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Per vincere il derby Milan Inter serve una gran botta di karma

Il milanista disamorato che imita Piatek e l'interista che ai cugini invidia l'allenatore con due huevos che neanche il Cholo. Verso la partita più imprevedibile

17 Marzo 2019 alle 06:00

Per vincere il derby Milan Inter serve una gran botta di karma

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero del Foglio Sportivo in edicola sabato 16 e domenica 17 marzo. Potete leggerlo qui]


 

Io non sono superstizioso e alla vista di gesti, riti e rituali scaramantici (fossero anche, perché ahimè anch’essi vi rientrano, i fulminei segni di croce in serie degli sportivi, segnatamente e peculiarmente dei calciatori all’ingresso in campo, alla ripresa, dopo un tiro alto, dopo un fallo, dopo aver tenuto la mano sui coglioni durante una punizione dal limite, dopo aver sputato l’acqua attinta dalla borraccia a un’interruzione del gioco) mi viene un intollerantissimo fastidio verso queste pratiche arcaiche, offensive del divino lume dell’intelligenza. Per non dire degli oggetti, i cosiddetti portafortuna, amuleti, feticci, corni e cornetti, rosari, foto, autografi, immaginette plastificate e effigi di varia natura, cuscini da stadio della propria squadra su cui adagiare settimanalmente la fonte primaria delle sorti di ogni cosa (calcio, per primo, incluso), sciarpe unte e consunte del 1984 che garantirono chissà come una vittoria in trasferta sul campo del Solbiate Olona in un’amichevole estiva.

 

Ma tu sai che succede se lo vinciamo, capisci cosa succede, a me? No, mia moglie non capisce il mio stato di alterazione

Io, dicevo, non sono superstizioso. Ma da quando ho smesso di guardarlo, il Milan vince. Dopo anni di mediocrità, illusioni presto bruciate, speranze perdute, allenatori incongrui, fondi esteri e inimmaginabili cinesate sopra cui immortale aleggiava sempre l’ombra tinta del Cavaliere, la classifica dice terzo posto a meno di metà campionato dalla fine, risultati recenti da media-scudetto, una difesa da primato in Europa, una semifinale aperta in Coppa Italia, un sorpasso con sghignazzo ai danni di quegli altri con cui condividiamo lo stadio, protesi da veri bauscia alle solite, velleitarie mire. Milan da Champions League, Milan alla ribalta, Milan con l’anima e le facce da Milan (a partire dai senatori a vita Gattuso e Maldini), Milan che ha forse imbroccato la campagna acquisti, tanto quella d’agosto quanto – udite udite – quella di gennaio, Milan sempre più concreto e solido (così leggo), eccetera eccetera. E io non ho visto mezza partita.

 

Questa stagione calcistica, nata sotto corpacciuti punti interrogativi riguardanti più o meno tutti i reparti, allenatore compreso, ha segnato dunque uno strappo nella vita di un tifoso integrale come me, una lacerazione, uno spartiacque doloroso e traumatico. Esagero? Ho passato gli ultimi trent’anni della mia vita a seguire il Milan, ogni domenica, ogni mercoledì, ogni partita. Anche se non sono mai stato un grande frequentatore di San Siro (sì lo so che è il Meazza, ma, il Peppin dell’altra sponda mi perdoni, per mi l’è San Sir, e basta), complice la mia natura campagnola e pertanto poco incline agli inurbamenti che non fossero per solide ragioni lavorative, vicende e fortune del Milan hanno accompagnato tutte le mie stagioni, ci ho regolato impegni e calendario e uscite serali, nonché umori e sogni e veglie notturne passate a rivedere con la mente le gesta degli antichi e dei presenti eroi, a soffrire, a fantasticare.

 

E io oggi ho smesso di seguire attivamente il Milan, dopo aver accettato di soccombere alla pigrizia, ai compromessi coniugali, alla disdetta degli abbonamenti alle pay tv, al turbine della vita con figli piccoli renitenti a sonni rapidi e facili. La televisione è ormai un nero monolite verso cui fino a pochi mesi fa indirizzavo insulti e elevavo tristi lai. Ma sì, ho detto a mia moglie, leviamo tutto e ciao, basta, Vietti m’ha pure tolto la rubrica milanista sul Foglio, quest’anno niente partite (trent’anni, trent’anni di domeniche rossonere, trenta…), tanto farà pena. Vedi cosa succede, e a cosa ci si riduce, poi. A compatirsi. A macerarsi. A fremere di nascosto, a recuperare saltuariamente e nottetempo dati e statistiche online, qualche gol, una mezza intervista al mister, un commento su Telelombardia, a oscillare tra il godimento puro e astratto e l’irritazione per non aver mai visto le giocate di Paquetà, la crescita del Baka, i cross di Conti, Romagnoli capitano, i miracoli di Gigio, i nostri piedi d’oro, né vissuto più la tensione che solum è mia, quei secondi appena prima del gol che ti fanno sollevare dal divano. Terzi, lo capisci? terzi, e superando quelli là! E proprio prima del derby, di cui continuo a ignorare tutto, strategie, stato di forma, possibili formazioni, dichiarazioni, nervosismi, pronostici. Tutto: tranne quel senso di rarefazione nella testa che mi prende a ogni vigilia e che inizia a farsi sentire anche ora, nonostante la mia vergognosa latitanza. Questa partita non ha orari né date di calendario: è un eterno ritorno di conflitti, anzitutto interiori, primordiali e irrazionali. Ma tu sai che succede se lo vinciamo, capisci cosa succede, a me? No, mia moglie decisamente non capisce il mio leggero stato di alterazione, non riconosce i segni dell’antica fiamma, i mai sopiti ardori tifoidei.

 

Così, quando non mi vede, e in casa tutti finalmente dormono, scivolo in salotto sulle ginocchia e bum bum bum, imito i colpi del pistolero Piatek, specchiandomi nel televisore inesorabilmente spento. Ma va tutto bene. Domani è derby. Adesso chiamo Sky.

 

Mirko Volpi


 

Ma tanto. Si aspetta questo derby, sulla sponda notturna e bauscia di Milano, quasi senza apprensione, coccolandosi in un karma non fiducioso, questo no, ma che non ha più paura. La paura è figlia dei desideri, delle troppe aspettative: E noi non abbiamo più paura del domani. Perché tanto. Tanto la partita decisiva, la partita della stagione, la partita che avrebbe salvato anche questa maledettissima, più che pazza, stagione era l’altra sera. No, non giovedì, con quella Panzerdivision neppure particolarmente minacciosa, l’Eintracht di Frankurt, che però ha malmenato i ragazzi come fossero tutti reincarnazioni di Lothar Matthäus e Franz Beckenbauer. No, non quella partita, l’Europa League è soltanto una di quelle occasioni di fine stagione, in saldo, per le vacanze non sei nemmeno partito e dell’ombrellone non sai che farne. L’Eintracht è servita solo per due certezze: uno, che abbiamo dei bei pischelli della Primavera che farebbero molto meglio di quei maltrainsèma della prima squadra; due, che soltanto il patafisico di Certaldo può pensare di non farli giocare, mai, e anzi di venderli con lo sconto su eBay (lo ha fatto, sì che lo ha fatto). No, la partita che avrebbe salvato una stagione, spennellandola di Schadenfreude come la lacca sull’anatra alla pechinese si giocava in un altro stadio, la giocava un’altra squadra. Sapete come è andata, sapete qual è.

  

Si aspetta questo derby partendo come il cavallo di rincorsa al Palio, però anche già cavallo scosso, prima del calcio d’inizio

Il karma dei fratelli bauscia è ora tranquillo, si aspetta un derby come un altro, e tra un po’ si riaprono le case a Santa. Esistenzialismo macerato, un amore pazzo per questi colori notturni che anche il giovane Werther in mezzo a noi della Nord domenica sera spiccherebbe come un saltimbanco ridanciano. (Però con quella idea lì, eh, che non ci molla mai: il derby è la Matta del campionato, noi siamo la squadra pazza, hai visto mai?).

  

Però poi. Si aspetta questo derby partendo come il cavallo di rincorsa al Palio, però anche già cavallo scosso, prima del calcio di inizio, con un fantasma in panca che non si capisce perché non si è ancora tolto di lì e undici uomini sull’orlo di una crisi di nervi. O quindici uomini sulla cassa del morto, mettendoci le riserve. Ma con una disposizione filosofica diversa, che è molto di più di una blanda rassegnazione, il cupo brontolio della curva e della tribuna contro la squadra, questo e quello: cose in cui la tifoseria nerazzurra è maestra ineguagliata.

  

La disposizione filosofica, stavolta, un’altra. E’ quella che Pirrone di Elide, fondatore dello scetticismo e dunque senza dubbio tifoso interista ante litteram, chiamava epochè, la sospensione del giudizio e persino di qualsiasi discorso. Pure da bar. Per Husserl si trattava di “mettere tra parentesi il mondo” (o almeno il risultato del derby). Ma non funziona. Come si potesse mettere tra parentesi che i casciavìtt a gennaio hanno sbolognato come se fosse una restituzione pacchi di Amazon quel ciccione di Higuaín, ma hanno Piatek. Non so se avete presente, Piatek. Invece noi a gennaio, con quel nuovo amministratore delegato appena catapultato da là, the other place, abbiamo comprato Cedric. Non so se avete presente, Cédric Ricardo Alves Soares. Nel frattempo, la nuova dirigenza ha deciso che tra tutti i malmostosi che vanno in campo con l’aria di non aver manco voglia di allacciarsi gli scarpini, l’unico da far fuori era Maurito. L’unico che faceva gol.

  

Il punto filosofico attuale dell’interista non è mettere “tra parentesi”. E’ proprio la epochè, sospensione del giudizio. Perché la società dell’altra sponda del Naviglio sembrava pronta a inabissarsi, poi è arrivato un fondo sovrano, e un nuovo presidente già votato agli idrocarburi, si sono tenuti un allenatore umile e bravo, con due huevos che manco il Cholo. E adesso stanno davanti, magari per poco: ma danno l’impressione di sapere dove vogliano andare. Mentre la nostra Beneamata, è anche lei diventata già da un po’ una società nuova e solida, che pensa in grande. E’ dei nostri cari cinesi, e noi gli vogliamo bene con o senza la Via della Seta. Ma ci piacerebbe proprio, in cambio daremmo via una fetta di sovranità, che tracciassero una qualche benedetta Belt road to Scudetto, cazzo. Invece niente, al momento, e noi lì sospesi alla nostra epochè. Poi è arrivato lui, l’Uomo che la sapeva lunga, insomma Beppe Marotta. E veniva “da là”, poco da dire. Ma noi fiduciosi, è il leader di polso che ci voleva. Solo che intanto, solo che però: fino adesso abbiamo buttato via Maurito e ridotto lo spogliatoio in uno stato che sembra l’appartamento di Giulia Sarti dopo un meet-up di Rousseau. Ma noi lì, senza dir nulla, pura epochè. Aspettiamo l’estate, il prossimo mercato, il prossimo allenatore. E solo allora ci sbilanceremo in un giudizio: se insomma da Nanchino e Torino sono arrivati i salvatori, o se va a dà via i ciapp anche al prossimo derby.

Maurizio Crippa

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