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Il ciclismo tra due generazioni. Cassani e il Mondiale di Harrogate

I vincenti che non mollano, i giovani pronti a conquistare tutto, i piani dell’Italia “gregaria” che non demorde. Parla il ct della nazionale italiana

29 Settembre 2019 alle 06:06

Il ciclismo tra due generazioni. Cassani e il Mondiale di Harrogate

Foto tratta dalla pagina Facebook di Matteo Trentin

C’è un filo di seta lungo duecentottantacinque chilometri che è un crinale tra ciò che è stato e prova a continuare a essere e quello che verrà anche se si è già intravisto. È un filo di seta che si annoda e si raggomitola, che prende forma in due facce di una stessa statua, un Giano maestoso che si erge su di una bicicletta. Una statua che è fatta della stessa sostanza di ciò che la circonda: un volto morbido e sinuoso come le colline delle Yorkshire, ma resistente e determinato a resistere a tutto come i frassini e le querce che macchiano di ombre scure la distesa smeraldina dei pascoli; un altro spigoloso e oscuro, perché sotterraneo, ma pronto a incantare lo sguardo e a prendere spazio, come le grotte che corrono per centinaia e centinaia di miglia sotto i panettoni del Dales.

 

Il Mondiale di ciclismo 2019 di domenica prende le forme delle terre che lo ospita, lo Yorkshire. Si vuole trasformare in uno spartiacque tra due mondi, tra due generazioni. Tra quelli che hanno vinto e che non vogliono smettere e quelli che vinceranno e che a vincere hanno già iniziato, ma ancora non abbastanza. Almeno a loro giudizio. “Siamo in mezzo a un guado, a metà strada tra un futuro che sta diventando presente e un presente che non vuole diventare passato”, dice al Foglio sportivo il ct della Nazionale italiana di ciclismo Davide Cassani.

 


Il ct della Nazionale Davide Cassani (foto tratta dalla sua pagina Facebook)


 

Due generazioni che si scontrano, che vogliono darsi battaglia. Da un lato gli intramontabili, i Valverde, i Gilbert, i Van Avermaet, gente da mille corse e un sacco di vittorie; dall’altra gli Evenepoel, i Van der Poel, i Pogacar, ragazzi dai grandi sogni e dalle immense potenzialità, arrivati veloci e affamati a competere con i migliori. E in mezzo i Sagan, gli Alaphilippe, i Matthews, inseguitori dei primi, anticipatori dei secondi, ma con altri modi, con un altro piglio, la stessa forza.

 

Perché in fondo è una questione di gambe e volontà il ciclismo, nient’altro. Un grande circolo che ciclicamente si chiude per ripartire in modo nuovo eppure identico a se stesso. “È l’alba di un ciclismo inedito, eppure non diverso da quello dei Merckx che vincevano le Sanremo a vent’anni, dei Saronni che conquistavano i Giri d’Italia a ventuno”, riflette Cassani. “È in atto un cambiamento radicale che deriva dal fatto che i giovani si allenano di più e meglio: quello che una volta faceva l’allievo lo fa l’esordiente, quello che faceva lo junior lo fa l’allievo e così via. E questo li fa arrivare più competitivi al mondo del professionismo”.

 

Non è solo una questione di allenamento però, c’è dell’altro: il ritorno a un abbraccio totale alla bicicletta, a una passione viscerale per tutte le sue dimensioni. “La grande novità che si è imposta negli ultimi anni è il superamento dei divisori che separavano i vari modi dell’andare in bici. Pista, ciclocross, mountain bike, strada sono tornati a diventare un tutt’uno”. D'altra parte chi ha vinto negli ultimi anni grandi corse alla bicicletta da strada è arrivato dopo aver pedalato a lungo in pista (Viviani, S. Yates e Thomas), nel ciclocross (Van der Poel, Van Aert, Alaphilippe), in sella a una Mountain bike (Bernal e Sagan), oppure mescolando tutto come Van der Poel, uno dei favoriti di domenica. “E questo vuol dire che tutto ciò ti fa crescere, ti fa affinare delle caratteristiche che oggi sono vincenti”, sottolinea Cassani.

 

Una rivoluzione che si palesa in una voglia matta di fare, di inventare, di tentare di scardinare consuetudini e gerarchie. “Forse perché nel ciclocross, nella mountain bike, in pista l’attesa è qualcosa che non esiste. Forse perché sono forti e non hanno paura di nulla e quindi attaccano. Da lontano e a ripetizione. Hanno voglia di correre, tutto l’anno, ovunque”.

 

Uno scenario che Cassani aveva già intravisto quando aveva accettato il ruolo di ct della Nazionale nel 2014. “Per far crescere il movimento – aveva detto – la via è quella di aumentare gli sforzi per far pedalare i ragazzi, qualsiasi sia la disciplina”. D'altra parte quello della bicicletta è un universo semplice, fatto di un’unica regola: far muovere due pedali che fanno scorrere una catena che fa girare due ruote. E per far pedalare i ragazzi il modo più semplice è quello di far loro capire quanto può essere magnifico andare in bicicletta. “Ancora oggi ho addosso la stessa adrenalina e la stessa emozione di quando tifavo Gimondi. Mi alzo e sono contento di uscire a pedalare. Ora che si corre il Mondiale mi sembra ancora di essere il Davide del 1983, quello che Alfredo Martini aveva chiamato in Nazionale”. Per questo uno dei primi passi fatti dal ct è stato quello di convincere la Federazione “che ai ragazzini non si deve insegnare uno sport, ma un gioco”, perché “devono divertirsi, giocare, imparare” perché a quell’età “la bicicletta dev’essere un mezzo per scoprire il mondo, per addentrarsi nella vita, qualcosa di famiglia”. 

Un concetto che Cassani ha espanso, allargato, dilatato sino ad adattarlo perfettamente a tutte le Nazionali azzurre: gioco, divertimento e volontà di sacrificarsi l’uno per l’altro quasi fosse la maglia azzurra una missione, una seconda casa. Quella che durante l’anno “condividono under e professionisti, in modo da far crescere i giovani mettendoli a confronto diretto con i migliori”. Questo il senso della partecipazione della squadra nazionale alle principali corse italiane.

 

Un modo nuovo di proseguire una lezione antica: “Come ct cerco di mettere in pratica quello che mi ha insegnato Martini: far sentire importanti tutti, dal campione al gregario”. Un progetto che ha iniziato a ingranare col tempo, perché di tempo e pazienza aveva bisogno, quello che gli ha concesso la Federazione. Perché ci sono voluti cinque anni per raccogliere i primi risultati, ma questi sono arrivati con le due vittorie di fila ai campionati europei.

 

E quella scritta che nello Yorkshire si leggerà sulle maglie azzurre, quella di Gimondi, “non mollare mai fino alla fine” è quella che Cassani si è tatuato nel cuore e ha infuso ai suoi. Perché “quando sono stato in Nazionale (nove campionati del mondo disputati, nda) ho sempre corso per la squadra, non ho mai pensato al mio risultato personale e non me ne sono mai pentito anche se una volta potevo giocarmi un Mondiale. Fare il gregario è qualcosa che ho provato sulla mia pelle e cerco di farlo capire ai ragazzi”. Una lezione che Trentin, Colbrelli, Moscon, Bettiol, Ulissi, Cimolai, Puccio, Visconti hanno appreso e che proveranno a mettere in pratica verso Harrogate. Perché se i favoriti sono altrove, a volte è il gruppo a trasforma l’inatteso in impresa.

 


La nazionale italiana durante il ritiro di Torbole (foto tratta dall'account Twitter della Federazione ciclistica italiana)


 

E mentre chiude gli occhi Cassani vede “50 corridori che si danno battaglia e nel finale 2 o 3 con poche centinaia di metri di vantaggio sugli altri. E tutti vanno a tutta e non si capisce se possono arrivare oppure no”. Il finale? Lo si scoprirà domenica.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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