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Troppo vento e troppo Nadal

Federer e quella domanda da non fare

7 Giugno 2019 alle 20:06

Troppo vento e troppo Nadal

Rafa Nadal e Roger Federer escono dal campo dopo aver giocato la semifinale del Roland Garros (foto LaPresse)

[Anticipiamo un articolo del numero del Foglio Sportivo in edicola domani, sabato 8 giugno].


 

È finita con una risposta di rovescio fuori di un metro la trentanovesima sfida tra Roger Federer e Rafa Nadal. Lo spagnolo ha vinto 6-3 6-4 6-2 dopo due ore e venticinque minuti. Troppo vento, troppa terra, troppi anni. E soprattutto troppo Rafa, che domenica giocherà la sua dodicesima finale al Roland Garros, torneo che ha vinto undici volte.

 

Quando Federer ha abbandonato il campo, tutto il pubblico si è alzato in piedi, anche Nadal si è fermato ad applaudire l’uscita di scena del suo avversario. I due giocatori si sono rincorsi per tutta la vita, hanno avuto paura di essersi persi e invece si sono ritrovati. Succede da quindici anni. E’ un riflesso incondizionato, una buona abitudine. Ogni volta che viene ufficializzato il tabellone di un torneo, l’occhio va subito a cercare prima di tutti i nomi di loro due. Sono dalla stessa parte? Quando si incontrano? Chi devono battere? E da lì cominciano i calcoli, gli scongiuri, e da qualche anno anche qualche timore: “Speriamo che non si facciano male prima”. Gli avversari sono comparse anche quando li battono.

 

Roger Federer e Rafa Nadal hanno trentotto e trentatré anni e sono ancora il derby del tennis. E non è soltanto un’inutile rivendicazione del passato. No, non si tratta di ombre, né di fantasmi, in campo i ricordi e la gloria dei bei tempi andati non giocano al tuo posto. Non è solo nostalgia, è spettacolo. Oggi a Parigi è finita in modo perentorio, lo spagnolo numero due del mondo ha giocato da cannibale, Federer ha avuto due occasioni per alzare la testa e le ha sprecate. Ma come si fa a rimanere lucidi contro uno che prende tutto e tutto scaraventa dall’altra parte della rete? Rafa è ovunque, lo svizzero fa quello che riesce: recupera smorzate imprendibili, lascia andare rovesci lungolinea da manuale che rimbalzano sulla riga e non basta. Allora si arrabbia, lancia una pallina fuori dal campo e riceve un warning per ball abuse. Nel suo box Ivan Ljubičić sbuffa, ci sarà da soffrire, come al solito. Il pubblico lo chiama “Roger”, vuole vedere il sangue. Lui è pieno di polvere, colpa del vento e di chi non sa gestirlo. A fine partita, dopo che i due avversari si sono stretti la mano per qualche secondo, qualcuno si è domandato se questa semifinale sia stata l’ultimo atto di Federer a Parigi. Altri, più saggiamente, hanno smesso di farsi queste domande tempo fa per evitare di soffrire inutilmente ogni volta. E poi perché parlare di ritiro a uno che arriva in semifinale al Roland Garros e perde contro il più forte di tutti sulla terra rossa? “Non pensi sia arrivato il momento di smettere?”, hanno chiesto a Ken Rosewall un giorno. “Non riuscite a mettervi in testa che a me giocare a tennis piace?”, ha risposto lui.

Giorgia Mecca

E’ nata a Torino il 6 novembre 1989. La prima volta che ha visto la capitale, nel 2010, ha deciso  che quello sarebbe stato un buon posto in cui fermarsi. Ha studiato lettere alla Sapienza, prima antiche e poi moderne. Adesso vive tra Roma e Torino, rimpiangendole entrambe. Legge molti libri, alcuni li recensisce per il Foglio. Quando non è in treno, gioca a tennis e si diverte moltissimo.

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