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Perché già ci manca Maria Sharapova

Giorgia Mecca

È stata l'ultima regina del tennis. Cento del mondo, trecento, non importava: la sua sola presenza valeva il prezzo del biglietto. Non era soltanto percezione del pubblico, era anche questione di marketing

Volevano che sorridesse un po’ di più e che gridasse un po’ di meno. Maria Sharapova però non scendeva in campo per fare la volontà dello spettacolo, voleva vincere, dei baci e degli abbracci non sapeva che farsene. Fidanzatina di Russia? Neanche per sogno.

 

La tennista siberiana, 33 anni il 19 aprile, stava pensando al ritiro da tempo. Le sue spalle e si suoi avambracci erano diventati un massacro: interventi, fisioterapia, antidolorifici, inutili ultrasuoni, c’erano giorni in cui non riusciva nemmeno a reggere il peso della racchetta tra le mani. Ha capito che era il momento di dire addio l’anno scorso a New York quando, al primo turno degli Us Open ha perso 6-1 6-1 da Serena Williams, la sua avversaria di sempre, che ha voluto umiliarla ulteriormente non lasciando scoccare nemmeno l’ora di gioco. Cinquantanove minuti di schiaffi potevano bastare. Da allora due partite e due sconfitte, Sharapova ha cominciato la stagione fuori dalla posizione numero 300, troppo poco per tutto quel passato.

 

La russa è stata l’ultima regina del tennis. Wimbledon incoronò lei, le sue grida e il suo broncio nel luglio del 2004, la giocatrice aveva diciassette anni ed era piena di grandi speranze per il futuro. Da allora ha conquistato altri quattro titoli del Grande Slam, Us Open (2006), Australian Open (2008), Roland Garros (2012 e 2014), la Fed Cup con la Russia nel 2008, un argento alle Olimpiadi di Londra del 2012, la prima posizione nella classifica mondiale nel 2005. È stata anche l’ultima giocatrice a conquistare il Career Grande Slam, un elenco di cui fanno parte soltanto dieci giocatrici, tra cui Billie Jean King, Chris Evert, Martina Navratilova, Steffi Graf e Serena Williams.

 

In diciotto anni di carriera, oltre alle vittorie ci sono state anche cadute, accuse e condanne, una sospensione di 15 mesi per doping. Si è rialzata nel 2017 e no, al suo ritorno non era la stessa di prima. Fiato corto, poche gambe, trent’anni che si fanno sentire. Il portamento, però, la pulizia dei colpi, l’atteggiamento in campo è rimasto lo stesso. La rabbia, la fame, la voglia di rendere orgoglioso papà Jurij che l’ha accompagnata per una vita, anche. Era ciò di cui aveva bisogno il tennis. Non bastano missili di rovescio e vittorie a casaccio, serve solidità, impegno, perseveranza, “la mia qualità migliore”, come ha detto lei stessa. Serve rispetto per la terra che stai calpestando. Cento del mondo, trecento, non importava: rimaneva comunque Maria Sharapova, la sua presenza valeva il prezzo del biglietto. Non era soltanto percezione del pubblico, piuttosto marketing: nel 2019 ha giocato 18 partite, quanto bastavano per accaparrarsi 6 milioni di dollari di sponsor (in totale, ne ha guadagnati 325). Lo scorso settembre a New York era in svantaggio di un set, a un game dalla sconfitta continuava a gridare e ad aggredire la palle come se non fosse ancora tutto finito. Ecco perché piaceva così tanto agli sponsor, e agli spettatori. “So che da noi volete l’amore per il gioco, se lo amiamo vi divertite di più, ma noi non lo amiamo. E non lo odiamo. È solo una realtà, esiste ed è sempre esistito”. Ha scritto così la ormai ex giocatrice nella sua autobiografia, Inarrestabile (Einaudi). “Ho dato la mia vita a questo sport e questo sport mi ha dato la vita”, ha scritto nella lettera a Vanity Fair in cui annunciava il ritiro. Da adesso in poi il tennis le mancherà e lei mancherà al tennis, uno sport che sta perdendo tutte le sue regine e le sue corone, ed è costretto a farsi bastare principesse occasionali.

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