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Anche le donne marcano a uomo. Così il calcio femminile è diventato “normale”

Bastava smetterla con i paragoni e godersi le partite. La serie A delle ragazze, lo scudetto alla Juve, la Coppa Italia. Il racconto di chi ha seguito tutto dal campo

28 Aprile 2019 alle 06:15

Anche le donne marcano a uomo. Così il calcio femminile è diventato “normale”

All’Allianz Stadium Juventus-Fiorentina è finita 1-0. Domenica si sfidano ancora, a Parma per la Coppa Italia (foto LaPresse)

Settembre 2018. Prima partita di campionato. Prima partita di campionato femminile di calcio. Messaggi e domande ricevute su Instagram:

 

- Ma le partite durano 90’?

- Giocano in 11?

- marcano a uomo?

 

Messaggi e considerazioni ricevuti su Twitter:

 

- perché Sky trasmette il campionato femminile?

- le donne non giocheranno mai come gli uomini

 

Messaggio Whatsapp:

 

- magari quest’anno la mia squadra vincerà lo scudetto.

 

Aprile 2019.

 

Messaggi e domande su Instagram:

- visto che sei a bordocampo puoi chiedere a Cernoia se alle 18 viene a giocare a calcetto con noi?

- vedere 40 mila persone all’Allianz è stato una emozione unica.

 

Messaggi su Twitter

 

- grazie per averci fatto conoscere un campionato bellissimo

- dovrebbe esserci una Atalanta Mozzanica anche nel maschil.

Messaggio whatsapp:

- se avessimo battuto la Juventus, avremmo vinto lo scudetto!

 

Combattuto fino all’ultima giornata, è stato anche il campionato di Fiorentina, Milan, Roma e Atalanta

Sette. Sette mesi. Sono bastati sette mesi, ventidue partite, millenovecento minuti di gioco per far diventare il calcio femminile una straordinaria normalità. Per far conoscere un mondo fino a oggi bazzicato da pochi in un luogo frequentato da molti: agli storici seguaci, parenti, amici si sono aggiunti appassionati di calcio che avevano solo bisogno di scoprire. Di sapere. Di capire che sì, guarda un po’, le partite durano 90 minuti, che, chi l’avrebbe mai detto, a pallone si gioca in 11 indipendentemente dal sesso e che sì, si marca a uomo anche se in campo ci sono delle donne. E che è vero, le donne non giocheranno mai a calcio come gli uomini, non per deficit fisici o tecnici. Semplicemnete perché sono donne.

 

Chi ha seguito questa stagione di serie A femminile ha imparato a mettere da parte ogni pregiudizio dettato dalla non conoscenza. Così smettere di giudicare, di paragonare, ha aiutato a godersi, genuinamente, ciò che accadeva in campo. E’ stato un piacevole esperimento sociologico osservare, con la crescita dell’interesse, l’apprezzamento e il mutare degli atteggiamenti: chi dapprima era scettico è poi diventato un attento osservatore. Le domande un po’ stupide e banali sono scomparse, si sono fatte largo quelle relative ai moduli di gioco, alle caratteristiche tecniche delle calciatrici e la curiosità sulle loro esperienze. Sono passati così sette mesi intensi, vivi, combattuti fino alla fine. Quello che inizialmente abbiamo ripetuto come uno slogan, il campionato più bello di sempre, è stato davvero il campionato più bello di sempre. Mai scontato, combattuto, impreziosito sì dalle belle prestazioni delle prime in classifica, ma anche e soprattutto da tutte le altre squadre. Juventus, Fiorentina e Milan si sono giocate lo scudetto fino all’ultima giornata, negli ultimi novanta minuti. E a portarlo a casa è stato chi nel proprio dna ha tatuato il motto “fino alla fine”. E’ stato il campionato della Juventus che vince anche qui e che anche qui ha rotto le scatole alla Fiorentina; del Milandicarolinamorace, tutto attaccato, appena nato e con la mentalità da grande; della Roma che fatica all’inizio ma che poi si piazza al quarto posto; del “ma dov’è Mozzanica?”, per poi scoprire che è l’Atalanta e che occupa un posto fondamentale nella crescita di tutto il calcio femminile (a loro va assegnato lo scudetto social: sono state portatrici sane dei veri valori dello sport).

 

I quarantamila tifosi dello Stadium, i tantissimi attesi domenica a Parma. E poi la grande domanda: “Dov’è Mozzanica?”

Alla Juventus è andato lo scudetto, quello vero, e il merito di aver organizzato la partita che rimarrà nella storia del calcio femminile. Quel Juventus-Fiorentina che ha portato all’Allianz Stadium 40 mila persone. Quarantamila voci che hanno fatto vibrare lo stadio e le vene di tutti gli amanti dello sport. Perché quella domenica la ricorderemo come un unicum del calcio femminile italiano, ma soprattitto come un grande evento sportivo. Un momento di unione, di festa. Come negli stadi, ultimamente, non se ne vedono più. Quello che dovrebbe essere naturale e scontato, e cioè la partecipazione corretta e sportiva, purtroppo, nella maggioranza dei campi italiani, non lo è più. Ma non nel calcio femminile. Qui si vive ancora in uno straordinario mondo parallelo dove, a parte rarissime eccezioni, c’è rivalità ma si gioca per la conquista della vittoria senza perdere mai di vista l’aspetto più importante: la correttezza. Ed è forse questa attenzione che ha fatto innamorare chi era all’Allianz quella domenica, chi da casa non ha voluto perderselo per poter dire ” io c’ero”. Al di là del tifo, dei colori in campo. Lo stesso atteggiamento che ci auguriamo di vedere domenica, allo stadio Tardini di Parma, che ospiterà la finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Juventus. Sarà impossibile rivedere 40 mila persone sugli spalti, ovvio, ma solo perché l’impianto ne può contenere la metà. Sarebbe bello vedere ancora una volta un grande stadio così pieno di bambini, famiglie, tifosi veri. Perché vorrebbe dire che la giornata dell’Allianz è stata solo il primo passo verso un grande cambiamento culturale.

 

Il tempo è tutto. nella vita. nello sport. Ci è voluto tempo per arrivare, a piccoli calci , fino a qui. Ci è voluto tempo per far capire che il calcio è calcio a prescindere da chi lo pratica. Ci vorrà tempo per cancellare ogni pregiudizio e chissà, quel tempo potrebbe già essere tra qualche mese, in Francia. Lì, nella culla dell’illuminismo, a giugno inizieranno i Mondiali di calcio femminile. Le squadre più forti del mondo si contenderanno il titolo. E tra le squadre più forti del mondo c’è anche l’Italia. Manchiamo da un mondiale da vent’anni. tanto, troppo.

 

Il tempo è tutto.

Adesso è il tempo giusto.

Adesso che si sono accese le luci, è tempo di illuminare.

 

ndr: i messaggi Whatsapp ricevuti sono di mio padre. Deluso dalle vicende della squadra maschile, ha deciso di tifare con la stessa passione, anzi, forse un po’ di più, la squadra femminile. Gioie e dolori doppi.

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