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Giro d'Italia d’antan. Parla Guido Messina, la più antica maglia rosa vivente

La prima bici, gli esordi, i duelli con Anquetil, la fuga come atto di coraggio e quella volata vincente nel 1955 che lo ha portato a vestire il colore più ambito

14 Maggio 2019 alle 06:06

Giro d'Italia d’antan. Parla Guido Messina, la più antica maglia rosa vivente

foto LaPresse

Scattò a cinquemila metri dall’arrivo: “Era la mia occasione, la mia distanza, la mia corsa. Cinquemila metri, da solo, contro tutti. E giocavo in casa: da San Mauro a Torino, poi corso Casale, infine Motovelodromo”. Era andata così: “Il gruppo aveva appena ripreso il mio compagno Tino Coletto, in fuga sul Sambuy. Ci fu un attimo di tregua. Presi una spinta, tipo americana, proprio da Coletto. Scattai. Guadagnai un centinaio di metri. Mi erano sufficienti”. Abbassò la testa, appiattì la schiena, mulinò i garretti: “Quei 5.000 metri li feci alla morte. Raggiunsi – mi dissero – anche una trentina di secondi di vantaggio. Poi resistetti. Entrai in pista da solo. Anello in cemento, folla in piedi, boato da brividi. Vinsi”. Cinque secondi su un olandese, Daan De Groot, 9” su Franco Aureggi, il belga Henri Van Kerckhove e Tranquillo Scudellaro, 23” sul gruppo di Van Looy, Magni, Coppi, Nencini, Koblet, Defilippis… Era il 14 maggio 1955, la prima tappa del Giro d’Italia. E lui è la più antica maglia rosa vivente.

 

 

Guido Messina era il re dell’inseguimento su pista: un oro olimpico (a squadre, 1952), due ori mondiali fra i dilettanti (1948 e 1953, più due bronzi), un oro mondiale fra i professionisti (1954), ne avrebbe conquistati altri due (1955 e 1956), più tre titoli italiani (dal 1954 al 1956). “Quel giorno l’inseguimento lo feci su strada. Come una lepre che fugge a una muta di cani. E io ero la lepre. Ma nel ciclismo la fuga non è un atto di codardia: è un’azione di coraggio. Bisogna lanciare la sfida, gestire le forze, gambe e polmoni, cuore e testa, non voltarsi mai, crederci fino in fondo”.

 

Siciliano: “Monreale. Papà mugnaio, mamma a casa con quattro figli, io il più piccolo. Scuole, il minimo: elementari. Poi lavoro: con mio padre, tirando su e giù da un carretto sacchi di farina da 50 chili, poi garzone da un ciclista mancato, il mio compito era raccogliere i soldi di chi era in ritardo con quelli dell’affitto. Loro scappavano, io li inseguivo. Cominciò tutto così”. Emigrato: “Da Monreale a Torino, su un treno, in terza classe, quattro giorni di viaggio. Un altro lavoro: da Bruno, anche lui siciliano di Monreale, con un negozietto di bici in piazza Savoia. Da lui, con lui, casa e bottega. Quando seppe che avevo la passione per il ciclismo, e che al paese la domenica correvo, senza allenamento e senza bici, facendomi prestare la bici dagli amici, mi dette una possibilità”. Corridore: “La prima corsa, a 15 anni, nel 1946, ancora in Sicilia. ‘Stacchiamolo’, si dicevano. Ma io tenevo duro. ‘Stacchiamolo’, si ripetevano. Ma io li riprendevo. ‘Stacchiamolo’, si ostinavano. Mi fecero morire, ma arrivai, sesto su sei. E la prima corsa al nord, a Genova, nel 1947, leggendo un annuncio sulla ‘Gazzetta’. Mi alzai alle quattro di mattina, che poi era ancora notte, presi il treno a Porta Nuova alle cinque, solito vagone di terza classe, a Genova alle sette e mezzo, colazione in un bar, cappuccino brioche e tanto zucchero, partenza alle otto, un centinaio di partenti, su e giù, su e giù, ogni salita perdevamo una decina di corridori finché rimanemmo in tre, a quattro-cinquemila metri dal traguardo detti una botta, li staccai, vinsi da solo”.

 

La bicicletta da strada: “Sulla ‘Gazzetta’ fu pubblicato un trafiletto su quella prima vittoria a Genova. Così nel negozio di Bruno spuntò Pierino Bertolazzo, il direttore sportivo di una squadra di professionisti, la Frejus. Parlavano e mi guardavano. Bertolazzo chiese se potesse vedere la mia bici. Bruno gliela mostrò. Bertolazzo si mise le mani nei capelli, spaventato: era un trabiccolo, un carrettino. Mi promise: ‘Te ne do una più bella e più leggera’. Era bellissima e leggerissima. Una Benotto. Con le gomme sottili, da professionista. Mi specializzai in quelle azioni: scattavo, scappavo, arrivavo, da solo. Facevo l’inseguimento, ma su strada. Un giorno cominciai a farlo anche su pista”. La bicicletta da pista: “Prestata dal Comitato della federazione piemontese. Una baracca. Al Motovelodromo di corso Casale. Qualche giro di riscaldamento, poi una prova, non ufficiale. Feci un tempone. E il tempone fu segnalato a Giovanni Proietti, il ct della nazionale italiana. La squadra per le Olimpiadi di Londra del 1948 era già stata selezionata, ma lui volle vedermi in una riunione in pista. Fui opposto al ferrarese Adorato Bandiera e lo raggiunsi. Proietti sembrava disperato: ‘Me li hai rovinati’, disse. Mi convocò comunque per i collegiali a Castell’Arquato, ma rimasi riserva, ero troppo giovane. Lo ero anche un mese dopo per i Mondiali di Amsterdam, ma Giulio Andreotti, appassionato di ciclismo e segretario in qualche federazione, truccò il mio tesserino di un anno, da 17 passai a 18, e fui iscritto. Viaggiai in treno, da Roma ad Amsterdam, con un massaggiatore che non sapeva una parola straniera: eravamo senza biglietti, e quando ce li chiedevano, lui bestemmiava. Arrivammo per miracolo. In semifinale superai il francese Coste, in finale le suonai di santa ragione all’altro francese Dupont. Ero entusiasta. Quando un giornalista, insospettito, mi domandò quanti anni avessi, senza pensarci gli risposi 17. Scoppiò un caso. I francesi fecero reclamo. Proietti quasi mi ammazzò. Sembrava ormai che tutti i commissari tecnici fossero d’accordo per la mia squalifica, quando intervenne il presidente della Unione ciclistica internazionale, che era francese. Disse: ‘Ma non ci vergogniamo?’. Ed è così che fui confermato campione del mondo”.

 

Messina ha vissuto gli anni d’oro del ciclismo, strada e pista: “Fausto Coppi: timido, riservato. La Dama Bianca: la si vedeva alla partenza, i corridori non dicevano nulla, i tifosi la insultavano, lei reagiva e si difendeva. Koblet: elegante, lo superai in finale ai Mondiali del 1954. Anquetil: raffinato, dopo la vittoria ai Mondiali del 1956 mi proposero di perdere la rivincita contro di lui a Parigi per fare la bella, accettai, poi a Parigi, con tutti quegli italiani che erano venuti per sostenere me e l’Italia, cambiai idea, battei Jacques e, per punizione, l’organizzatore mi escluse per un mese da tutte le riunioni in pista. Il Vel d’Hiv a Parigi: così tanta gente, e tutti che fumavano, che da un rettilineo all’altro non si vedeva come se ci fosse stata la nebbia. Il Vigorelli a Milano: ventimila persone dentro e cinquemila fuori, riempito anche il prato per quella che era stata annunciata come ‘la sfida del secolo’, nel 1955, cinquemila metri di inseguimento tra Coppi e me. Avevo un ingaggio di mezzo milione di lire fisso più il 10 per cento dell’incasso. Partii da Torino in macchina con Bertolazzo, mi feci lasciare a Magenta e da Magenta a Milano mi scaldai in bici. Vinsi, e con quei soldi – un milione e 450 mila lire – mi comprai anche un alloggio. Totò al Giro d’Italia: la maglia rosa / è quella cosa / che mai riposa. Il bello della bicicletta: la bicicletta. Il bello del ciclismo: andare forte”. Smesso di correre, e di vincere, nel 1962, Messina ha continuato a pedalare: “Nella vita, con un’autorimessa a Mirafiori, una lavanderia a gettoni tipo americano, le biciclette etichetta Messina, la rappresentanza di bici, manubri, cambi e cerchi, il ruolo di commissario tecnico della nazionale e del comitato piemontese. E sulla bici, con gli amici”. Ottantotto anni, portati alla grande.

 

E quell’antica maglia rosa? “Il giorno dopo la Milano-Torino era in programma la Torino-Cannes, 243 chilometri, con il Colle di Tenda e il Col de Braus. Un tappone da uomini di classifica. Infatti: primo Magni, secondo Coppi, terzo Wagtmans, quarto Nencini… Io caddi, venni staccato, arrivai dietro. Ma ci riprovai: a Genova e ad Ancona fui terzo, a Lido di Jesolo sesto, l’ultima tappa a Milano nono all’arrivo e quarantasettesimo in classifica a un’ora e un quarto da Magni. Ma io ero un uomo da cinquemila metri. Quella maglia rosa la tengo in un cassetto. E se nel cassetto, di solito, c’è un sogno, allora quella maglia rosa è uno di quei sogni che hanno avuto la fortuna di diventare realtà”.

Marco Pastonesi

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