Quel rumore che non c'è più. Tutte le volte che la curva ha vinto la partita

Giovanni Francesio

Il pubblico allo stadio ha ispirato le rimonte, spinto gli attaccanti in gol, influenzato gli arbitri
e deciso gli scudetti. Come sarebbero andate certe storiche partite se gli spalti fossero stati vuoti? 

In quel tempo tolkieniano che corrisponde alla metà degli anni Ottanta del Novecento, passavamo i pomeriggi ascoltando audiocassette con le radiocronache delle partite di calcio, che registravamo con maniacalità pari alla competenza. La nostra preferita, anche se non romanisti, era quella di Roma-Colonia, ritorno degli ottavi di finale di Coppa Uefa, dicembre 1982. La Roma aveva perso all’andata in Germania 1 a 0, e quel pomeriggio (già, si giocava di pomeriggio) realizzò una delle tante rimonte che hanno visto protagonista l’Olimpico, e la sua gente. Segnò Iorio, e, a un minuto dalla fine, Falcao, e poi una corsa meravigliosa, insieme a tutta la squadra, sotto la Curva Sud impazzita. Abbiamo riascoltato quel gol decine, centinaia di volte, ne abbiamo gridato la cronaca, simulato i boati, mimato le esultanze dei giocatori, affascinati, sopraffatti quasi, dal ruggito che usciva dalle casse, da quel rumore unico e inconfondibile, quel rumore che fanno solo certi stadi. Quel rumore che non c’è più. Ci spiace, davvero, per gli sforzi titanici di commentatori e telecronisti, costretti a raccontare il calcio facendo finta che sia quello di prima, ma quel rumore non è un dettaglio, non è corollario, non è forma, non è estetica, non è un “di più”. È sostanza, è strutturale. Nick Hornby ha fatto la sintesi migliore: “Il calcio è un contesto in cui guardare diventa fare”. Il pubblico, allo stadio, tifa perché è convinto, anzi no, non perché è convinto, ma perché sa che col suo tifo può aiutare la sua squadra a vincere le partite. Altro che sfoghi, altro che frustrazioni da sfogare. Si chiama partecipare. Fai rumore, e con quel rumore fai parte del gioco, e ne cambi le sorti.

Fossimo stati in Mastercard, sponsor della Champions League, avremmo destinato ad altro scopo i i soldi spesi per commissionare a un gruppo di scienziati, nel 2018, uno studio sul tifo che ha concluso quello che chiunque sia stato in uno stadio in vita sua sapeva benissimo senza bisogno di supporti scientifici, ossia che il tifo incide per circa un 8 per cento (chissà poi cosa vorrà mai dire, incidere dell’8 per cento?) sui risultati finali delle partite, e che il famoso “dodicesimo uomo” esiste davvero. Grazie, chi l’avrebbe detto. 

Non avremo mai la controprova, ma se immaginassimo gli albi d’oro “a porte chiuse”, probabilmente ne uscirebbe una storia del calcio completamente diversa da quella che abbiamo conosciuto. Altri risultati, altri cicli vincenti, altri grandi squadre, altri grandi giocatori. Se il calcio si fosse sempre giocato a porte chiuse, come è oggi, o con il pubblico sterilizzato, come sarà domani, sarebbe stato tutto diverso.

Le tribune dello stadio Tardini di Parma dopo il lockdown (foto LaPresse)

La Roma, di sicuro, non avrebbe battuto il Colonia, e la stessa Roma pochi mesi dopo difficilmente avrebbe vinto il suo secondo scudetto, perché senza il rumore della Curva Maratona, mai il Torino sarebbe riuscito a ribaltare quel famoso derby del marzo 1983, con tre gol tutti sotto la Maratona in meno di quattro minuti, togliendo alla Juventus due punti che si sarebbero rivelati fondamentali per la conquista del titolo. Sarebbe stata possibile, una partita così in uno stadio vuoto? 

E sarebbe stata possibile a porte chiuse l’epopea del Milan di Sacchi, da molti considerata, non senza ragioni, una delle più grandi squadre di tutti i tempi? Il pressing asfissiante, le sovrapposizioni ininterrotte, la velocità folle della squadra e il rumore degli ottantamila di San Siro non erano due cose distinte, erano la stessa azione, tutto era parte del gesto tecnico. I fotografi che erano dietro la porta di Buyo, durante Milan-Real di Coppa dei Campioni del 1989, raccontano che al gol di Ancelotti, ovviamente sotto la curva del Milan, il boato del pubblico fu talmente forte da spostare l’aria, e far perdere l’equilibrio, e qualche prezioso scatto. Il risultato finale, a uso dei pochi smemorati, o dei giovanissimi, fu 5 a 0 per il Milan. 

E visto che parliamo di epopee, di grandi squadre e di grandi cicli vincenti forse è il caso di chiedersi se quella attualmente in corso in Italia non sia a tutti gli effetti l’epopea di uno stadio, ancor più che di una squadra. Nel campionato 2010-2011 la Juventus è arrivata settima, staccata di 24 punti dal Milan campione, e in casa fece 8 vittorie, 6 pareggi e 5 sconfitte. L’anno successivo fu il primo in cui la Juventus giocò allo Stadium (stadio che per certi versi ha persino cambiato il modo di tifare del pubblico bianconero, scaldandolo molto), e vinse lo scudetto con 13 vittorie, 6 pareggi e 0 sconfitte interne. Come è noto, da allora, la Juventus e il suo stadio non hanno più smesso di vincere scudetti. Sarà un caso. 

Per non parlare di quanto il rumore influisce sugli arbitraggi, ossia moltissimo. Anche qui, basta chiedere a qualcuno che ha arbitrato ad alto livello e che ha un po’ di onestà intellettuale, per sentirsi confermare che uno stadio pieno e “cattivo” influenza eccome la direzione di una partita. Barcellona e Madrid sono di sicuro due posti dove il rumore influisce su tutto, arbitro compreso. Basta pensare alla rimonta sul PSG nella Champions 2017 (6 a 1, dopo uno 0-4 all’andata), con arbitraggio indecoroso, o al sopracciglio fuori controllo di Ancelotti dopo un Real-Bayern letteralmente deciso da pubblico e direttore di gara. 

Non è, non era facile, non farsi influenzare: a Dortmund nei quarti di finale di Champions 2012-2013 contro il Malaga, al novantesimo, il Borussia era sotto 2 a 1, e i gialloneri dovevano  segnare due gol per passare. I tedeschi attaccavano, guarda un po’ il caso, sotto il Die Gelbe Wen, il celebre “muro giallo” del Westfalenstadion. Il Borussia segnò il 2 a 2, lo stadio letteralmente esplose, e all’ultimo secondo, nel delirio del rumore, con quella sensazione che hai lì dentro, ossia che il pubblico sia sopra il campo, ecco il gol della vittoria e della qualificazione. Gol in clamoroso, evidentissimo fuorigioco. Nei commenti postpartita, mentre gli indignati speciali lamentavano l’inaffidabilità e l’incompetenza di arbitro e guardalinee, Gianluca Vialli, come spesso gli capita, trovò le parole più giuste e più vere: “Andateci voi, ad alzare la bandierina, in quel momento lì, in quello stadio lì” (per la cronaca, il Borussia poi arrivò alla finale).

Tornando al Barcellona, siccome anche il calcio, come tutto, è una ruota che gira, non si possono non ricordare le ultime due partite che abbiamo finito di guardare in piedi urlando davanti alla televisione, tifando per i tifosi, e che hanno visto i catalani protagonisti controvoglia. Perché se c’è qualcuno che pensa che la Roma potesse fare la partita che ha fatto nel ritorno col Barcellona vinto per 3 a 0 senza quel rumore, o se c’è qualcuno che pensa che il rumore non abbia influito sulla confusione totale della difesa blaugrana sul calcio d’angolo (tanto per cambiare, si era sotto la Kop) che ha portato al quarto e decisivo gol del Liverpool nell’ultima delle tante fantastiche notti di Anfield (a proposito, quanti punti avrà fatto You’ll never walk alone?), se c’è qualcuno che pensa che l’unica cosa che conta siano giocatori, schemi e allenamenti, beh,  a quel qualcuno possiamo solo regalare, perché evidentemente lo apprezzerà, il libro di Jonathan Evans Prichard, quello de L’attimo fuggente, che spiegava che “per comprendere appieno la poesia dobbiamo anzitutto conoscerne la metrica, la rima e le figure retoriche”, libro che viene fatto a pezzi dagli studenti su invito del professor Keating. 

Oppure, forse meglio, possiamo raccontargli la storia di Oreste Bolmida. Oreste Bolmida, come l’Agapito Malteni di Rino Gaetano, faceva il ferroviere. Capostazione a Torino Porta Nuova. Era nato nel 1893, ed era sempre stato tifoso del Toro, quel Toro che negli anni Quaranta del Novecento sarebbe diventato il Grande Torino. 

Oreste Bolmida andava allo stadio, al Filadelfia, con la trombetta con cui faceva partire i treni. E il suono di quella tromba, allo stadio, segnalava l’inizio del “quarto d’ora granata”. A sua assoluta discrezione, quando vedeva la squadra in difficoltà, o semplicemente un po’ fiacca, o anche quando semplicemente si annoiava, Bolmida suonava la tromba, il pubblico cominciava a fremere, il rumore cambiava di tono, Valentino Mazzola si arrotolava le maniche della maglia, e il Toro si scatenava, vinceva in rimonta le partite, seppelliva gli avversari sotto montagne di gol. Insomma, era uno schema, quello che aveva come protagonista Oreste Bolmida, una delle più clamorose manifestazioni di quella che Bill Shankly, il celebre allenatore del Liverpool dei primi anni Settata, chiamava la “Santa Trinità del calcio: giocatori, allenatori, tifosi”. 

La tromba di Bormida accompagnò il Grande Torino fino alla fine, fino 6 maggio del 1949, quando le seicentomila persone che seguivano straziate i funerali della squadra, dopo la tragedia di Superga, ne sentirono il suono per l’ultima volta. 

Potremmo andare avanti all’infinito, e ci scusiamo in anticipo per le clamorose dimenticanze in cui sicuramente siamo incorsi; potremmo citare decine di altri casi, aneddoti, storie che confermano in modo indiscutibile che il calcio, fino ad oggi, non si è giocato “per” i tifosi, ma “con” i tifosi: il rumore è parte del gioco, ed è determinante per il risultato, così come lo può essere un portiere, un giocatore, uno schema su calcio di punizione. 
E tra le tante cose che il coronavirus ha portato via al calcio, ce n’è una particolarmente simbolica: non è stato possibile, infatti, a maggio, festeggiare gli ottant’anni di quello che è probabilmente “lo stadio più forte del mondo”, ossia la Bombonera, casa del Boca Juniors a Buenos Aires. La curva, tanto per non lasciare spazio a equivoci, si chiama “La doce”, e ha un “12” enorme disegnato sopra. 

Hernan Crespo, uno non esattamente privo di personalità, la prima volta che entrò alla Bombonera con la maglia dell’odiato River, disse a Ortega che gli tremavano le gambe. Perché in effetti alla Bombonera trema tutto, quando i tifosi cominciano a saltare: trema il campo di gioco, tremano le panchine e i pali delle porte. E tremano le gambe agli avversari. 

Ma i tifosi della Boca ci correggerebbero, “trema” non è il verbo giusto. “La Bombonera”, cantano, forse nemmeno del tutto consapevoli di quanto dietro la retorica si nasconda la verità, “La Bombonera no tiembla, late”. Non trema, batte.

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