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Una sbronza di calcio inglese

Le quattro finaliste europee, il nostro bisogno di impossibile e la commovente superiorità della Premier

10 Maggio 2019 alle 22:23

Una sbronza di calcio inglese

I giocatori del Tottenham festeggiano dopo la vittoria in Champions League col Tottenham (Foto LaPresse)

Non c’è nulla come lo sport per sublimare il nostro continuo bisogno di eroi e soddisfare la nostra esigenza di impossibile. Per questo – inglesi o no – abbiamo pianto al gol di Lucas al 96’ contro l’Ajax e al fischio finale di Liverpool-Barcellona, quando Anfield tremava come mai prima a memoria d’uomo. Grazie a Dio questi anni non ci lasceranno soltanto Messi e Ronaldo, ma una teoria quasi infinita di eroi momentanei, impensabili e perfetti, a cui 90 minuti prima della loro epifania non avremmo affidato le chiavi della nostra macchina, figurarsi quelle del nostro cuore tifoso. Il calcio è il luogo dell’e invece, e mentre martedì, mercoledì e giovedì sera l’Inghilterra scriveva la storia di questo sport, dopo averlo inventato, io aggiornavo le statistiche della storia delle sbronze.

 

Venerdì mattina sono stato ritrovato su una delle botti di brandy che tengo in cantina, negli occhi la gratitudine immensa a Liverpool e Tottenham per averci liberati da un mese di pippe giornalistiche su quanto è forte Messi e quanto è futuristicamente anni Settanta l’Ajax dei giovani talenti. La birra mi rende sentimentale, lo so, e dopo le due semifinali di Champions League pensavo con tenerezza a chi per una settimana ci aveva spiegato che quando Messi vuole decide le partite da solo – evidentemente martedì sera non voleva – ma soprattutto agli orfani dell’Ajax, costretti ora ad aspettare un altro quarto di secolo prima di vergare nuove poetiche definizioni degli schemi artistico-calcistici degli olandesi.

 

  

E meno male che hanno vinto anche Arsenal e Chelsea in Europa League, salvandoci rispettivamente dall’esaltazione del Valencia come ultima trincea del calcio spagnolo e dagli interisti che avrebbero ripetuto per mesi che “comunque siamo usciti contro una finalista”. Football is coming home, questa volta possiamo dirlo brandendo i nostri boccali senza paura di essere smentiti, ma in realtà non se ne era mai andato. Qualcuno aveva provato persino a farci credere che la Premier League fosse un campionato sopravvalutato, adesso siamo tutti ai piedi di quattro allenatori non britannici che hanno portato quattro squadre che più inglesi non si può (tre della stessa città) in cima all’Europa.

 

Eppure ci avevano spiegato che senza Kane il Tottenham valeva una Sampdoria, che l’Arsenal era morto, che lo spogliatoio del Chelsea era una polveriera e non avrebbe retto certe pressioni, che il Liverpool non avrebbe ripetuto la stagione scorsa. La verità è che il calcio è l’unico sport più incerto di un exit poll, e che in tutti i dribbling di Messi c’è appena una scintilla dell’imprevedibilità che potete trovare in un’azione di una qualsiasi delle partite di calcio giocate ogni giorno in giro per il mondo. Così la suola di un difensore dell’Ajax che devia il tiro di Lucas Moura al 96’ rendendolo imparabile per il proprio portiere manda in fumo settimane di schemi, analisi dei dati e convinzioni mainstream secondo cui chi-gioca-così-non-può-non-andare-in-finale (vecchio capolavoro di paraculismo per cui in caso di eliminazione si può spiegare con lirismo che il-calcio-è-crudele-e-chi-gioca-così-bene-è-destinato-a-fallire-sul-più-bello).

 

Al contempo, un calcio d’angolo battuto con furbizia regala l’orgasmo a milioni di appassionati di calcio in tutto il mondo (ve li immaginate gli editoriali se quel calcio d’angolo lo avesse battuto Messi, l’esaltazione per la Pulce che vede spazi e possibilità dove noi umani vediamo solo due squadre che si posizionano in area?), riscrive la storia delle rimonte e ricorda che l’inferno può essere già qui su questa terra, se non ami il calcio. Le semifinali europee di quest’anno sono grandi momenti di verità, davanti ai quali non c’è statistica, portiere para-rigori o titolare inamovibile che tengano: tutto va dove deve andare. Ci sono verità ineluttabili in questo sport: se anche Dembélé avesse segnato il 4-0 per il Barcellona al 96’ della partita di andata, al ritorno il Liverpool avrebbe vinto 5-0. Ora che la retorica non può più nutrirsi di circo blaugrana e arance meccaniche, si è già buttata a peso morto su Jürgen Klopp – passato dall’essere l’allenatore spettacolare ma perdente a quello per cui tutti lo avevano detto in tempi non sospetti che era il migliore – graziando per il momento Mauricio Pochettino, anche se quella sul Tottenham che non compra nessuno da due sessioni di mercato dovreste averla già sentita.

 

  

Il calcio è molto peggio della politica, tutto può essere usato per smentire quello che è stato detto subito prima o subito dopo (se il Tottenham avesse perso, le due sessioni senza acquisti sarebbero state una colpa, ovviamente). Se questo sport ha un merito su tutti, è quello di non essere metafora di niente. Se ha una colpa, è quella di essere usato troppo facilmente come metafora da chiunque (tremo al solo pensiero di quante volte ancora leggeremo paragoni pigri tra queste due finali e la Brexit). Neppure quattro inglesi per la prima volta nella storia in due finali europee ci salveranno dalle banalità e dal sentimentalismo, uno dei grandi mali della nostra epoca, ma intanto ci hanno liberato dalla Spagna, dalle vedove di Cruijff, dalla retorica del vivaio che può tutto, dai nipotini di Leo (basta sondaggi su “Ronaldo o Messi”, iniziamo a fare “Salah o Kane”), da quelli che la sapevano lunga a inizio stagione e dal supercomputer che aveva previsto la finale Juventus-Barcellona e ancora sta cercando l’aggiornamento di Internet Explorer. L’unica ragionevole spiegazione a quello che è successo tra martedì e giovedì è che Dio esiste e ama il calcio inglese. E che quando si giocano partite così è un peccato mortale essere astemi.

Jack O'Malley

Jack O'Malley nasce a Sheffield quando lo United era in seconda divisione. Dopo un'infanzia felice trascorsa nel cottage di famiglia nello Yorkshire, si trasferisce nella capitale per iniziare una lunga carriera in tutti i settori del giornalismo, fino ad approdare – dopo una parentesi di dieci anni in Italia – all'argomento che più ama: la Premier League. Adora il tè delle cinque, le passeggiate col suo setter nella calma di Hyde Park e non disdegna un buon bicchiere di brandy. Pensa che non ci sia nulla di più bello di Londra avvolta dalla nebbia o sotto la pioggia. Uomo dallo spiccato sense of humour, per il Foglio scrive ogni martedì di calcio inglese nella rubrica "That win the best", titolo che non lo entusiasmava finché dalla redazione non gli hanno spiegato che era la citazione di un film italiano. E' su twitter.

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Commenti all'articolo

  • p.ascari

    13 Maggio 2019 - 16:04

    Ci avranno anche liberato dalle vedove di Crujiff (una c'è davvero..) , ma nello stesso tempo vedove simili ci affliggono con la superiorità del calcio inglese che è tornato a casa, dopo aver previsto la sera prima che le stesse sarebbero state eliminate. Cambia lo strumento, ma la musica dei luoghi comuni è sempre quello. Un tranello nel quale inglesi e non inglesi cascano regolarmente.

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