Che sta succedendo a Vettel?

C'è chi lo considera bollito, chi sopravvalutato. Non è così. Perché il pilota tedesco non può aver disimparato ad essere competitivo

Fabio Tavelli

Fossimo nel calcio sarebbe tutto più facile. Via Binotto e dentro il “traghettatore”. E se al posto di Camilleri ci fosse Zamparini al mercato di riparazione via Vettel e dentro uno qualunque andando a caccia di un crack per l’anno prossimo. Albergano nelle menti più compromesse dalla malattia del tifo i pensieri più fantasiosi. Che dividono in due fazioni ben distinte i detrattori del biondino di Germania. Da una parte ci sono quelli che lo considerano bollito. Dall’altra invece coloro che pensano sia semplicemente sopravvalutato e che i quattro titoli siano merito dell’auto che guidava. Naturalmente non c’è niente di più falso in entrambe le teorie. Ma occorre dire qualcosa di meno originato dall’addome, attitudine peraltro molto in voga nei tempi che abbiamo in sorte di vivere.

 

Esistono due dimensioni della questione.

 

La prima è umana, la seconda meccanica. Partiamo da questa. Dopo dieci GP, nei quali Vettel ha alternato alcune cose buone ad altre, molte di più, decisamente pessime, non è più un mistero che la SF 90 non è la macchina che si adatta meglio al suo stile di guida. Tecnicamente gli risulta più complicato gestire nel modo migliore possibile la parte anteriore quando affronta una curva. Non credo sia illegittimo chiedersi: ma se alla Ferrari hanno sempre detto, anche in maniera chiara ed inequivocabile, che Vettel era (tecnicamente ancora è) la prima guida… perché hanno fatto una macchina che si adatta meglio a Leclerc? La soluzione ce l’hanno gli ingegneri, beati loro, ma noi che ci teniamo i dubbi non possiamo non porci delle domande. Come anche non è del tutto peregrino riflettere su un altro fatto: la macchina dello scorso anno se aveva un difetto era nella velocità di punta…come mai questa va decisamente più veloce, anche più della Mercedes in rettilineo, e paga cara ogni curva che affronta? Ma soprattutto: se facessimo una lista della spesa sommando tutti i circuiti e mettendo da una parte i rettilinei e dall’altra le curve… troveremmo più le parti dritte o quelle dove si muove il volante? Inorridiranno, gli ingegneri, a queste inaccademiche considerazioni. Ce ne faremo una ragione.

 

Spiegare invece il secondo livello, quello psicologico, che sta facendo pensare molti che sia ora di puntare solo su Leclerc ha una complessità superiore. La premessa è che non è colpa di Vettel se la sua Red Bull andava come un missile e che dire: “Con quella macchina avrei vinto anch’io” non si può sentire. La questione da affrontare in via prioritaria è molto semplice: concentrarsi su quello che manca o su quello che c’è? Perché se ci si focalizza sul primo dei due argomenti il discorso finisce presto. Mancano i risultati, manca un’auto con la quale Seb abbia il giusto feeling, manca fiducia in lui dopo che lo stesso ha commesso un sacco di errori. Ok, se ci fermiamo qui allora tocca all’ufficio legale capire come sarà possibile uscire un anno prima dal suo contratto senza perderci troppo. Volendo invece andare oltre tocca lavorare sulle motivazioni, far leva sulla voglia di riscatto senza cercare per forza di strafare ma rimettendosi con disciplina a fare bene le cose semplici provando a tirar fuori tutto il meglio possibile anche dalle situazioni complicate. Vettel non può aver disimparato ad essere competitivo a quei livelli. Un anno fa ad Hockenheim buttava via una vittoria sicura ma non era primo per caso, stava dominando. Non si tratta di una difesa d’ufficio ma di un tentativo di comprensione. Se poi nel suo intimo l’uomo ha cominciato ad ascoltare le considerazioni di chi lo denigra e una parte di lui un po’ ci crede, allora gli farà bene stamparsi una delle massime di Alì dopo il primo match contro Frazier: “Non è grave quando cadi, lo è se non ti rialzi”.

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