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Liberate il calcio dalla lingua dei luoghi comuni

Il cortocircuito “razzista” a Tel Aviv e le telecronache anni Settanta della Rai in Coppa

19 Gennaio 2019 alle 06:00

Liberate il calcio dalla lingua dei luoghi comuni

Tifosi dell'Hapoel Tel Aviv

Il cortocircuito perfetto sulla questione stadi-e-razzismo è avvenuto lunedì scorso a Tel Aviv. Derby tra le due squadre israeliane Hapoel e Maccabi, ovviamente quasi tutti ebrei sugli spalti. A un certo punto i tifosi della squadra di casa, l’Hapoel, lanciano un coro invocando la Shoah per il Maccabi. Un capolavoro. E adesso come la mettiamo? Se chi fa i buu è razzista e chi fa cori sugli ebrei è antisemita, i tifosi ebrei che invocano la Shoah per altri tifosi ebrei cosa sono? Nazisti? Interisti? Salviniani?

 

Mentre l’editorialista sportivo collettivo cerca di farsi passare il mal di testa pensando a come rispondere, mi limito a far notare che l’esempio di Tel Aviv, ancorché squallido, è perfetto per far saltare gli schemi prefabbricati che si applicano dalle scrivanie delle redazioni e dalle poltrone degli studi televisivi alle vicende di curva. Se durante il derby del mio Sheffield United contro lo Sheffield Wednesday dico che la mamma dei tifosi avversari è una poco di buono non penso che mia madre sia una zoccola, avendo io un fratello che tifa per quegli altri. Lo so che è difficile da capire, però se la smettete di mettere le vostre foto di 10 anni fa sui social e iniziate ad andare allo stadio vi verrà molto più facile.

 

Vale anche per quelle dirigenze che hanno il tic per l’educazione del popolo a colpi di hashtag per trasformare in buono, corretto e progressista anche un buu (vero, Inter?). E a proposito di tempo che passa, ma chi glielo ha fatto fare, al povero Claudio Ranieri, di tornare in Premier League per allenare il Fulham? Perché non lasciare un ricordo leggendario di sé per ricominciare a essere il Claudio Ranieri pre Leicester? Soprattutto, perché proprio lo yoga, e non la birra al pub? La storia raccontata dal Sun sembra una barzelletta: l’allenatore italiano aveva organizzato una sessione di meditazione ascetica per calmare gli animi di uno spogliatoio sempre più simile a un congresso del Pd, peccato che la seduta di yoga sia finita con una rissa – quella sì da pub – tra Mitrovic e Kamara. I due già in campo contro l’Huddersfield avevano litigato per chi dovesse tirare un rigore, come Lorella Cuccarini e Heather Parisi sul sovranismo.

 

Chissà come l’avrebbero commentata i telecronisti della Rai, che mi è toccato ascoltare nei giorni scorsi per seguire le partite della Coppa Italia: avrebbero parlato di “alterco”, “disguido”, “incomprensione” per decidere “l’esecutore del tiro dal dischetto” che avrebbe dovuto “ipnotizzare il portiere” cercando di “centrare lo specchio della porta” e non di tirarla fuori facendo “la barba al palo”. In ritardo di un ventennio almeno, la telecronaca media di Raisport è inadeguata persino per i telespettatori più nostalgici, quelli che rimpiangono “90° Minuto” e quei bei collegamenti dagli stadi, il microfono col filo e la gente dietro che saluta. E’ tutto un florilegio di “traversoni”, tiri “scoccati” verso la porta, avversari che mettono il pallone fuori “cavallerescamente” per permettere agli “assistenti sanitari” di “soccorrere il giocatore infortunato”. Osservazioni illuminanti come quella per cui dopo il 3-0 dell’Inter contro il Benevento “forse la partita a questo punto è finita”, o quella sul fatto che la Juve è una squadra meglio attrezzata del Bologna, o che il Napoli ha un collettivo e un’esperienza che gli possono fare avere la meglio sul Sassuolo del pur bravo De Zerbi. Chi non corre questo rischio è Mourinho: in attesa di tornare ad allenare si metterà a fare il commentatore televisivo. Pochi ne sanno come lui, a patto che non faccia come quei vecchi che partono con l’aneddoto personale qualsiasi cosa succeda. Qualcuno vince il campionato? “Eh ma io ne ho vinti tre”. E via così, a parlare solo di sé, come un Gian Piero Ventura qualsiasi.

 

La rubrica That win the best di Jack O'Malley è in edicola ogni weekend nel Foglio Sportivo, l'inserto del Foglio interamente dedicato allo sport

Jack O'Malley

Jack O'Malley nasce a Sheffield quando lo United era in seconda divisione. Dopo un'infanzia felice trascorsa nel cottage di famiglia nello Yorkshire, si trasferisce nella capitale per iniziare una lunga carriera in tutti i settori del giornalismo, fino ad approdare – dopo una parentesi di dieci anni in Italia – all'argomento che più ama: la Premier League. Adora il tè delle cinque, le passeggiate col suo setter nella calma di Hyde Park e non disdegna un buon bicchiere di brandy. Pensa che non ci sia nulla di più bello di Londra avvolta dalla nebbia o sotto la pioggia. Uomo dallo spiccato sense of humour, per il Foglio scrive ogni martedì di calcio inglese nella rubrica "That win the best", titolo che non lo entusiasmava finché dalla redazione non gli hanno spiegato che era la citazione di un film italiano. E' su twitter.

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