Troppo vento e troppo Nadal

Giorgia Mecca

Federer e quella domanda da non fare

[Anticipiamo un articolo del numero del Foglio Sportivo in edicola domani, sabato 8 giugno].


 

È finita con una risposta di rovescio fuori di un metro la trentanovesima sfida tra Roger Federer e Rafa Nadal. Lo spagnolo ha vinto 6-3 6-4 6-2 dopo due ore e venticinque minuti. Troppo vento, troppa terra, troppi anni. E soprattutto troppo Rafa, che domenica giocherà la sua dodicesima finale al Roland Garros, torneo che ha vinto undici volte.

 

Quando Federer ha abbandonato il campo, tutto il pubblico si è alzato in piedi, anche Nadal si è fermato ad applaudire l’uscita di scena del suo avversario. I due giocatori si sono rincorsi per tutta la vita, hanno avuto paura di essersi persi e invece si sono ritrovati. Succede da quindici anni. E’ un riflesso incondizionato, una buona abitudine. Ogni volta che viene ufficializzato il tabellone di un torneo, l’occhio va subito a cercare prima di tutti i nomi di loro due. Sono dalla stessa parte? Quando si incontrano? Chi devono battere? E da lì cominciano i calcoli, gli scongiuri, e da qualche anno anche qualche timore: “Speriamo che non si facciano male prima”. Gli avversari sono comparse anche quando li battono.

 

Roger Federer e Rafa Nadal hanno trentotto e trentatré anni e sono ancora il derby del tennis. E non è soltanto un’inutile rivendicazione del passato. No, non si tratta di ombre, né di fantasmi, in campo i ricordi e la gloria dei bei tempi andati non giocano al tuo posto. Non è solo nostalgia, è spettacolo. Oggi a Parigi è finita in modo perentorio, lo spagnolo numero due del mondo ha giocato da cannibale, Federer ha avuto due occasioni per alzare la testa e le ha sprecate. Ma come si fa a rimanere lucidi contro uno che prende tutto e tutto scaraventa dall’altra parte della rete? Rafa è ovunque, lo svizzero fa quello che riesce: recupera smorzate imprendibili, lascia andare rovesci lungolinea da manuale che rimbalzano sulla riga e non basta. Allora si arrabbia, lancia una pallina fuori dal campo e riceve un warning per ball abuse. Nel suo box Ivan Ljubičić sbuffa, ci sarà da soffrire, come al solito. Il pubblico lo chiama “Roger”, vuole vedere il sangue. Lui è pieno di polvere, colpa del vento e di chi non sa gestirlo. A fine partita, dopo che i due avversari si sono stretti la mano per qualche secondo, qualcuno si è domandato se questa semifinale sia stata l’ultimo atto di Federer a Parigi. Altri, più saggiamente, hanno smesso di farsi queste domande tempo fa per evitare di soffrire inutilmente ogni volta. E poi perché parlare di ritiro a uno che arriva in semifinale al Roland Garros e perde contro il più forte di tutti sulla terra rossa? “Non pensi sia arrivato il momento di smettere?”, hanno chiesto a Ken Rosewall un giorno. “Non riuscite a mettervi in testa che a me giocare a tennis piace?”, ha risposto lui.

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