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il foglio sportivo

Al derby pensiamo un'altra volta

Fulvio Paglialunga

Le tifoserie “nemiche” di Colo Colo e Universidad de Chile protestano insieme per le strade di Santiago contro il governo. La partita sospesa dai tifosi, la Libertadores spostata e la Nazionale che non vuole giocare

[articolo aggiornato alle 7,45] Il presidente della federcalcio cilena, Sebastián Moreno, auspicava ieri una decisione unanime, qualunque fosse. Per questo aveva indetto per oggi una riunione. L'obbiettivo era quello di superare l'impasse nel quale il calcio era finito in Cile. La serenità e la comunione di intenti sperata dal numero uno dell'Anfp non si è però avverata. Al termine del “confuso, a tratti tormentato” vertice infatti la proposta di sospendere il campionato non ha raggiunto il quorum (34 voti, ne servivano 38, i 4/5). Si dovrebbe dunque riprendere a giocare questo fine settimana. Anche se non si sa come. Il sindacato dei calciatori infatti si è riunito per decidere il da farsi dopo che, in giornata, alcuni calciatori hanno denunciato di essere stati minacciati in caso di ripresa del torneo. La decisione dei giocatori è stata quella di non giocare.

  

 


 

Quando si vogliono pescare le parole giuste è sempre meglio consultare Eduardo Galeano. Ad esempio quando scrive che “nel calcio, rituale sublimazione della guerra, undici uomini in pantaloncini corti sono la spada del quartiere, della città o della nazione”.

 

Nella Primera División, il campionato del Cile, ci sono sei squadre di Santiago e due, in particolare, si detestano. Sono le spade del quartiere e hanno storie di rivalità, divisioni politiche, accuse, odio: il Colo Colo da una parte, la Universidad de Chile dall’altra; gli autoproclamati discendenti del capo mapuche contro quelli che hanno preferito farsi rappresentare da un gufo per mostrare la loro purezza d’animo. In entrambe Augusto Pinochet, negli anni della dittatura, cercò di infilare se stesso o suoi uomini. Perché il potere cerca il calcio, ne ha bisogno: ne ruba la popolarità e il consenso. Oppure con il calcio deve fare i conti, ed è quello che sta accadendo oggi, tra le strade di una Santiago occupata dalla rivolta contro il governo del conservatore Sebastián Piñera. Una protesta che è sembrata nascere all’improvviso, il 18 ottobre, per l’aumento del costo del biglietto della metropolitana nelle ore di punta da 800 a 830 pesos cileni (da 0,98 a 1,02 euro circa), ma nata in un paese dove le classi più povere arrivano a spendere il 30 per cento del loro stipendio in trasporti, dove la metropolitana è un bene primario, come bere. Poi il dissenso popolare si è esteso alle disuguaglianze sociali, assai vistose in Cile, ed è tuttora vivo, ogni giorno, nelle enormi vie della città.

 


Illustrazione di Alejandro Viñuela Agra


 

Dal 18 ottobre il paese ha attraversato giorni di violenza, incendi, coprifuoco e morti e non ha ancora trovato la normalità. È paralizzato e, con esso, è paralizzato il calcio. Il campionato è stato fermato subito, a sei giornate dalla fine perché non c’erano le condizioni di sicurezza. Doveva ripartire venerdì scorso, dopo un mese di stop, in una situazione di emergenza, e invece no: la partita tra Unión La Calera e Deportes Iquique (che aveva cambiato sede e orario all’ultimo e si doveva giocare a porte chiuse) da subito surreale (i giocatori della Calera si sono coperti il volto durante le foto iniziali, a gara in corso i ventidue hanno osservato un minuto di raccoglimento) è stata sospesa al 67’ per l’irruzione nello stadio di 200 tifosi in maggioranza del Colo Colo – che prima avevano esibito uno striscione “Sin justicia no hay fútbol – intenzionati a interrompere tutto, per rispetto delle proteste nel paese e delle vittime. In più la finale di Copa Libertadores Flamengo-River Plate, che si doveva giocare a Santiago, si è giocata a Lima, in Perù.

 


Il meglio della finale di Copa Libertadores tra Flamengo e River Plate


 

Si è schierata anche la Nazionale: la Roja martedì scorso avrebbe dovuto giocare con il Perù, ma i giocatori hanno deciso che no, non era il caso. Amichevole annullata, Gary Medel, che gioca nel Bologna ed è il capitano della Nazionale cilena, ha spiegato: “Siamo giocatori di calcio, ma prima di tutto persone e cittadini. Rappresentiamo un paese completo e oggi il Cile ha altre priorità. C’è una sfida più importante da giocare: quella della parità e del cambiamento, affinché tutti i cileni vivano in un paese più giusto. Sosteniamo le manifestazioni della nostra gente, ma senza violenza, e senza feriti. Il Cile ha bisogno di pace, ma non di dimenticare le richieste che hanno dato origine a questa sommossa”. È la posizione dei giocatori cileni più importanti, che hanno scelto di parlare da subito: Vidal, Alexis Sanchez e altri ancora hanno da subito chiesto ai potenti una risposta per la gente in piazza, una soluzione pacifica mentre i nervi erano scoperti.

  

Quando il calcio è da una parte, quella è la parte del popolo. Per questo i regimi hanno sempre cercato di appropriarsene: Pinochet fece dell’Estadio Nacional un campo di concentramento per dissidenti (che lì venivano torturati e uccisi) ma in quello stadio, ripulito per l’occasione, costrinse il Cile a una partita fantasma. Si doveva giocare contro l’Urss, spareggio per un posto nel Mondiale del 1974 in Germania, ma i sovietici decisero di non mandare la loro squadra in uno stadio sporco del sangue degli oppositori. Così il 21 novembre 1973 in quella partita c’era solo il Cile, che per ordine di Pinochet segnò anche un gol, senza alcun avversario, in uno dei giorni più surreali e tristi che il Pallone abbia mandato in terra.

 

Ora, però, il calcio è strumento di opposizione: spontanea, popolare come l’intera protesta di questi giorni a Santiago del Cile. Le due barras bravas del Colo Colo (la Garra Blanca) e della Universidad de Chile (Los de Abajo) quando c’è una partita si armano delle “spade di quartiere” e si fanno la guerra nel vero senso della parola. Il derby lì lo chiamano il Superclásico, il Colo Colo e la “U” sono le due squadre che hanno vinto più di tutte e hanno le tifoserie più calde. Negli anni questa partita è sempre stata un incrocio di fatti violenti gravissimi: 70 arresti nel 1993, due tifosi diciassettenni del Colo Colo uccisi nel 1999 da colpi di arma da fuoco, 168 feriti nel 2003 in una partita sospesa dopo 55 minuti per una pietra che dalla tribuna aveva colpito Pinto, un giocatore della “U”. Tutto è nato il 12 maggio del 1940, quando Dominguez del Colo Colo prese a cazzotti Balbuena dell’Universidad dopo un brutto fallo. Non hanno mai smesso. Tranne da un mese a questa parte: le due tifoserie hanno allargato l’idea alla base delle loro squadre, ora “spade della nazione”. Il nemico è un altro: è il liberismo del governo, sono le politiche sociali, è il presidente Piñera che ha deriso i manifestanti e ha chiesto scusa ma troppo tardi. La gente resta lì e anche i tifosi.

 

I cileni continuano a mostrare scene che, dicono, “in uno stadio non potresti vedere mai”: le bandiere delle due squadre che marciano insieme, le uniche in cortei in cui non ci sono simboli politici né di partiti. I tifosi, che si sono incontrati per caso nei primi raduni in piazza Italia, con una sola voce cantano “Sólo le pido a Dios” e “Chile Despertó” tra milioni di cileni ancora riversi per le strade. È un momento che sta durando, quello in cui la barricata è unica, non c’è un pallone a dividere ma una giustizia sociale da reclamare insieme. Anche le società hanno scritto un comunicato congiunto in cui “mettono da parte la rivalità sportiva” per invitare “tutti i cileni a cercare lo spazio per un dialogo pacifico e a manifestare in modo responsabile per le loro legittime richieste”.

 

Le due barras bravas hanno preso subito la stessa posizione, quelle delle altre squadre del Cile si sono allineate. Si oppongono anche alla ripresa del campionato, boicottano le iniziative dell’Anfp, la Federcalcio cilena, che vorrebbe far ripartire il calcio. Il messaggio è stato scritto appena si era deciso di ricominciare con il campionato. Su ogni mezzo, perché venisse rilanciato nella rete e nelle piazze: “Il governo – hanno scritto – vuole dare un senso di normalità attraverso il calcio e creare una falsa realtà. Intendono utilizzare i club come strumento politico a favore dei loro interessi. Vogliono stancarci, annoiarci, alienarci e farci dimenticare la lotta”. Il calcio arma di distrazione (anche Pinochet organizzava amichevoli a Santiago quando sentiva a rischio il suo regime, per evitare che i cileni si riversassero in strada) che si scontra contro il calcio strumento di lotta: “Stiamo lottando per cose più grandi. Non ci fermeremo fino a quando non avremo un paese più dignitoso, giusto, equo”.

 

Le foto, le immagini, tutto quello che dal Cile aiuta a capire i motivi, ma anche le facce della protesta, mostrano tifosi con le maglie delle squadre di Santiago (anche dell’Universidad Católica, altra squadra della capitale) nelle stesse piazze, che si soccorrono quando sono feriti, che lanciano oggetti contro i carabineros (accusati di metodi illegali di repressione) nel pieno della rivolta. Le testimonianze sono incredule, chi è nella folla dei manifestanti si domanda se tutto questo è vero. Lo è: nessuno ha mollato la sua bandiera, sventolano vicine. Quando si accendono i fumogeni, i colori si mischiano. Proseguiranno, giurano. Un fenomeno come quello che nella Turchia del 2013 fu denominato Istanbul United: le tifoserie delle tre squadre della capitale (Galatasaray, Fenerbache e Besiktas) diverse tra loro per valori e radici culturali, nemiche in un campo di calcio, si unirono alla gente che protestava contro Erdogan. Anche qui bastò un fattore scatenante, l’annunciato smantellamento di Gezi Park. È il sentimento d’azione che l’essere tifoso porta con sé: lo stadio spesso è una triste arena di scontri e ideali. Ma anche gli ideali hanno una scala di priorità, possono essere superiori a una partita. Ieri era in Turchia, oggi in Cile.

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