Gianluca Petrachi (foto LaPresse)

Se l'addio di Totti deve diventare Petrachi, tanto valeva tenersi la lira

Luca Marcenaro

Il sogno americano della Roma che si è perso per strada

Quando agli albori della Roma americana Franco Baldini, non ancora testa grigia, si presentò alla città con un’intervista a Repubblica punzecchiando il Capitano e con lui la retorica dei gladiatori tatuati, in molti strabuzzarono gli occhi. Molti altri, più intimamente, tirarono un sospiro di sollievo. La trattoria Roma guidata da Rosella Sensi, Daniele Pradè, Claudio Ranieri, Francesco Totti e Daniele De Rossi, si era avvitata su se stessa e sui suoi debiti bancari.

 

 

L’idea di un mondo nuovo che avrebbe spalancato sorti magnifiche e soprattutto progressive, affascinò anche il cuore di chi non aveva coraggio di manifestarlo. Potenza delle parole: brand, marketing e trading, divennero in un lampo linguaggio quotidiano, sinonimi di futuro, progresso, sviluppo, crescita. Crescita, crescita, crescita. Sotto sotto, guai a dirlo, fecero sognare. C’era una volta un progetto. Aziendale, certamente. Forse speculativo. Per la comunità che si rigirava nel letto con l’incubo di una nuova cordata romana di imprenditori con soldi pochi, idee pochissime, ma con i soliti, numerosissimi agganci, fu come spalancare le finestre in una notte di calura. Aria fresca, o meglio condizionata, americanamente parlando. L’orgoglio autarchico e sovranista lasciava il passo a un respiro più grande, più professionale, potenzialmente rivoluzionario: comprare i talenti più formidabili ancora giovanissimi e farli crescere, siamo la Roma, non siamo l’Udinese, con il lupetto stilizzato sul petto. Non il fascino dei petroldollari, quello piuttosto esercitato da un’idea e da una speranza. Non avremmo magari mai vinto – ci si diceva – o forse invece sì. Stava, in quel forse, tutta la differenza del mondo. Il sogno.

 

Otto anni più tardi, il sogno si è perso per strada. Niente giovani, niente progetto, nessunissima idea di sviluppo. La rottura sentimentale tra i romanisti e i manager all’americana, non va cercata nel rapporto malamente consumato con Totti e De Rossi – il tempo passa, il mondo cambia – quanto piuttosto nella sua alternativa. La Roma americana è il Nando Moriconi di Albertone Sordi. Il tiriamo a campare di sensiana memoria, quando il calciomercato era uno stringer di denti nella speranza di acciuffare qualche svincolato con pochi colpi in canna da sparare.

 

Oggi, al posto del Sabatini che portava il giovanissimo Luis Enrique, inseguendo la chimera di un “calcio arrogante”, l’azienda “mericana” furbeggia in penombra per strappare a Urbano Cairo il direttore sportivo più normale del mondo, tal Gianluca Petrachi. E’ qui che il romanista ributta lo sguardo all’indietro. A quando, poverello e sempliciotto, poteva vantare comunque un’identità rassicurante, in un certo senso unica. Totti, De Rossi, e per qualcuno persino Claudio Ranieri, la rappresentavano benissimo. Oggi, l’addio di Totti è soprattutto l’arrivo di Petrachi. Quello di De Rossi promette una Roma rappresentata dall’ordinario, ma romanissimo, Florenzi. C’è un detto romano, c’è sempre un detto romano capace di spiegare perfino a Pallotta il sentimento inespresso del tifoso romanista: “Peppa per Peppa mi tengo Peppa mia”. A conti fatti, voltare le spalle al passato per aprire le porte al futuro è un grande spavento. Eppure porta in sé quell’affascinante emozione del cambiamento, la speranza di campare meglio. Ma voltare le spalle al passato per niente? E rinunciare, per niente, a quei simboli che ti hanno permesso di ribattere al bar? Che di trofei sempre pochi, noi, ma vuoi mettere lo spirito di appartenenza, l’unicità simbolica del campione romano de Roma? Rinunciarci? E a che pro? In cambio di una gestione stanca, da curatori fallimentari? Ma va là. Un po’ come l’Unione europea. Forse forse. Se Stati Uniti d’Europa non si può, meglio metterla da parte, chiudere la porta di casa, e addio generazione Erasmus, si torna con gli amici del muretto. E se l’addio di Totti deve diventare Petrachi, tanto valeva tenersi la lira.

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