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Il bronzo della Di Martino, che è volata più in alto della paura

L'atleta di salto in alto va sul podio, squalificata per doping la Chicherova. Ma la medaglia dell'italiana ai Mondiali di atletica ha un significato particolare

1 Ottobre 2019 alle 08:19

Il bronzo della Di Martino, che è volata più in alto della paura

Antonietta Di Martino (foto LaPresse)

Oggi l’Italia ha vinto un’altra medaglia di bronzo. Questa medaglia però è diversa da tutte le altre. È diversa perché ha dieci anni: a Berlino 2009, ai Campionati del Mondo, la nostra immensa Antonietta Di Martino arrivò quarta, ma quarta non era. La seconda classificata di quel giorno, la russa Anna Chicherova, è risultata, dopo dieci anni, positiva a un controllo antidoping, mettendo al collo di Antonietta un bronzo mondiale, che si aggiunge all’argento dei Campionati del Mondo di Osaka nel 2007 ed al bronzo di Daegu 2011. Meglio tardi che mai? Si, certo mi sembrerebbe una bestialità affermare il contrario.

 

Ogni volta però che assisto a questo tipo di cerimonie provo sentimenti in forte contrasto tra loro. Da un lato c’è la felicità per chi vede riconosciuto il proprio valore, dall’altro la delusione, la tristezza nel constatare che la macchina dell’antidoping è lenta, è una tartaruga che rincorre un ghepardo, e questo ghepardo ha le facce, i muscoli e i risultati di tutti quegli atleti che per vincere si sono drogati, rubando i sogni e la fatica degli altri, facendo spesso sentire i propri avversari inadeguati e perdenti. Rubare purtroppo è insito nell’animo umano, l’uomo ruba, mente, prevarica in ogni ambito della vita, ma nello sport fa più male, e spesso ho provato a capire perché. Perché guardando Antonietta ricevere la sua medaglia stasera avevamo tutti gli occhi lucidi? Perché lo sport è il mondo dell’ideale, dell’eroico, “una guerra senza morti”, dove c’è un metro, un cronometro, un risultato a stabilire chi è il più forte, è il merito che incorona i migliori, e chi tradisce questo patto che la fatica e la genetica fanno con l’opportunità è ladro tre volte, perché ruba i sogni presenti, passati e futuri dei suoi avversari e di chi verrà dopo di loro.

 

Anna non voleva fare del male ad Antonietta, anzi magari le voleva anche bene dopo anni di allenamenti e gare insieme. Anna semplicemente aveva più paura di perdere che voglia di vincere. È questo il doping, paura, la paura di non bastare, di non essere all’altezza dei propri sogni. Guardo Antonietta, il piccolo Francesco in braccio, suo marito al suo fianco e penso che questa medaglia, arrivata veramente troppo tardi, sarà appesa in casa di Antonietta ed ogni giorno le ricorderà che lei non ha avuto paura.

Silvia Salis

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