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Quando Kobe s’accorse che il basket sopravvive anche alle sue leggende

La missione: tramandare il bryantismo al sangue del suo sangue

28 Gennaio 2020 alle 06:00

Quando Kobe s’accorse che il basket sopravvive anche alle sue leggende

Kobe Bryant abbraccia la figlia Gianna (foto LaPresse)

In campo pensava soltanto a se stesso. Era egoista e arrogante. Era come devono essere i campioni. La maglia gialla dei Los Angeles Lakers che indossava era un pretesto, la verità è che giocava a basket per la sua gloria e per quella di nessun altro. I compagni di squadra? Non li guardava nemmeno. Gli avversari? Ogni volta che ne guardava uno negli occhi voleva trasmettere la sensazione che avrebbe potuto strappargli via il cuore. Si fidava soltanto del proprio...

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Giorgia Mecca

E’ nata a Torino il 6 novembre 1989. La prima volta che ha visto la capitale, nel 2010, ha deciso  che quello sarebbe stato un buon posto in cui fermarsi. Ha studiato lettere alla Sapienza, prima antiche e poi moderne. Adesso vive tra Roma e Torino, rimpiangendole entrambe. Legge molti libri, alcuni li recensisce per il Foglio. Quando non è in treno, gioca a tennis e si diverte moltissimo.

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