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Ranieri e la nostalgia all’amatriciana della Roma

L’ennesimo ritorno di un ex sulla panchina giallorossa, le calciatrici americane e il Manchester United da sbronza

8 Marzo 2019 alle 19:59

Ranieri e la nostalgia all’amatriciana della Roma

Foto LaPresse

Pubblichiamo in anteprima l'articolo di Jack O'Malley che trovate all'interno del Foglio sportivo di sabato 9 marzo (che potete leggere qui dalle ore 23 di venerdì 8 marzo)

 


Quando pensi che nessuna squadra al mondo sia capace di farsi più male dell’Inter, ecco che arriva la Roma a ricordarti che invece la gara è aperta e combattuta. A parte riuscire nella difficile impresa di farmi andare d’accordo con l’Uefa, che ha difeso arbitro e Var della partita con il Porto, in pochi giorni i giallorossi sono riusciti a rientrare in modalità sagra paesana: cacciato Eusebio Di Francesco, di fatto già esonerato prima della partita di Champions, fuggito il ds Monchi, la Roma continua la sua missione di squadra-amarcord affidandosi a un altro ex, Claudio Ranieri. Nella bolla di Trigoria si pratica la religione del Daje Roma Daje, quindi è bello far sapere che a volere il grande ex è stato Francesco Totti. Ma anche Di Francesco era un ex amato da tutti, aveva preso il posto di Spalletti – un altro ritorno – arrivato dopo la parentesi Garcia, francese mai amato seduto in panchina dopo Zeman (sospiro della Curva Sud), l’odiato Luis Enrique, l’altro ex Montella e naturalmente Ranieri.

 

Fresco di esonero in Premier League, l’ex manager di Fulham e Leicester è accolto dai tifosi giallorossi come si accoglie una canzone della nostra giovinezza in radio. Il cerchio della nostalgia all’amatriciana è chiuso, nessuno potrà dire niente contro Claudio core de Roma. Fategli pareggiare o perdere un paio di partite (cosa che ultimamente gli riesce benissimo) e pure lui avrà vita breve. E tornerà Zeman. Come non capire la rabbia del presidente Pallotta, d’altra parte: arriva dall’America, un paese in cui le calciatrici della Nazionale hanno fatto causa alla Federazione perché non vengono pagate come i colleghi uomini.

 

Forse la questione sta sfuggendo di mano: abbiamo vinto di più, e quando c’è una nostra partita in televisione facciamo più share, dicono giustamente le ragazze campionesse del mondo in carica. Vero, ma il calcio è spietato, non c’è paragone tra il volume di affari che genera la partecipazione a un Mondiale maschile – anche se la tua squadra fa pena – e quella a un Mondiale femminile. Il problema semmai è un altro: come cazzo è possibile che quelle pippe degli uomini della Nazionale statunitense siano pagati così tanto?

 

Mi perdonerete se a questo punto smetto di occuparmi dei problemi delle colonie e torno in patria, dove due squadre inglesi hanno già passato il turno di Champions League e altre due proveranno a farlo la prossima settimana. Le certezze nel calcio durano come gli amori adolescenziali: ce lo hanno fatto a fette per mesi sul calcio spumeggiante del Borussia Dortmund e su quanto il Psg fosse favorito per la vittoria finale, poi le vittorie di Tottenham e Manchester United hanno ricordato a tutti che, se aspetti, prima o poi il grande amore arriva. Come non innamorarsi degli Spurs, claudicanti in Premier e vincenti in Europa, o dei Red Devils, così fergusoniani da commuovere noi fino alle lacrime e mandare Buffon in analisi dopo la seconda eliminazione in due anni per un rigore al 93’. Il giorno dopo l'allenatore dello United, Ole Gunnar Solskjær, portava la sua giacca in tintoria, dando fiato alla retorica dell’uomo qualunque di cui a noi non frega niente: il norvegese con la faccia da elfo vent’anni fa segnava il gol della vittoria in Champions al 93’, l’altra sera guidava dalla panchina quella stessa squadra a una vittoria storica contro i mangia-aglio qatarioti. Al 93’. Con una squadra di giovani. Che per fortuna non sono tutti impegnati a fare il culo agli adulti per come trattano l’ambiente dalle copertine delle riviste progressiste di mezzo mondo, ma prendono a calci un pallone, ci fanno godere e palpitare il cuore.

Jack O'Malley

Jack O'Malley nasce a Sheffield quando lo United era in seconda divisione. Dopo un'infanzia felice trascorsa nel cottage di famiglia nello Yorkshire, si trasferisce nella capitale per iniziare una lunga carriera in tutti i settori del giornalismo, fino ad approdare – dopo una parentesi di dieci anni in Italia – all'argomento che più ama: la Premier League. Adora il tè delle cinque, le passeggiate col suo setter nella calma di Hyde Park e non disdegna un buon bicchiere di brandy. Pensa che non ci sia nulla di più bello di Londra avvolta dalla nebbia o sotto la pioggia. Uomo dallo spiccato sense of humour, per il Foglio scrive ogni martedì di calcio inglese nella rubrica "That win the best", titolo che non lo entusiasmava finché dalla redazione non gli hanno spiegato che era la citazione di un film italiano. E' su twitter.

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