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Il Foglio sportivo - storie di storie

Omaggio al poeta Gianni Clerici

Mauro Berruto

Il Pindaro della racchetta se n’è andato fra la fine del Roland Garros e l’inizio di Wimbledon, come a non voler togliere luce né all’impresa di Rafael Nadal, né al racconto di ciò che accadrà sull'erba inglese

Lo scriba era un poeta, un artista, un letterato. Poi, per la fortuna degli amanti dello sport e della sua narrazione, era capitato che avesse deciso di immolare la sua cultura smisurata sull’altare del tennis. Il Pindaro della racchetta se n’è andato fra la fine del Roland Garros e l’inizio di Wimbledon, come a non voler togliere luce né all’impresa di Rafael Nadal, né al racconto di ciò che accadrà in una delle cattedrali di cui è stato custode, quella dove il capo-giardiniere Robert Twynam considera “ogni filo d’erba un individuo, con le sue esigenze, un suo destino, e soprattutto il diritto inalienabile di crescere su quel prato benedetto” e di cui lui raccontava le fragole con la panna e i gesti bianchi dei protagonisti con grazia, ironia, talvolta con sarcasmo, sempre con un’intelligenza superiore. Bisognerebbe leggerle tutte le parole di Gianni Clerici. Quelle degli oltre 6.000 articoli, delle decine di progetti editoriali che vanno dal manuale al saggio, dal romanzo alla biografia. Il valore complessivo della sua produzione è letteralmente inestimabile, ma come tradizione di questa rubrica scelgo due libri, in maniera del tutto arbitraria. È un modo per rendere omaggio a due delle tante anime del polýtropos Clerici, il narratore dal multiforme ingegno che ha navigato tutti i mari della narrazione e ci ha raccontato porti sconosciuti e di una bellezza sconfinata.

 

E allora scelgo Gianni Clerici, I gesti bianchi. Londra 1960, Costa Azzurra 1950, Alassio 1939 (prima edizione Baldini&Castoldi, 1995, ripubblicato Baldini+Castoldi, 2018) perché in questi tre romanzi c’è un’inarrivabile sintesi fra il tennis vero e quello verosimile. Chi si occupa di sport sa quanto sia pericoloso il varcare il confine della fiction, se lo possono permettere davvero in pochissimi e fra questi c’è Gianni Clerici, con la sua capacità di tenere insieme un’enciclopedica conoscenza del tennis e l’uso meraviglioso della fantasia e delle parole. Il secondo libro è un omaggio al legame delle sue, totalizzanti, passioni: il tennis, l’arte e il collezionismo. Gianni Clerici, Il tennis nell’arte. Racconti di quadri e sculture dall’antichità a oggi (Mondadori, 2018) è un libro che sono certo gli abbia regalato un godimento estremo. Mi piace immaginare un Clerici felice nel dedicarsi al racconto per immagini, alla selezione delle opere d’arte, alla ricerca delle parole per descrivere la simmetria fra il gesto sportivo e quello artistico.

 

Come ha sottolineato Marino Bartoletti, i tre più grandi narratori italiani di sport del Novecento, si chiamavano curiosamente tutti e tre Gianni. Brera, Mura e Clerici diventano oggi, senza blasfemia, i santi protettori della narrazione sportiva. E immagino l’ultimo Gianni arrivato lassù, dove evidentemente qualcuno di importante voleva ascoltare belle storie di sport, presentarsi cosi: 

Ho passato una vita / a guardare una palla/divenuta nel tempo / da bianchissima gialla / rimbalzava leggera / lungo i prati di Wimbledon / risaliva dorata sopra i tigli di Auteil / nei tramonti vermigli / di stati affascinati / che credevano che fosse / il campione il re / ma cosa resterebbe / della Divina e Tilden / di McEnroe e Martina / senza quella pallina / mi dicono persone / affaccendate colte / come hai fatto / a sprecare le tue doti native/ per una vita vana / avranno ragione forse / ma a ciascuno tocca una sua religione.
 

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