Che vuol dire essere l’unico calciatore al mondo a saper vincere da solo, come Maradona

Senza singolo non c’è squadra. In un calcio che aveva messo il talento al servizio di un’organizzazione, el Pibe ha smentito anche i più feroci collettivisti
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26 NOV 20
Ultimo aggiornamento: 09:31 AM
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Ho visto Maradona. Abbiamo visto Maradona. Vediamo Maradona. Prima, adesso, sempre. Se è vero che è stato un Dio non può morire. Diego è stato morto da vivo, non ora. Ora c’è: “1960-Infinito” è il ricordo più bello dell’alluvione di parole e immagini arrivate ieri dopo la notizia data dal Clarín al mondo intero. Quel ricordo è del River Plate, la squadra che Diego ha sempre odiato, ma quella che ora lo celebra così. Perché ha smesso di essere un avversario da molto tempo, per l’Argentina dalla vittoria del Mondiale 1986, perché se un calciatore che trascina un paese a vincere, segnando in ogni partita decisiva, portandosi a spasso sette avversari alla volta, mettendo il carico politico di una nazione sconfitta in guerra che si vendica sul campo di calcio non c’è rivalità che possa trattenere la riconoscenza e l’amore.
Diego, Maradona, El Diez, sinonimi dell’universalità di un uomo che è riuscito a essere contemporaneamente il simbolo di una maglia e il simbolo di tutte le maglie. Lui, il calcio. Maradona è stato tutto, semplicemente. Retorica compresa, perché anche se provi a razionalizzare, a minimizzare, a depurare dalle sovrastrutture Diego resta un cumulo di luoghi comuni che nessuno riesce a non condividere: “Il più forte di tutti” è il più neutro e anche il più diffuso. Perché non esiste e non esisterà mai una classifica all time del calciatore più forte della storia e razionalmente nessun appassionato può realmente mettersi lì a discutere perché prima o poi arriva la constatazione dell’ovvio: Maradona è il migliore di tutti i tempi. Un assioma, un postulato, una verità rivelata, un atto di fede condiviso anche da chi ha provato a contestualizzarlo e a demaradonizzarlo. I motivi potrebbero essere tanti, come tanti sono stati i Diego racchiusi in Maradona. Però forse il motivo dei motivi è anch’esso un luogo comune che non riesci a non dire: Diego è stato l’unico calciatore che vinceva da solo. L’ha scritto Jonathan Wilson: “Maradona dava l’impressione di vincere moltissime partite da solo. Mai, prima o dopo di lui, c’è stato un giocatore che faceva provare questa stessa sensazione in maniera così forte, così frequente. La realtà è che Maradona ha potuto giocare in quel modo perché i suoi allenatori, a partire da Bilardo, gli hanno dato la libertà di cui aveva bisogno”.
In un calcio che si era già trasformato, che aveva messo il talento al servizio di un’organizzazione, lui smentiva anche i più feroci collettivisti. Arrigo Sacchi che ha inaugurato l’èra del post maradonismo con il Milan anche ieri ha detto che avrebbe voluto allenarlo. Lui che, come altri, ha reso inammissibile l’idea del singolo che vale più del gruppo di fronte a Maradona si sarebbe piegato. E’ come il battesimo di un ateo. Ed è ciò che mette d’accordo anche quelli che hanno provato a distinguere il Diego calciatore dal Diego uomo, con un altro luogo comune, questo sì terribilmente conformista e drammaticamente insignificante. Maradona non si poteva scindere e questo non serve a giustificarlo, ma a spiegarlo. L’ha detto sempre lui stesso che ha cercato conforto, ma mai compassione, né assoluzione. Maradona è un totem: si venera per la bellezza dei gesti, per la naturalezza, per il talento, per il genio, perché non c’è un calciatore al mondo che sia arrivato dopo di lui, sia dilettante da calcetto, sia professionista da Champions League che non lo equipari al gioco stesso. Non c’è uno che potrà mai dire: sono più forte di lui.
Il contorno, ovvero Napoli, il riscatto del sud e dei diseredati, il terzomondismo, la lotta antisistema è perfettamente coerente con tutto: solo un singolo può esaltare un popolo. Così come un singolo diventa unico quando è il più forte in un’èra di campioni. Il luogo è il palcoscenico non fondamentale, ma necessario, perché Maradona era napoletano già prima di arrivare a Napoli, così come sarebbe stato argentino anche se non fosse nato a Buenos Aires. Si appartiene a dei luoghi senza saperlo, a volte senza volerlo. Diego però l’ha voluto. E questo è ciò che ha alimentato leggende e mitologie. Ma il Vangelo di Diego non è stata la vita, né il romanzo, né il cinema. E’ stato il campo: ho visto Maradona non si ferma, come in altri casi, al privilegio di averlo visto live, di essere stato suo coevo, di averlo toccato. Io c’ero qui non vale. Ho visto Maradona, abbiamo visto Maradona, vediamo Maradona è continuato anche dopo, continua anche adesso, continuerà anche domani. Si muore solo da vivi, ma gli altri morti restano morti. Diego no.