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Lo scudetto della Sampdoria trent'anni dopo. I ricordi di Gianluca Pagliuca

Furio Zara

L'intelligenza di Boskov, i meriti di Mantovani, il talento di Mancini e Vialli, i cani di Cerezo. Il portiere che conquistò lo scudetto con i blucerchiati ripercorre quella stagione straordinaria

Gianluca Pagliuca trent’anni fa volava da un palo all'altro, era il portiere della Sampdoria che vinceva lo scudetto, il primo e l'unico nella storia del club. Fu un momento di non ritorno nella mappa sentimentale del nostro calcio: da allora lo scudetto non è più uscito dall’asse Milano-Torino, con due deviazioni a Roma. Erano anni in cui la Serie A era - davvero - il campionato più bello del mondo, la meglio gioventù d'Italia giocava in blucerchiato, la Sampd’Oro raccoglieva trofei, consensi, affetto.

 

 

Pagliuca, cosa significa per lei - trent’anni dopo - quella vittoria?
"E’ stato il momento più bello della mia carriera. Ho giocato 592 partite in Serie A, vent'anni in porta, tre Mondiali, ma la gioia di quello scudetto fu indescrivibile".

 

Che squadra era la Sampdoria?
"Giovane, di qualità, giocavamo un calcio all’italiana, con i lanci lunghi e palla ai due fenomeni, Vialli e Mancini. Ma in mezzo c'erano Cerezo e Pari, dietro il miglior difensore italiano, Vierchowod, Mannini e Lombardo sulla destra erano due frecce. Calcio datato? Forse. Ma funzionava: sono stato alla Samp dal 1987 al 1994 e abbiamo vinto scudetto, Coppa delle Coppe, tre Coppa Italia, la Supercoppa italiana. E siamo andati in finale in Coppa dei Campioni, a Wembley, finale persa ai supplementari contro il Barcellona".

 

Quando avete capito di averlo vinto, quello scudetto?
"Alla quartultima giornata, vinciamo 2-0 a San Siro contro l'Inter del Trap, gol di Dossena e Vialli e io paro un rigore a Matthaus: quella fu la svolta".

 

Era una Serie A molto competitiva.
"Sono gli anni del Milan di Sacchi e degli olandesi che dominavano in Europa, del Napoli di Maradona e Careca, dell'Inter dei tedeschi, della Juve post Notti Magiche che aveva Baggio e Schillaci. Ma non vincemmo per caso. Quel trionfo fu costruito un po’ alla volta, eravamo pronti, maturi".

 

L’artefice di tutto fu il presidente Paolo Mantovani.
"Ne ho un ricordo dolcissimo, senza Mantovani non ci sarebbe stata la Samp. Ogni anno aggiungeva un paio di giocatori, spendendo, ma senza sperperare. Erano altri tempi, la società era snella, ad aiutarlo c’era il ds Paolo Borea, grande intenditore di calcio".

 

Che tipo era Boskov?
"Intelligentissimo, ironico come pochi, un maestro nello sdrammatizzare. Non è esistito al mondo un allenatore migliore di lui nel gestire lo spogliatoio. Parlava, parlava, parlava sempre. Erano acrobazie linguistiche. Rigore è quando arbitro fischia. Gullit è come cervo che esce di foresta. Una volta prima di una partita ci disse che la squadra avversaria non sapeva nemmeno dov'era il Nord e il Sud, ridemmo fino a un attimo prima di scendere in campo. E vincemmo, ovviamente".

 

 

E’ vero che erano Mancini e Vialli a fare la formazione?
"Vialli e il Mancio gli chiedevano sempre spiegazioni, e Boskov si confrontava con loro, li lasciava parlare, diceva sì sì sì, ma poi decideva di testa sua, facendogli credere che avessero deciso loro: un grande".

 

Che anni sono stati quelli alla Samp?
"Ci siamo divertiti un mondo, serate, feste, cene, scherzi, si arrivava al campo sempre sorridendo, ci piaceva stare insieme, eravamo una grande famiglia".

 

C'erano solo tre stranieri. Cerezo, Katanec e Michajličenko.
"Cerezo simpaticissimo, rideva sempre. E quando non rideva, dormiva. Un fuoriclasse, tra l’altro. Mi faceva incazzare perché portava al campo sempre i suoi cani e quelli - vai a sapere perché - facevano i loro bisogni davanti alla mia porta, così ogni volta dovevo pulire. Con Katanec giocavo a basket, la mia passione. Michajličenko abitava sopra casa mia, era timidissimo, quando da Bologna arrivava mia mamma lo invitavo a cena: Micha, ci sono i tortellini, lui ne andava matto".

 

Qual è il suo più grande rimpianto legato a quell’anno?
"I capelli biondo platino. Se li fecero tutti, sembravamo un gruppo punk. Io mi lasciai convincere dal mio barbiere, qui a Bologna, Alfiero. Mi disse: Luca, ma sei sicuro? Tentennai: fammi solo le meches. Tornassi indietro, me li farei biondi, tutta la vita".

 

Trent'anni dopo c’è una squadra simile a quella Sampdoria?
"L’Atalanta, per lo spirito, la freschezza. Ma deve cominciare a vincere qualcosa".

 

Cosa fa oggi Pagliuca?
"Vivo a Bologna, dove sono nato, tifo Bologna e Virtus, gioco a tennis e soprattutto seguo mio figlio Mattia, che ha appena compiuto 19 anni. Gioca attaccante nella Primavera del Bologna, ha già esordito in Serie A, ma gli ho detto: 'Mattia, sai che hai giocato solo perché metà squadra era infortunata? Quindi lavora sodo, che c’è ancora tutto da fare'".

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