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il foglio sportivo

Il pendolino fermo. Dieci anni senza Maurizio Mosca

Alberto Facchinetti

Dalla Gazzetta alle bombe di mercato. Nazionalpopolare e ironico, capiva di calcio e faceva il trash in tv

[Anticipiamo un articolo del numero del Foglio Sportivo in edicola domani e domenica. L'edizione di sabato 4 e domenica 5 aprile la potete scaricare qui dalle 23,30 di venerdì 3 aprile]

 


 

Le pagine dell’agenda telefonica di Maurizio Mosca si staccavano in continuazione. Lui le reinseriva senza alcun metodo e il librone diventava sempre più voluminoso e disordinato. Ma al momento giusto il suo proprietario sapeva interrogare la rubrica, trovando in pochi secondi il numero che gli serviva. Chiamava Moratti, Berlusconi, Agnelli a qualunque ora del giorno e della notte. E loro gli rispondevano. Solo Dino Viola, presidente della Roma dello scudetto 1983, una volta si arrabbiò: “Se mi chiama ancora al mattino presto, io la denuncio”. Mai nessuno riusciva a schivare un suo colpo di telefono. E ogni volta era una rivelazione, uno spunto per una notizia, un titolo, un accenno per le celebri bombe di mercato. Fino all’ultimo, fino a che la malattia glielo concesse, Mosca si è presentato nella redazione di Mediaset, dove aveva una sua scrivania. È sempre stato un gran lavoratore e un innamorato ossessivo del mestiere. Si vantava di non aver mai fatto delle vacanze. A fine anni Ottanta alcuni amici lo avevano convinto ad andare con loro alle Mauritius. Gli piaceva il nome della meta turistica, ma dopo pochi giorni già cercava, lui che non amava volare, un viaggio per il ritorno.

 

Negli anni della Gazzetta, dove è stato una grande firma del pugilato, aveva accumulato così tante ferie arretrate che lo costrinsero a usufruirle. Rimase lontano dalla redazione per qualche giorno, poi passò a salutare i colleghi, il giorno successivo si fermò anche per il caffè e la sigaretta. Infine chiese di tornare al suo ufficio. “Lasciatemi lavorare, anche se risulto in ferie”. Riusciva far ridere gli altri – il papà Giovanni è stato uno scrittore e un umorista – sapeva fare ironia su se stesso. Durante le trasmissioni tv, ma anche nella vita di tutti i giorni. Non c’era un Maurizio diverso, era sempre lui. I colleghi più giovani di Mediaset hanno avuto la fortuna di vivere i suoi ultimi anni capendone la grande professionalità e ridendo con lui come dei pazzi. Un giorno mentre si avvicinava la Pasqua, iniziò a chiamare per gli auguri un po’ tutti, come era solito fare: Andreotti, Moggi, Montezemolo, Mennea e tanti altri. “Maurizio e al Papa non fai gli auguri?”. Lui un po’ per gioco, un po’ per dimostrare che un giornalista non si ferma di fronte a niente, fece alcuni tentativi. Il papa era Benedetto XVI. Nella mitologica agenda telefonica non comparve alcun aggancio. Non si scoraggiò e arrivò a pochi centimetri dalla vetta. Una voce femminile da Città del Vaticano rispose al suo “sono Mosca, vorrei parlare con il Papa”. “È a Castel Gandolfo con padre Georg”. “Allora me li saluti entrambi, grazie e tanti auguri”.

   

Mosca sì ammalò, le sue presenze in redazione diminuirono soltanto nelle ultime settimane di vita. Smise di apparire in tv, se non a notte fonda. Scriveva per il sito qualche articolo. Nell’ultimo difendeva Mario Balotelli. Morì all’ospedale di Pavia il 3 aprile 2010, non aveva ancora 70 anni. “Ho cercato di spargere allegria tra la gente”, è inciso nella sua tomba al cimitero di Bruzzano a Milano. Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa. Nel panorama del giornalismo sportivo non ha lasciato eredi. Ottimo cronista della carta stampata, si è trasformato in uno showman di successo che non ha mai perso il fiuto per la notizia e l’amore per il mestiere. È stato un caso unico e inimitabile.

 

Nel 1983 avvenne l’addio doloroso alla Gazzetta, dove era stato vent’anni, dopo aver iniziato alla Notte di Nino Nutrizio. Fu un incidente professionale a costargli il posto. Fece un’intervista a Zico, allora all’Udinese, durante il ritiro di Tarvisio. Tornò a Milano con l’intervista. La Gazza pochi giorni dopo voleva un secondo pezzo, lui tornò dal brasiliano che questa volta non aveva voglia di parlare. Allora Moschito, come lo chiamavano i vecchi colleghi, utilizzò per l’articolo i virgolettati non utilizzati nel pezzo precedente. Il titolo però non piacque a Zico, che in diretta durante il Processo del Lunedì mise in difficoltà Mosca. I rapporti in Gazzetta erano già complicati, lasciò la sua scrivania con la morte nel cuore e l’impressione che qualcuno avesse voluto farlo fuori. Dell’argomento in ogni caso non voleva parlare. Aveva già avuto delle apparizioni nelle tv locali. Sul finire dei Settanta era stato ospite fisso a L’ora di Mazzola a Telealtomilanese, poi conduttore unico a Telemilano2 della trasmissione Ed è subito polemica. Dopo l’addio alla Gazzetta diede sfogo alla sua straripante personalità. Fondò e diresse il periodico Supergol, che resistette fino al 1989. Era un giornale innovativo con delle foto grandi attorno alle quali si costruivano pagine come non se ne erano mai viste, cose che ora funzionerebbero sui social, liste di gradimento, classifiche, sfide impossibili tra calciatori di epoche diverse. Mosca ha sempre capito cosa il grande pubblico volesse, riuscendo quasi sempre ad accontentarlo. Lo aveva imparato da Gino Palumbo, suo direttore alla Gazzetta negli anni Settanta. Lo sport è un romanzo per la gente che ama i personaggi nazionalpopolari, e lui adorava Valentino Rossi, Nino Benvenuti, Pantani, Schumacher e del Del Piero. “Ma come gioca del Piero…”, era diventato uno dei tormentoni più noti negli ultimi anni.

 

A Fininvest condusse dal 1990 per due stagioni L’Appello del Martedì, con lui c’era anche Helenio Herrera. Una sera apparvero in collegamento Moana Pozzi e Paolo Villaggio, seminudi in camera. Mosca chiese a Moana cosa provasse a essere a letto con Villaggio. “Assolutamente nulla”, rispose in sua vece Giampiero Mughini, fortemente voluto come ospite fisso da Maurizio, che lo aveva visto in un paio di puntate da Biscardi. Nel 1992 dopo una lite che vedeva coinvolto anche il regista Zeffirelli, Bettega si alzò e lasciò lo studio. Si parlava dell’Heysel. La trasmissione fu interrotta. Doveva contrapporsi all’apparente serietà del Processo del Lunedì, ma era andata oltre. Anche se per un paio d’anni aveva fatto divertire un pubblico di fedelissimi. Poi su Telenova condusse Casa Mosca, per Aldo Grasso “capolavoro trash dell’emittente”. Il programma era un varietà che oltre allo sport toccava con leggerezza altri temi: “Per un uomo meglio gli slip o i boxer?”. L’allenatore di basket Franco Casalini, oggi apprezzato commentatore tv, faceva in casa dei gruppi d’ascolto con gli amici per seguire la trasmissione.

 

Una delle invenzioni televisivamente più geniali è stata quella del pendolino, con cui Mosca faceva i pronostici delle partite. Nacque sul finire degli anni Ottanta. Stava bevendo un caffè al bar sotto la redazione con Sandro Piccinini, quando passò un venditore ambulante con dei portachiavi a forma di cilindro, colorati con la maglia di Milan, Juve e Inter. “Sembrano quelli dei maghi, con questi potrei fare i pronostici”, disse Mosca. Iniziò a farli senza paura di sbagliare. Anzi, più paradossali erano, più il pubblico li apprezzava. In questo modo indovinò la vittoria clamorosa del Camerun sull’Argentina nella giornata inaugurale di Italia 90. In generale in quel Mondiale ne azzeccò molti. Di pallone ne sapeva.

 

Mosca amava il calcio, il pugilato e il ciclismo. Si vantava di averli praticati tutti. Qualche traccia che abbia giocato a pallone c’è, è stato soprattutto un allenatore tra i dilettanti. Bicicletta, non si può escludere. “Ma la boxe, Maurizio?”, chiedevano gli amici. “Peso Mosca”, era la battuta con cui chiudeva l’argomento. Il volley lo apprezzava meno, come dimostra uno dei video più visti su YouTube. “La pallavolo è uno sport per cretini, ma figurati, è una rottura di scatole spaventosa. Tan tan tan, tan! Tan tan tan, tan! È sempre uguale, una rottura di scatole spaventosa”, disse a Telenova una di quelle volte che non seppe controllarsi a sufficienza. Ma nelle sue trasmissioni ha sempre voluto invitare pallavoliste come la Piccinini. Oppure olimpionici, lontano dal periodo dei Giochi, perché non fossero ricordati solo ogni quattro anni per un mese.

   

La donna più importante della sua vita è stata la mamma Teresa. Maurizio ha sempre abitato in Piazza della Repubblica, non distante dalla stazione, nella casa di famiglia. Morto il papà Giovanni, ha accudito la madre malata fino all’ultimo dei suoi giorni. Maurizio era di una generosità straordinaria con tutti, nemici compresi. Solo la Pitty potrebbe eccepire. Durante una pausa pranzo a metà degli Ottanta dichiarò ai colleghi di Supergol, tra i quali l’allievo prediletto Luca Serafini, che l’indomani si sarebbe sposato con quella che lui descriveva come un donnone più grande di lui. Pitty era la fidanzata storica, anche se nessuno l’aveva mai vista di persona. Il matrimonio non si celebrò e lui ritornò in redazione al lunedì come niente fosse. “L’ho lasciata sull’altare”, raccontò agli increduli giornalisti, dando fuoco a una cicca. Non l’unica, perché prima di darci un taglio netto col tabacco, a Maurizio capitava di avere accese contemporaneamente anche quattro sigarette. Viene da lì l’abitudine di tenere le finestre aperte pure in inverno. Tanto la sua divisa ufficiale era sempre, con il caldo e con il freddo, camicia, gilet, giacca pesante e sciarpone. Davanti o dietro la telecamera. Di Maurizio Mosca ce n’è stato solo uno.

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