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L’eroe dei due mondi della boxe italiana
Nando Spallotta non aveva paura di niente e di nessuno. La strana storia del pugile italiano che conquistò il Madison Square Garden ma non l'Italia
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3 JUL 20

Foto via Unsplash
Accettava qualsiasi avversario, in qualsiasi spazio, su qualsiasi ring. Una volta combattè anche nella giungla. “Salii su un aereo a pale, che decollò, volò e atterrò, poi fui condotto in una radura – raccontava -. Un buio pesto, non si vedeva nulla, era tutto nero, nero l’altro pugile, neri gli spettatori, nero il quadrato, gli unici bianchi eravamo io, il mio manager e l’asciugamano. Al gong cominciai a prendere cazzotti uno dopo l’altro. Non li vedevo partire, però li sentivo arrivare. Una, due, tre riprese, e avanti così, subendo, incassando, resistendo. Finché alla decima, quello, per finirmi, caricò la bomba, io, per difendermi, abbassai la testa, lui mi colpì la capoccia e poi urlò di dolore. Gli hanno sparato, pensai. Invece si era fratturato mano, polso e avambraccio, e gli era uscita anche la spalla. E così, senza neanche tirare un solo pugno, e senza neanche aver mai visto l’avversario in faccia, vinsi per ko”.
Nando Spallotta era l’eroe dei due mondi, almeno quello con i guantoni. Il suo record ufficiale, da welter a mediomassimo, racconta di 46 match (17 in Italia e 29 all’estero) con 19 vittorie (di cui 9 prima del limite), 5 pareggi e 22 sconfitte (ma solo l’ultima per ko), nessun titolo conquistato se non quelli dei giornali in cui veniva imparentato, almeno per la forza e il coraggio, a fuoriclasse come Jake La Motta. Ma tra incontri ufficiosi ed esibizioni estemporanee, Spallotta superò quota 100. “A noi figli – confida Umberto, il primo dei tre – diceva che in Venezuela, a Cuba e negli Stati Uniti combatteva quasi una volta la settimana. A lui non interessava il curriculum, ma le borse”.
Era nato a Velletri nel 1931, Nando, ma ha sempre vissuto ad Anzio. Scuola poca, lavoro subito, nella bottega da ciclista del padre: riparazione e noleggio bici. La passione per la boxe accesa dai soldati americani: i primi match semiclandestini a 14 anni, fra raccomandazioni e scommesse, il dilettantismo sorvolato, il professionismo a 20 anni. “Era un modo – spiega Umberto – per emergere dalla povertà, per sottrarsi alla fame, per cercare emozioni”. Fra i suoi maestri, anche Pipero (ma i suoi veri nomi – suo padre era un anarchico – risultano Lucifero Arbace Ribelle) Panaccione, prima pugile, poi maestro e procuratore, che recitava l’elogio del sinistro: “Nel sinistro c’è l’arte e l’eleganza, la finezza, l’impostazione di un boxeur. Avere un bel sinistro e saperlo usare significa essere un pugile quasi completo. Avere un buon destro senza fare un buon uso del sinistro è come trovarsi nel mezzo del deserto, affamato e assetato, con un sacchetto di monete d’oro e non sapere come spenderle. Con un bel sinistro sarai ricco e dominerai il mondo”. Ma Spallotta non aveva l’arte né l’eleganza del sinistro. Dopo gli esordi deludenti (2 pareggi e 8 sconfitte nei primi 10 incontri, tutti in Italia), Nando svoltò quando accettò di combattere all’estero: 29 match ufficiali in quattro anni tra Caracas, Maracaibo, Aruba, L’Avana, New York, Miami, Boston e Pittsburgh. “Il suo stile era quello degli americani – spiega Patrizio Colantuono, che a Spallotta ha dedicato un capitolo nel suo libro su Giulio Rinaldi e gli altri assi del pugilato anziate -: sempre avanti, comunque, dovunque”. “Un cazzotto a me, un cazzotto a te - semplifica Nando Onori, di Anzio, peso gallo olimpico a Montreal nel 1976 -. Poca arte nobile, ma la maniera ideale per dare spettacolo”. “La migliore dote di papà – aggiunge Umberto – era la capacità di incassare. Ripeteva: ‘I cazzotti fanno male’. Ma spesso vinceva perché gli altri si stancavano a menarlo”. “Quando andai a combattere a Cuba – ricorda Onori – parlavano di Spallotta come un grande campione. Tutti lo conoscevano, tutti lo stimavano, tutti potevano narrare di incontri leggendari e scontri mitici”. A forza di vivere là, Nando Spallotta aveva imparato a cavarsela anche giù dal ring, sia in inglese sia in spagnolo. “I suoi racconti erano meravigliosi, affascinanti, incredibili – ricorda Umberto -. Un Indiana Jones d’altri tempi”. “Rischiò di morire fucilato – tramanda Colantuono -. Accadde a Cuba. Spallotta era diventato uno dei due amanti della segretaria del dittatore Batista. L’altro, pare, era Fidel Castro. Batista arrestò Nando, lo rinchiuse in galera e lo condannò a morte. Fu Bobby Gleason, il suo manager americano, a smuovere mezzo mondo, compreso quello del mondo italoamericano, a salvarlo all’alba del giorno previsto per l’esecuzione”.
Se c’è un capolavoro, i tre match contro Rinzy Nocero al Madison Square Garden: il primo vinto, il secondo pareggiato (“Un furto”, sosteneva Nando), il terzo vinto. E al Madison, tempio della boxe, è ancora affissa una foto di Spallotta come omaggio a quegli incontri senza sconti. Descrivendo l’incontro con Bill Tate nel libro “Between the Ropes at Madison Square Garden”, Mark Allen Baker usa l’espressione “tooth and nail”, denti e unghie: si scannarono. Il verdetto fu, in quella circostanza, una sconfitta per Spallotta ma per “split decision”, con i giudici divisi, due per il chicagoano e uno per lui. E per 50 dollari a seduta, faceva anche lo sparring partner a Sugar Ray Robinson.
Tornato in Italia, Nando tramontò: “L’aria di casa non gli faceva bene – dice Umberto -. Amici, donne, serate. E allenamenti pochi o niente”. Ancora Onori: “Ero un ragazzinetto quando lo vidi sul ring. Ma il meglio lo aveva già dato. Oggi uno come lui non potrebbe campare: troppo buono di cuore e di animo”.
A mandare al tappeto Spallotta non fu la boxe, ma le carte. “Poker, baccarà, black jack, qualsiasi gioco – ammette Umberto -. Era il suo vizio, il suo limite, era anche la sua vita. Cercava gli stessi brividi, le stesse emozioni, le stesse avventure del ring. Ma perdeva. E mandò in crisi la famiglia”. Così da dover vendere anche il Pioniere, stabilimento balneare e ristorante, che suo padre aveva aperto a Lavinio Lidio grazie anche ai soldi salvati dal poker che Nando spediva dall’estero.
Morì di polmonite nel 2004, l’eroe dei due mondi, a quasi 73 anni. Non erano rimasti neanche i guantoni, solo un accappatoio con il suo cognome stampato sulle spalle, finché – consumato – fu buttato via. Come giura chi lo conosceva bene, Nando non aveva mai avuto paura. Di niente e di nessuno.