Il fantasma retorico degli ultras

Giovanni Francesio

Che sabato scorso al Circo Massimo non ci fossero gruppi di tifosi di calcio in mezzo ai manifestanti di estrema destra se ne sono accorti tutti, tranne Vincenzo Spadafora

Alla fine, se ne sono accorti tutti (quasi tutti), che la pagliacciata di sabato scorso al Circo Massimo, quella dei “Ragazzi d’Italia”, non aveva niente a che fare con gli ultras. Se ne sono accorti tutti, tranne uno, quello che in teoria dovrebbe avere più strumenti, e parlare con più cognizione di causa, ossia il ministro dello sport Vincenzo Spadafora.

   

Ricapitoliamo: verso la metà di maggio un tal “Aquila di Brescia”, attraverso una pagina facebook chiamata “Dalle curve alle piazze” (poco più di 1.000 follower, non esattamente i “Me contro te”), ha indetto una manifestazione per il 6 giugno a Roma, per “dire basta a un governo che ha abbandonato il popolo” (avanguardia pura). Sui media si è cominciato a parlare di “mobilitazione politica degli ultras”, anche se lo stesso Aquila ha rapidamente precisato con un audio, pubblico, che quella di Roma non sarebbe stata una “manifestazione ultras”, ma che gli organizzatori hanno solo “usato le curve come cassa di risonanza”. Con risultati discutibili, visto che non c’è stata un’adesione che sia una, di veri gruppi ultras, mentre sono state moltissime le prese di distanza pubbliche: a partire da quella del coordinamento “Basta abusi”, che rappresenta, quello sì, decine di gruppi, fino a quelle di moltissime singole curve, da Bergamo alla stessa Brescia, passando per Napoli, dove è stato esposto anche uno striscione inequivocabile: “6 giugno: chi si presenta, non ci rappresenta”.

  

La manifestazione sappiamo come è andata: un’assemblea condominiale en plein air; duecento persone, tra cui qualche vecchio arnese dell’estrema destra romana, sparse nel sole e nella polvere del Circo Massimo; una rissa, i soliti cori stracchi contro polizia e giornalisti, e poi a casa, che fa caldo.

  

E nulla, assolutamente nulla di riconducibile alle curve, tanto che persino i giornali (quasi tutti) hanno rapidamente tolto dai titoli la parola “ultras” (qualcuno, con un’ostinazione quasi toccante, ha insistito, segnalando che alla manifestazione c’era “Tizio, noto frequentatore della tal curva”, che è come dire che, siccome Pappalardo è stato parlamentare, le manifestazioni arancioni rappresentano tutta la politica italiana).

  

Ma il ministro no: il ministro che a metà maggio metteva i like alle pagine ultras in cui si chiedeva di non far ripartire il campionato (che infatti riparte), il 7 giugno ha dichiarato, solenne: “Condanno fermamente e senza appello gli scontri di ieri al Circo Massimo, animati da Forza Nuova ed alcune frange estremiste dei gruppi ultras. Alla riapertura il tifo violento non avrà alcuno spazio. […]. Sono già allo studio strumenti avanzati e sanzioni ancor più severe”.

   

Sorvoliamo sulla sconcertante vaghezza (quali “frange”? quali “gruppi”? quale “tifo violento”?), e registriamo, con disperata noia, che passa il tempo, cambiano i governi, cambiano i ministri, cambia tutto, ma certe cose non cambiano mai: la politica, sportiva e non, continua irredimibile a utilizzare il fantasma retorico degli ultras, di cui non sa nulla, per coprire con le frasi fatte le contraddizioni, l’incompetenza, la mancanza di strategia e di visione.

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