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I barbari della palla ovale

È l’unica squadra senza campo, senza casa e senza calzettoni. Storia, miti e leggende dei Barbarians, la formazione a inviti che porta in giro per il mondo la sua allegra voglia di rugby

30 Novembre 2019 alle 06:09

I barbari della palla ovale

La meta di Chris Ashton contro l’Inghilterra al Twickenham Stadium il 27 maggio 2018 (foto LaPresse)

È l’unica squadra al mondo senza campo, senza club-house, senza tessera, senza abbonamento e senza soldi: le spese per i giocatori (ventisei a partita) e i dirigenti (tre) sono pagati dalle altre squadre. È l’unica squadra senza casa: perché la sua squadra si trova dovunque. È l’unica squadra senza calzettoni: perché ogni giocatore s’infila i calzettoni di quella da cui proviene. È l’unica squadra senza email: le convocazioni vengono fatte per posta aerea. Ed è l’unica squadra che non conosce con assoluta precisione l’origine del proprio nome: Barbarians. Chi sostiene che si tratti di un omaggio alla vittoria del germano Arminio sul romano Varo nella foresta di Teutoburgo (9 d.C.), chi giura che sia la risposta – sprezzante – a quelli che considerano (o, peggio, interpretano) il rugby come uno sport violento, cattivo, bestiale.

  


L'ingresso in campo dei Barbarians al Thomond Park Stadium di Limerick (Irlanda) il 10 novembre del 2017 (foto LaPresse)


 

William Percy Carpmael, per gli amici Tottie, il primo barbaro del rugby, era del 1853, 30 anni dopo la trasgressione di William Webb Ellis, lo studente che durante una partita di calcio al college di Rugby osò prendere il pallone con le mani e correre nel campo degli avversari. Inglese, primo di otto figli, studi a Cambridge, poi lavoro nell’azienda di famiglia (ramo brevetti), sportivissimo (dall’atletica al cricket, dal canottaggio al “fives”, una specie di pelota o di squash), giocava nel Blackheath e partecipò a uno dei primo tour della storia, quattro partite in cinque giorni con il suo Jesus College nello Yorkshire nel dicembre 1884. Quindici giocatori contati (anzi, 14 nel primo match), vittorie contro Leeds, Huddersfield e Bradford, sconfitta contro Batley. “I festeggiamenti dopo la vittoria contro Batley sul loro campo – ricordava Carpmael – furono troppo per noi. Un mese prima, fuori casa, Bradford aveva battuto Cambridge 39 a 3”. L’esperienza comunque lo esaltò. Ci volle ancora qualche anno ma finalmente nel 1890, alle 2 di notte del 9 aprile, dopo un terzo tempo, la cena che seguiva una partita, l’idea diventò proposta, progetto, promessa scritta con una stilografica: e così, dopo aver giocato come Carpmael’s London team, Blackheath team, W.P.Carpmael’s County and International Team e The Southern Nomads, ecco felicemente e definitivamente il Barbarian Football Club.

 

Maglia a fasce orizzontali nere e bianche con un monogramma nero (il primo, teschio e ossa incrociate e l’acronimo BFC, il secondo e ultimo, le lettere BFC intrecciate) all’altezza del petto a sinistra, pantaloncini neri, calzettoni del proprio club. Poi, dal 1895 la cravatta Regimental a strisce blu chiaro e blu scuro separate da una linea bianca e la giacca con il simbolo di due agnelli che si contendono un pallone ovale, ricamati sulla tasca al petto; dal 1930 la giacca porta, oltre agli agnelli e al pallone, anche due scudi, il primo con i simboli dei quattro Paesi britannici (la rosa inglese, il trifoglio irlandese, il cardo scozzese e le piume del principe di Galles), il secondo con i simboli delle TriNations dell’emisfero sud (la felce d’argento neozelandese, l’antilope sudafricana e il “waratah” – la telopea, un fiore – australiano). Il motto: “Il rugby è un gioco per gentiluomini di tutte le classi sociali, ma non per un cattivo sportivo di qualsiasi classe”. L’inno: “Perché è un modo che abbiamo nei Barbarians, e anche un buon modo allegro, perché è un modo che abbiamo nei Barbarians, e una regola con cui giochiamo: per la partita di rugby non ci alleniamo, noi giochiamo con la voglia”. E, per assonanza, un diminutivo: Baa-Baas. E, ancora, dal 2017 la versione femminile: le Women’s Barbarians. Nonché vari tentativi di imitazione, o di filiazione: dai Barbarians francesi a quelli neozelandesi, dai Barbarians sudafricani a quelli australiani, fino a una squadra di “old”, gli aver 35, di vocazione vinicola e provenienza alessandrina: i Barberans.

 


Le Women’s Barbarians (foto LaPresse)


 

I Barbarians sono divertimento, libertà, fantasia, i Barbarians sono gioco preferibilmente alla mano, i Barbarians sono acrobazie, virtuosismi, spettacolo, i Barbarians sono l’ultima-cosa-che-conta-è-il-risultato-finale, i Barbarians sono le Nazioni Unite del rugby. I Barbarians sono la meta più bella della storia. Il 27 gennaio 1973, all’Arms Park di Cardiff, Barbarians-All Blacks, il mediano di apertura gallese Phil Bennett cominciò un’azione quasi sotto i propri pali, poi sei passaggi, 95 metri, un imprecisato numero di finte, cambi di passo, velocità e direzione, un continuo sostegno, una fuga e un volo finali – quelli del mediano di mischia gallese Gareth Edwards – indimenticabili: “Mentre correvo verso la meta, avevo paura di svegliarmi da un sogno”. E poi mille episodi da raccontare. Uno: il 10 febbraio 1921, a Northampton, East Midlands-Barbarians, l’arbitro – ex mediano di apertura inglese – Adrian Stoop fischiò la fine della partita con 14 minuti di anticipo e mandò tutti negli spogliatoi a bere una birra fresca, ma dopo lamentele e proteste, giocatori e arbitro, dopo aver già fatto la doccia, si rimisero gli indumenti di gioco e conclusero il match, 19-14 per i Baa-Baas.

 

 

Ci sono stati anche “barbari” italiani. Il primo, Stefano Bettarello, apertura, da Rovigo. Poi da Diego Dominguez a Sergio Parisse, da Martin Castrogiovanni ai fratelli Bergamasco: come un premio alla carriera. L’ultimo, George Biagi, seconda linea delle Zebre, neoconvocato. Chi ne rimase affascinato, di più, incantato, di più, esaltato: Andrea Lo Cicero. “Ero al mercato, frutta e verdura, a L’Aquila, quando mi arrivò una telefonata. Era Steve Berrick, il team manager dei Barbarians. Mi domandò se fossi disponibile a giocare con i Barbarians contro gli All Blacks”. Il Barone rischiò di svenire fra zucchine e broccoli. “Qualche giorno dopo mi arrivò per posta la lettera di convocazione, un cartoncino rigido con lo stemma dei Barbarians stampato in rilievo, il mio nome scritto con la stilografica e la firma del presidente autografa. Lo custodisco come se fosse la Sacra Sindone, in una cornice dell’Ottocento”. Londra, hotel a cinque stelle lusso, in stanza 36 bottiglie di acqua minerale naturale e 25 litri di integratori, un borsone Barbarians con il suo nome stampato, due maglie da gioco senza numero e due da allenamento, più pantaloncini, polo, t-shirt, giacca e cravatta, programmi di allenamento e orari per riunioni, pranzi, cene, appuntamenti… “Poi il match, nel ‘tempio’, a Twickenham. Primo tempo in panchina, secondo in campo. E a metà del secondo tempo, raggruppamento, spinta, ‘carretto’, pallone in mano, corsa e meta nonostante due All Blacks appesi ai miei fianchi, come parabordi, 115 kg ciascuno”.

 

In un novembre privo di test-match dopo la Coppa del mondo giocata in Giappone e vinta dal Sud Africa, per fortuna stavolta ci sono i Barbarians. Tre partite: la prima persa contro le Figi, 33-31, a Twickenham; la seconda vinta contro il Brasile, 47-22, a San Paolo; la terza contro il Galles, oggi a Cardiff. Il vecchio Carpmael sarebbe felice: 129 anni dopo la decisione presa con le gambe sotto il tavolo di un ristorante, il rugby dei Barbarians è ancora “un gioco per gentiluomini di tutte le classi sociali”.

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