il foglio sportivo

I sei minuti che vent'anni fa cambiarono la storia di Ronaldo

Il 12 aprile del 2000 il Fenomeno torna in campo Lazio cinque mesi dopo l’infortunio al ginocchio e si rompe di nuovo. La caduta, l’urlo, la paura che tutto sia finito

Andrea Romano

Ronaldo è immobile, raggomitolato in una posizione quasi fetale. “Mamma”, grida. “Papà”, urla. Con tutto il fiato che ha in gola. Ancora e ancora e ancora. Come se loro potessero davvero anestetizzare il suo dolore. Come se loro potessero davvero raccogliere i frammenti del suo mondo andato di nuovo in frantumi. Ronaldo è a terra. Con le mani che stringono il ginocchio destro. Con il sapore delle lacrime e dell’erba verde che punge la punta della sua lingua. Intorno a lui c’è solo silenzio. Anche se sui seggiolini sbiaditi dell’Olimpico ci sono quasi 40mila persone. Pensavano di assistere alla finale di andata di Coppa Italia fra Lazio e Inter. E invece, in quel 12 aprile del 2000, in quel mercoledì sera così ordinario, si sono ritrovate faccia a faccia con la storia. Perché non c’è niente di più maestoso di una divinità che cade nella polvere.

 

Tutto era iniziato in un altro stadio, durante un’altra partita. Era il 21 novembre 1999 e l’Inter aveva battuto il Lecce per 6-0. Abbracci, cori e quella parola maledetta, scudetto, che poteva essere di nuovo pronunciata senza paura. Solo che a un certo punto Ronaldo aveva iniziato a zoppicare. La sua gamba si era piantata nel terreno e il Fenomeno aveva sentito il dolore addentargli il ginocchio. Era uscito dal campo sulle sue gambe, con la faccia terrea di chi è in attesa di un giudizio. La sentenza era arrivata qualche ora più tardi. Ed era un pugno nello stomaco. Rottura parziale del tendine rotuleo. Significava 5 mesi lontano dal calcio. I camici bianchi al posto delle maglie colorate da dribblare, le lastre al posto delle moviole, la castrazione della fisioterapia al posto della gioia orgasmica del gol. Cinque mesi con la sofferenza che diventa pane quotidiano, con il timore di dover fare economia sull’unica cosa che i soldi non possono comprare: i sogni. Centoquarantadue giorni di rabbia e di paura che erano finti quel 12 aprile. Lippi lo aveva annunciato alla vigilia del match. “Se i medici dicono che Ronaldo può giocare un quarto d’ora sono sicuro che darà allegria e fiducia alla squadra – aveva detto – L’ho visto bene, può fare ottime cose”. E di allegria, l’Inter ne ha un bisogno disperato. Quattro giorni prima aveva perso 3-0 a Udine. Tripletta di Roberto Sosa. E i nerazzurri si erano ritrovati quinti, a 13 punti dalla Juventus capolista. Niente abbracci, niente cori e quella parola, scudetto, che era tornata di nuovo maledetta. Il rientro di Ronaldo diventa un jolly, un colpo a effetto capace di cambiare presente e futuro. “Farò il massimo per aiutare la squadra – garantisce il Fenomeno – il dolore al ginocchio è sparito”.

 

Il problema è che Lippi, di tempo, non ne ha poi molto. Soprattutto in quel mercoledì sera di metà aprile. Perché al 40’ Nedved pareggia il vantaggio nerazzurro firmato da Seedorf. Al rientro dagli spogliatoi il tecnico nerazzurro si gira verso la panchina. Guarda Ronaldo, che fino a quel momento aveva scherzato con Recoba, e gli fa un cenno. Il brasiliano annuisce e si alza, sorride e comincia una corsa leggera sulla pista di atletica. È il segnale che tutti aspettavano. Mentre il Fenomeno fa stretching con Zamorano, i tifosi cominciano a invocare il suo nome. Ma è ancora troppo presto per mandarlo in campo. È ancora troppo presto per chiedergli di trasformarsi nel salvatore della patria. Poi, quando la ripresa è iniziata da appena 7’, Simeone trova il gol che porta la Lazio sul 2-1. Lippi non ha più tempo, capisce che deve rischiare il tutto per tutto. O santo o eretico. Così, al 13’, chiama un’altra volta Ronaldo. È il momento giusto per mandarlo in campo. È il momento giusto per chiedergli di salvare, se non la patria, quanto meno la sua panchina. Il brasiliano stringe la mano a Mutu. Poi si fa tre volte il segno della croce ed entra in campo. In quattro minuti prova due allunghi e allarga un pallone sulla fascia. Sta ancora provando a prendere confidenza con il suo corpo quando si ritrova a controllare il pallone sulla linea di fondo. Non si accorge neanche di Couto, dei suoi tacchetti che lo fanno volare in aria per poi cadere a terra. Ronaldo si rialza e tira un sospiro di sollievo. È ancora in grado di assorbire le botte. È ancora in grado di fare paura agli avversari. L’arbitro Pellegrino si avvicina al portoghese. “Non si fa”, dice. “Basta”, ordina mentre gli mostra il cartellino giallo. Un giro di lancette più tardi il Fenomeno raccoglie palla sulla trequarti. Davanti a lui ci sono Pancaro e Couto. Il brasiliano li punta, prova a saltarli. Piede destro. Piede sinistro. Piede destro. Piede sinistro. Piede destro. E all’improvviso sente cedere il ginocchio, sente il dolore esplodere nella sua rotula e uscire dalla sua bocca sotto forma di decibel. Sono passati 6 minuti dal suo ingresso e Ronaldo è immobile, raggomitolato in una posizione quasi fetale. “Mamma”, grida. “Papà”, urla. Nessuno dice niente perché non c’è bisogno di dire niente. Tutti hanno già capito. Panucci ha le mani nei capelli. Lippi è paralizzato in panchina. Moratti aspetta qualche minuto prima di precipitarsi negli spogliatoi scendendo tre gradini alla volta. I medici dell’Inter bendano stretto il ginocchio di Ronaldo, poi lo incastrano sulla barella. Il corpo di quel ragazzo che qualche mese prima era stato fotografato come il Cristo del Corcovado si adagia senza resistenze fra le braccia dei suoi soccorritori, come quello del Cristo che viene tirato giù dalla croce. Negli spogliatoi Ronaldo piange sulla spalla di Moratti. Chiede di telefonare ai genitori. Supplica di mettere a tacere quella voce che ripete che stavolta potrebbe essere finita davvero. Centoquarantadue giorni dopo il Fenomeno è tornato di nuovo a essere un paziente. Altri camici bianchi, altre lastre, altri esercizi di fisioterapia, altra sofferenza da sopportare. Qualcuno lo copre con la felpa blu dello sponsor e lo carica prima su un’ambulanza, poi sull’aereo che riporta l’Inter a Milano. Davanti a lui, il sedile che di solito è occupato da Lippi viene lasciato libero per permettergli di distendere la gamba. Ronaldo chiude gli occhi e non sente più niente. Neanche le parole pronunciate da Andrea Campi, il medico sociale della Lazio: “Sicuramente si è rotto il tendine rotuleo. Ha il 50 per cento di possibilità di tornare a giocare”. Il sollievo dura poco più di un’ora. Perché arrivati a Milano Ronaldo viene travolto da un deja-vu. Ventuno mesi dopo la finale di Francia ’98 c’è un’altra scaletta d’aereo da scendere. E altro dolore da ostendere urbi et orbi.

 


 

Andrea Romano è nato a Roma nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per diversi quotidiani e riviste.

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