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Scatti come pallottole. Vito Liverani, il cowboy della fotografia

L'irripetibile epopea sportiva del fotografo di Modigliana e la sua travolgente e picaresca carriera dietro un obiettivo raccontata in “La mia vita in pugno”

17 Febbraio 2019 alle 06:00

“Chi arriva per primo vende un po’ di foto, chi per secondo ne vende una sola, chi per terzo le mette in archivio”. Vito Liverani arrivava per primo. Viaggiava allegro come una trottola, sparava scatti come pallottole, a uno a uno, solo perché allora si poteva fare soltanto così, e siccome spesso centrava subito il bersaglio, se ne andava prima del limite e ben prima di tutti gli altri, e se poi, alla resa dei conti, mancava qualcosa, aggiungeva a mano, falsificando, fantasticando, correggendo. Fotografo, ma avrebbe potuto essere cowboy, giocatore di poker, allibratore. Forse perfino ladro. Ladro di immagini.

 

La mia vita in pugno”, ovvero settant’anni di fotogiornalismo sportivo (di Sergio e Federico Meda, Bolis edizioni, 128 pagine, 18 euro) è la straordinaria, travolgente, picaresca, stupefacente, irripetibile epopea del Vito, nato Vitaliano, a Modigliana, una Romagna che sa più di Toscana che di Adriatico, e che allora – lui, classe 1929, terzo di otto figli - sa anche di povertà ed emigrazione. Dunque, a otto anni, già a Milano. E il primo lavoro, con le braghe corte, come garzone di bottega in uno studio fotografico dove si fanno solo ritratti e fototessere. Rimarrà per sempre legato a quel genere, il Vito, un colpo e via, una botta e via, uno scatto e via, una cartuccia e via. Boxe, il primo amore. Prima sul ring, poi – meglio – giù dal ring, ma sempre dentro i pugili, i pugni, le ferite. Quindi calcio, basket, rugby, ciclismo… Insomma, sport. E guai a dirgli che i fotografi di sport siano da considerare di serie B rispetto agli altri: “A me non è mai andato giù il discrimine tra foto di ogni genere e quelle sportive che secondo alcuni non potevano essere artistiche. Non è vero niente”.

 

Boxe, innanzitutto. Se “con gli atleti di altri sport c’era spesso familiarità, con i pugili c’era quasi sempre grande intesa”. Duilio Loi, Nino Benvenuti, Giancarlo Garbelli, Carmelo Bossi… Sandro Mazzinghi no. “Avevo raccontato in giro che Guido, il fratello, anche lui pugile di valore, era stato radiato dalla federazione per una malattia venerea. Nient’altro che la verità anche se non compariva sul bollettino ufficiale. In più, Sandro non mi perdonava l’amicizia con Benvenuti, più capace di lui. A Mazzinghi pugni non ne ho dati, ci pensava Benvenuti, io mi limitavo a fotografare i loro match”. Capito il tipo?

 

Un bel tipo. Il Vito era – è, perché i 90 anni li ha festeggiati presentando il libro a Milano con una congrega di amici dello sport – merce più unica che rara. Non le manda mai a dire, preferisce di gran lunga prendersi la soddisfazione di dirle lui. Per forza: non ha paura di niente e di nessuno. A proposito di deontologia: “Non ho mai fatto le furbate, quelle che fa il Fabrizio Corona, che a casa mia si chiamano ricatti”. Tant’è vero che quando ha un servizio, fa di tutto per piazzarlo. “E’ successo con lo scoop su Coppi e la Dama Bianca, quando ho trascorso una notte intera in un cespuglio davanti all’albergo sul Lago Maggiore per fotografare i due che uscivano insieme la mattina presto. L’imbeccata me l’aveva data il mio amico Decio Silla, giornalista de ‘La Notte’. Lei mi ha mandato tanti di quegli accidenti che lo so solo io. La Dama mi ha odiato, non mi poteva sopportare”.

 

Il grande colpo? Diego Armando Maradona immortalato da un fotografo napoletano. Una decina di scatti a colori, lui vestito da donna che fa il pagliaccio. Pubblicate su “Oggi” e vendute in tutto il mondo.

 

La grande fregatura? Michele Sindona. Trenta milioni di lire diventati carta straccia grazie al fallimento della Banca privata italiana.

 

Il grande rischio? La Bocconi. Il ritratto mancato di un neolaureato, in più di vent’anni di servizio, per colpa di un rullino rovinato, ma rifatto mesi dopo simulando la cerimonia della laurea.

 

La grande occasione? Con Aligi Sassu, il pittore, sul Supramonte a conoscere i banditi sardi, tre giorni in montagna con loro, senza fare foto anche se ha con sé la Rollei, “i patti so mantenerli”.

 

Il grande debutto? Quello di un giovane fotografo a San Siro, nel senso del calcio. Alla domanda sul risultato, risponde convinto: “14 a 2”. Ha contato i calci d’angolo. Liverani non si perde d’animo, anzi, chiede alla segretaria di portare il giovane nella vicina chiesa di San Gioacchino: “Fallo benedire, ne ha bisogno”.

 

La grande scoperta? Beppe Viola. “L’ho avviato io al giornalismo. Era appassionato di boxe ed era sempre al Cinema Teatro Principe a rompermi le balle. Io portavo le fotografie per venderle e lui: ‘Dai, Liverani, dammi le foto, le vendo io’. Conosceva tutti: dalle cento lire a foto che dava a me, lui ne ricavava il doppio. E dopo averle vendute mi assillava perché gli facessi conoscere il dottor Ferrario di ‘Sport Informazione’. Viola venne ingaggiato. Come collaboratore, il Babbobe (Ferrario, ndr) gli promette 200 lire a notizia, comprese le spese. Il primo servizio glielo commissionò a Monza, e il solo biglietto del tram costava 300 lire. Era per metterlo alla prova. Viola cominciò proprio da lì, da ‘Sport Informazione’, che fu un’ottima scuola. Beppe amava esagerare: mi chiamava ‘il mio Dio’”.

 

Ma nessuno è perfetto, neanche il grande Vito. Festival di Sanremo del 1994, i rullini spediti la notte da Giancarlo Colombo e ricevuti a Milano in mattinata, Liverani gli dà un occhio poi urla che non vanno bene e fa chiamare Colombo. “Mi hai fatto uno sempre con gli occhi chiusi”. Si cerca di capire chi sia. Finché si scopre che è quello di “Il mare calmo della sera”. “Vito – gli dicono in ufficio – questo cantante si chiama Andrea Bocelli ed è cieco”.

Marco Pastonesi

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