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Come è lento il tennis sanificato

Pochi sponsor, niente show. Il primo torneo ufficiale dopo il virus è un ritorno alle origini. Viaggio a bordocampo

27 Giugno 2020 alle 06:02

Come è lento il tennis sanificato

Preparativi in campo a Todi, durante i Campionati Italiani Assoluti in programma fino al 28 giugno (foto di Marta Magni)

Todi. Dimenticatevi Novak Djokovic e le sue feste in discoteca, gli assembramenti visti nei giorni scorsi in Croazia, i tamponi positivi e le scuse posticce. Dimenticatevi l’Adria Tour e l’evento in cui il numero uno del mondo ha seguito al contrario tutte le norme sanitarie anticontagio organizzando un torneo con raccattapalle in campo e pubblico sugli spalti, come se l’emergenza sanitaria fosse ormai roba vecchia. E poi i torsi nudi, i salti e gli abbracci by night che hanno costretto il presidente dell’Atp Andrea Gaudenzi a intervenire: “È come quando dici ai bambini che per andare in bicicletta devono mettersi il casco. All’inizio dicono sempre di no, poi cadono e allora si mettono il casco”. Djokovic, ha fatto mea culpa con un lungo post su Instagram: “Ci siamo sbagliati ed era troppo presto”, ha scritto prima di mettersi in castigo, in autoisolamento per due settimane così come hanno fatto Grigor Dimitrov, Borna Coric, Viktor Troicki (presenti al torneo positivi al tampone), Alexander Zverev, Dominic Thiem e Marin Cilic, negativi ma presenti anche loro a scambiarsi baci e abbracci e selfie.

 

Il tennis riparte da Todi, Umbria, sedicimila anime e un torneo risorto dalle ceneri in poche settimane: i Campionati Italiani Assoluti, rimessi in piedi dopo sedici anni di sospensione e in questi giorni trasmesso in diretta sul canale SuperTennis. Il primo torneo al mondo dopo il coronavirus è un ritorno alle origini, al tennis nudo e crudo, senza troppi sponsor, marketing, applausi e autografi, ragazzi con le cuffie nelle orecchie che non parlano a nessuno.

 

“Era ora di ricominciare”, dice Umberto Rianna, responsabile del Progetto Over 18 della federazione. Ha ragione, però che fatica. I giocatori sono a corto di fiato, sempre in ritardo, impauriti. Tra i campi, soprattutto durante i primi giorni, volano i vaffa, le stecche, racchette contro il telone. Normale amministrazione? Non proprio. Dopo tre mesi fuori dal circuito bisogna ricominciare da zero, ritrovare gli appoggi, la giusta distanza, il lancio della pallina, il coraggio di oltrepassare la linea di fondo e tirare un vincente. “Fai le cose semplici”, consigliano dalla tribuna i coach dietro la mascherina. Sono diventate difficili anche quelle. “È dura ed è normale” continua Rianna. Il coronavirus ha messo il tennis in pausa, lo stop ha spezzato il fiato, il ritmo, la stagione a metà. Ci vuole pazienza e frustrazione, trenta gradi all’ombra e rimanere sotto il sole nei campi di allenamento (un campo da calcetto riconvertito per l’occasione) a provare e riprovare gli scatti in avanti, a ricordarsi di essere un giocatore. Quanti doppifalli, quante parole in aria, occhiate verso gli allenatori a chiedersi “Perché?”, “Com’è possibile non essere più capaci di fare un rovescio?”. A chi gli chiede com’è ritornare al servizio dopo settimane e settimane di niente, Filippo Volandri, ex numero 25 del mondo e ora volto di Sky Sport risponde: “Difficilissimo. Molte partite finiscono al super tie break. Bisogna riconquistare tutto”.

 

I Campionati servono a questo, a recuperare il tempo perso, l’agonismo dimenticato. Nel tabellone mancano il numero uno d’Italia Matteo Berrettini (che si sta allenando a Monte Carlo), Fabio Fognini (convalescente dopo un intervento a entrambe le caviglie), Marco Cecchinato e Jannik Sinner (“come mai Sinner non è venuto?”, “Bella domanda”). Ci sono però la testa di serie numero 1 del torneo Lorenzo Sonego, numero 46 del ranking, Thomas Fabbiano che l’anno scorso di questi tempi, sui campi di Wimbledon aveva battuto il numero sei del mondo Stefanos Tsitsipas, e Lorenzo Musetti, vincitore di Australian Open e Us Open a livello juniores che dopo aver vinto il primo turno ha ammesso: “Non sono per niente contento di come sto giocando”. Musetti, esploso all’improvviso durante il lockdown, può consolarsi: nessuno è contento di come sta giocando. Dal centrale di Londra, dove in questi giorni in tempi normali si giocherebbe il torneo più prestigioso del mondo, alla terra rossa del Tc Todi 1971 il tennis è cambiato, ma soltanto nella forma. In campo non ci sono più i raccattapalle e i tennisti devono prendersi da soli acqua, palline e asciugamani, come ai vecchi tempi e come i comuni mortali. Sembra che il virus abbia fatto scendere i tennisti dal piedistallo: “Non è così, la verità è che con l’assenza dei raccattapalle i tempi degli incontri si allungano. Se prima le partite erano lunghe, adesso diventano infinite. Tutti questi tempi morti televisivamente sono insostenibili”, dice Giancarlo Palumbo, responsabile federale del settore Under 18. “Non sembra, ma se un giocatore deve andarsi a prendere la pallina ogni volta, i match si riempiono di pause, attese, noia. Passano i secondi e cala l’attenzione di chi guarda. Speriamo che si torni in fretta alla normalità”.

 


foto di Marta Magni


 

Per accorciare i tempi bisogna fare come il nuovo guru del tennis Patrick Mouratoglou che con il suo Ultimate Tennis Showdown ha stravolto ogni regola per rendere più moderno e, come direbbe lui, marketable, il suo sport. (Nel torneo che organizza nella sua Academy di Nizza anche il punteggio è cambiato, con match di quattro tempi da dieci minuti ciascuno)? “Adesso non esageriamo. Basta che tornino i raccattapalle”. Oltre all’assenza dei ragazzi che corrono a recuperare le palline, le nuove regole prevedono la sospensione della stretta di mano, sostituita con una racchettata, e l’obbligo per i due giocatori di camminare ognuno su un lato del campo per evitare di avvicinarsi. Un’altra innovazione rispetto al passato è la regola del super tie-break al posto del terzo set. Fino ai quarti di finale, sull’1 pari, invece della partita si gioca un mini set ai dieci punti, per adesso è la prima volta che viene provata questa formula a livello professionistico. Anche per chi guarda qualcosa è cambiato: fino a data da destinarsi il pubblico deve indossare la mascherina e mantenere la distanza, tra una persona e l’altra ci deve essere almeno un sedile libero (non come è successo ad Adria) e tra una sessione e l’altra il circolo viene sgomberato e sanificato. E infatti qui a Todi, con l’accesso al pubblico contingentato, la misurazione della temperatura all’ingresso e lo staff pronto a intervenire per far seguire le regole a tutti, le cose sembrano funzionare. Manca il tennis, tornerà anche quello. “Guarda le mie gambe, sono paralizzate”, si lamenta Francesco Passaro dopo 3 mesi e quindici minuti dalla sua ultima vera partita. Da fuori gli dicono che va tutto bene, che non deve pensarci: “Ma come faccio a non pensarci, non riesco a muovermi, non butto la pallina di là”. “Allora respira”, gli consigliano. Ma respirare, a Todi come a Wimbledon, non basta mai. Da qualche parte, però, si doveva ripartire per sperare, tra un mese e mezzo, di volare negli Stati Uniti per la ripresa del circuito, Djokovic e le conseguenze del suo folle Adria Tour permettendo. Il 14 agosto è in programma l’Atp 500 di Washington, il 22 il Master 1000 di Cincinnati e il 31 gli Us Open a New York. Nel frattempo, si rimane nei confini nazionali e in questo tennis agreste made in Umbria capita di ritrovarsi nel borsone un gattino appena nato o che una partita di tennis venga sospesa dall’invasione di campo di uno scoiattolo, che disturba il gioco, fa perdere a una delle giocatrici un punto già vinto e si prende un sacrosanto vaffa, uno dei tanti. Scene da tennis di campagna, dove nelle tribune invece delle aristocratiche fragole e panna made in All England Club si preferisce la sostanza: focaccia, cocomero e basta e avanza così.

 

Lorenzo Sonego non vedeva l’ora di ritornare in campo. Il tennis gli mancava, ma ancora di più gli mancava l’agonismo, la competizione. È sceso in campo a Todi come testa di serie numero 1, super favorito, come gli fanno notare la sera della vigilia: “Questo significa che ho tutto da perdere”, ride. E non bastano gli scatti, i vamos, le urla che lancia e che gli ricordano dove si trova, gli occhi del suo coach Gipo Arbino che per tutta la partita cercano di tranquillizzarlo. La prima volta dopo il coronavirus anche chi ha vissuto di tennis e solo di tennis per tutta la vita, fatica a mantenere l’equilibrio, ad avere fiducia nei propri colpi. Si chiama sport del diavolo mica per niente. E allora doppifalli, errori non forzati, rovesci fuori di metri, braccia attaccate al corpo, palline che sembrano macigni. Arbino lo sa, in questi casi bisogna mentire, dire al proprio allievo che sta andando tutto bene, anche con tre match point da annullare sul groppone, anche con il respiro che manca. Il suggerimento più importante è quello più elementare. “Guarda la pallina. Soltanto la pallina”. E infatti, gioco, partita e incontro. Ma che fatica. Subito dopo essere stato per tre volte a un punto dalla sconfitta, il tennista torinese, ancora sudato e con tre ore di partita sulle gambe e sulla schiena si è avvicinato allo staff e ha detto: “Prenotiamo un campo. Devo allenarmi. Sono in uno stato di forma imbarazzante. Il mio dritto non andava oltre la linea di metà campo. Ma perché?”. L’unica risposta è l’ostinazione, e infatti i tennisti e le tenniste impegnati a Todi passano le loro giornate nel circolo, tra un campo di allenamento e l’altro: flessioni, ripartenze, stretching, elastici, massaggi, servizi nel vuoto. Ogni giorno va sempre meglio, le gambe cominciano a fare il proprio dovere, il respiro torna, il coraggio anche. Il tennis è abitudine e resistenza, vince chi soffre di più. Sempre e così sia, anche dopo il coronavirus. C’è ruggine da togliere e fiducia da ritrovare, per il resto non è cambiato niente. “Era la tua prima partita dopo tempo, devi essere contento, hai giocato bene, molto meglio delle aspettative”, consolano un giocatore sconfitto al primo turno. Che risponde: “Come faccio ad essere contento?”. Come al solito, alla fine di una sconfitta, contano solo i punti persi, le scelte sbagliate.

Giorgia Mecca

E’ nata a Torino il 6 novembre 1989. La prima volta che ha visto la capitale, nel 2010, ha deciso  che quello sarebbe stato un buon posto in cui fermarsi. Ha studiato lettere alla Sapienza, prima antiche e poi moderne. Adesso vive tra Roma e Torino, rimpiangendole entrambe. Legge molti libri, alcuni li recensisce per il Foglio. Quando non è in treno, gioca a tennis e si diverte moltissimo.

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