Roland Ratzenberger , volato via prima di Ayrton

La morte del pilota austriaco nel maledetto weekend di Imola 26 anni fa. L’incidente e quel “mamma, stai tranquilla”

Umberto Zapelloni

[Anticipiamo un articolo del numero del Foglio Sportivo in edicola domani e domenica. L'edizione di sabato 2 e domenica 3 maggio la potete scaricare qui dalle 23,30 di venerdì 1 maggio. In edicola invece l'appuntamento è domenica]

 


 

Il sogno Roland è durato soltanto 37 giorni. Ratzenberger, l’altra vittima di quel maledetto weekend di Imola di 26 anni fa, era arrivato in Formula 1 solo all’inizio dell’anno con un contratto per correre cinque gran premi con la Simtek, un’auto che anche lui, in privato, definiva un cetriolo. La sua corsa è finita durante le qualifiche del sabato quando la sua monoposto perdendo l’ala anteriore danneggiata da una precedente uscita di pista, è letteralmente impazzita andando a colpire a oltre 300 km all’ora il muretto tra la curva del Tamburello e la Villeneuve.

   

“Quando ho visto la piega della sua testa, ho capito che era tutto finito. Ero alla tv e dovevo cercare il modo di dirlo a mia moglie che era in cucina”. Anche più di 25 anni dopo, papà Rudolf non dimentica quell’istante che gli ha cambiato la vita portandogli via il suo ragazzo. E dire che Roland, all’inizio di quella stagione, quando finalmente aveva trovato i contratti pubblicitari da un milione di dollari per comprarsi quei cinque Gran Premi in Formula 1, aveva detto alla madre preoccupata: “Mamma stai tranquilla, queste sono le auto più sicure che ci siano, in Giappone era molto più pericoloso”.

   

La passione per i motori lo aveva contagiato fin da bambino, arrivando da chissà dove perché papà non era un appassionato. Certo, come tutti gli austriaci aveva ammirato Rindt e Lauda, ma non era uno di quei padri che la domenica portavano il figlio in garage a smontare e rimontare un carburatore. “Roland da bambino passava ore intere a guardare le auto fuori dalla finestra e un giorno verso gli otto o nove anni ci disse: da grande farò il pilota”, ricorda il padre, che un anno fa venne a Imola per le commemorazioni in occasione dei 25 anni della tragedia. Fu la nonna a portarlo per primo a vedere una corsa in salita quando aveva nove anni. Fu la scintilla definitiva. Quando c’era una corsa a Zeltweg chiedeva di farsi accompagnare e stava ore e ore aggrappato alle reti a vedere le auto. Adesso la famiglia Ratzenberger vive a Salisburgo nella casa con vista sulle montagne che Roland si era comprato poco prima di andarsene. Aveva ricevuto le chiavi una settimana prima di Imola. Era il frutto dei suoi guadagni con le corse in Giappone. “Roland era un grande amico. Abbiamo trascorso un sacco di serate insieme a ridere e scherzare perché gli piaceva essere così… ma mai una volta che mi abbia offerto da bere o da mangiare. Diceva che doveva risparmiare fino all’ultimo centesimo per compare una casa nuova ai suoi genitori”, ha raccontato Mika Salo, che con lui ha condiviso la vita giapponese e che ha voluto chiamare Roland il suo secondo figlio. Al piano terra della casa in cui oggi abitano i genitori, ci sono i trofei di Roland, quelli vinti in Giappone o in Formula 3000, quando conquistò la gara di Donington. Si era messo in luce in Formula Ford nel campionato britannico, ma poi non riuscendo a sfondare in F3 si gettò sul BTCC, il campionato turismo, correndo con una Bmw M3 e alternando le gare a ruote coperte alle monoposto di F3000 dove arrivò terzo nel campionato inglese. Quando entrò in contatto con la Toyota, andò alla scoperta del Giappone, dove era stato il primo europeo a diventare pilota ufficiale della casa. Formula 3000 e soprattutto vetture sport con cinque partecipazioni alla 24 ore di Le Mans.

 

Accanto ai trofei, papà Rudolf conserva una scatola con gli effetti personali di Roland che gli consegnò la polizia italiana dopo l’inchiesta. Ci sono i guanti, c’è il casco con i colori dell’Austria, sul lato sinistro ha i segni dell’impatto fatale, sul destro sembra nuovo. “L’ultima immagine che ho in mente di mio figlio è quando l’ho visto all’ospedale di Bologna per il riconoscimento: sembrava dormisse”. Papà Rudolf e mamma Margit vivono nel ricordo del figlio, ma non hanno mai incolpato nessuno per quello che è accaduto quel giorno. La fragilità della Simtek che perse un’ala solo per un’innocua uscita di pista alle Acque Minerali non è mai sottolineata in decine d’interviste rilasciate in questi anni. “Quello che è accaduto a Roland è una tragedia, ma non abbiamo accuse da fare a nessuno. Lui stava facendo quello che aveva sempre desiderato, era finalmente arrivato in Formula 1, un sogno che inseguiva da quando da bambino aveva appeso il poster di Jochen Rindt nella sua cameretta”. Quello di Imola era il suo terzo weekend tra i grandi. In Brasile al debutto non era riuscito a qualificarsi per colpa di un motore Ford V8 che tossiva un po’ troppo. In Giappone nel Gran Premio del Pacifico ad Aida aveva sfruttato il fatto di essere l’unico ad aver mai gareggiato prima su quella pista ed era riuscito a portare la sua Simtek all’undicesimo posto. Ultimo tra quelli al traguardo, ma nello stesso giro delle Ligier che erano sicuramente più veloci. A Imola sapeva che prima di tutto avrebbe dovuto lottare con i punti deboli della sua monoposto. Non ha fatto in tempo.

 

La sua morte colpì profondamente Ayrton Senna che, incurante dei divieti, si fece accompagnare sul luogo dell’incidente dove si trovò fianco a fianco con il dottor Watkins che qualche tempo dopo confessò: “Ricordo di averlo visto davvero toccato e gli dissi: Ayrton hai vinto tutto, sei il più veloce. Lascia tutto e andiamo a pescare”. Ayrton rispose semplicemente: “Non posso”. Ma poi chiese al suo fisioterapista austriaco, Josep Leberer, di procurargli una bandiera austriaca: avrebbe voluto sventolarla sul podio insieme con quella brasiliana. “Me l’ha raccontato proprio Josep – conferma il padre – non so quali fossero i rapporti di mio figlio con Ayrton, ma so che si erano messi d’accordo per vedersi a Salisburgo in un’area dove si possono far volare gli aeromodelli. Era una passione che li univa e avevano deciso di ritrovarsi a volare insieme”. Meno di ventiquattrore dopo Roland, invece, anche Ayrton ha chiuso gli occhi. Avevano la stessa età, 34 anni, e due vite diverse nella gloria, ma unite dalla passione. In un giorno se ne sono andati il ragazzo che stava coronando un sogno con la peggior squadra del campionato e il tre volte campione del mondo con la monoposto campione in carica. In quella Formula 1 c’era qualcosa di sbagliato. E infatti pagarono il primo e l’ultimo dello schieramento. Quasi un segnale. Per questo gli ultimi non vanno dimenticati.