprattutto una forma di arte”.

 

La pétanque è una tipologia di gioco delle bocce molto diffusa in Francia: si gioca o uno contro uno, a coppie o a terzetti (categoria di maggior prestigio) e i giocatori devono lanciare le sfere stando all’interno di un cerchio del diametro di 35-50 cm, tenendo i piedi immobili, chi si avvicina più al boccino prende il punto (che possono essere di più se più bocce di una squadra si avvicinano di più a quelle dell’altra). Si arriva al 13 o al 15.

A Lione, in quella semifinale erano di fronte il più grande giocatore di quegli anni, Maraval, e il giovane più promettente, Fraire. Vinse il secondo, che si aggiudicò anche la vittoria finale e il titolo di miglior giocatore. Si diede delle gran arie da campione. Si narra che Maraval e Jean Paon, che negli anni a seguire vinse un Mondiale e tre campionati francesi, gli si avvicinarono: “Potrai aver battuto noi (Paon uscì ai quarti, ndr), ma prima di dire di essere il più forte dovresti andare a Parigi e giocare contro l’Imbattibile”, gli dissero.

 

L’Imbattibile era ed è Jacques Etrille. Jacques Etrille ha occhi celesti, il broncio corrucciato di natura, capace però di enormi sorrisi, una zazzera di capelli bianchi in testa e lo sguardo fiero di chi ha visto poco o nulla eppure, in quel suo piccolo, ha visto tutto. Perché ciò che c’era da vedere è venuto a trovarlo. Jacques Etrille non è mai uscito da Saint-Mandé, Parigi. “Ho paura del treno, l’aereo era per i ricchi, a stare in macchina mi veniva da vomitare, non ho nemmeno la patente. Mi sono sempre spostato in bicicletta o a piedi. Ancora oggi mi muovo a piedi per Saint-Mandé, ma solo perché la bici a me l’hanno sequestrata i figli: spietati”.

Lì è nato, “lì sono sempre vissuto, lì morirò. Non mi manca tanto, gli anni sono molti”. Ne ha 91, “settanta passati a fare il falegname per buona parte del tempo, l’altra con le bocce in mano”. Sempre al Boulodrome Leo Lagrange, “che un tempo era il Boulodrome e basta”, ovviamente a Saint-Mandé, al limite occidentale del Bois de Vincennes. “Ora però ci vado quasi mai, gioco nel parchetto davanti a casa coi vecchi come me”. Al bocciodromo “ci sono i giovani, giocano, bevono birre e aperitivi, mangiano. Facevano quello che facevamo noi. Ora sarei ridicolo a fare le cose che fanno i giovani. L’ultima volta che ci sono stato mi hanno sfidato: gli è andata male”. Le bocce però non sono cambiate “sono sempre incontro e l’incontro è cultura, crescita personale. Le bocce sono cultura”.

 

Quel boulodrome era stata casa sua, “il mio secondo ufficio”. Senz’altro il luogo dove ha perso solo due volte. “Ma in terzetto. Da solo non ho mai perso: dal 1955 al 1980, tutte gare ufficiose, eppure ben più ufficiali di qualsiasi competizione. I campionati francesi a Parigi sono stati disputati solo nel 1967 e il mio terzetto uscì ai quarti contro quelli della Languedoc Roussillon che poi vinse la coppa: allora non c’era il singolare, sebbene ora negli albi d’oro appaia come prima edizione il 1966. Fu negli anni Novanta che divenne ufficiale. Avessero reso ufficiato il Trofeo Paris Boule d’Or, sarei stato campione nazionale quell’anno e per i dieci anni successivi e i dieci precedenti. Per questo venni chiamato l’Invincibile”, racconta Jacques Etrille. “Chi voleva sfidarmi sapeva dove trovarmi, non ho mai rifiutato una partita a nessuno e al Boulodrome ci sono passati i più grandi campioni della pétanque. Jean Paon e lo svizzero Jo Ferraud, senz’altro i più forti contro i quali abbia mai giocato. Il marocchino Hafid Alaoui (tre volte campione del mondo, ndr) il più talentuoso, ma troppo nervoso e i nervi tradiscono. C’è passato pure François Mitterrand, prima di diventare presidente, un uomo per bene, gran appassionato di pétanque, ma come giocatore non valeva niente”. Jacques Etrille spiega che la pétanque è uno sforzo prima intellettuale che fisico, che la cosa più importante è essere rilassati, in sintonia con la partita, perché “la pétanque è armonia”. Su questo andava di grande accordo con Louis-Ferdinand Céline. “Ci vedevamo spesso per una partita, lui era un amante delle bocce e un pessimo giocatore. Ma era interessante parlare con lui. Aveva le sue idee, per me detestabili, ma lui era tutt’altro che detestabile”.

 

Dice Jacques Etrille: “Louis giocava a bocce pensando una boccia alla volta. Per lui era un gioco, per questo perdeva, per questo perdono in tanti. Non è così”. Spiega: “La pétanque, ma tutti i giochi con le bocce, sono simili agli scacchi, necessitano dello stesso sforzo mentale, ma a differenza degli scacchi devi coordinare pensieri e braccio. Non basta avvicinare una sfera al boccino, devi sapere come è meglio fare, come rendere impossibile all’avversario giocare, perché sei fermo, non puoi muoverti, il gioco lo puoi controllare: tu sei il demiurgo delle fortune tue e delle sventure altrui”. E nessuna filosofia: “È prassi e osservazione, la fuffa teorica sta a zero”.

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