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Il nuovo LeBron James

Il raro riconosce il raro. L'abbraccio con Lonzo Ball dimostra che il Re sta godendo nel vedere i primissimi risultati della sua ultima sfida

24 Dicembre 2018 alle 06:00

Come una cometa. Una rarità che passa ogni tot. E così, 11 anni dopo Vince Carter e Jason Kidd, una coppia di giocatori della stessa squadra realizza una tripla doppia, ovvero: almeno 10 rimbalzi, 10 punti e 10 assist nella stessa partita. I protagonisti sono LeBron James e Lonzo Ball, abbracciati in questo video che ci dice principalmente due cose. Primo: il raro riconosce il raro. Secondo: LeBron sta godendo nel vedere i primissimi risultati della sua ultima sfida. Che è un qualcosa che va oltre il concetto sportivo di vittoria. È testare il significato più profondo di leadership, roba da workshop per dirigenti aziendali: insegnare e vivere un processo di crescita dei più giovani. Ma andiamo per ordine.

 

Il raro riconosce il raro. Quello tra LeBron e Lonzo Ball è un incontro tra talenti diversi. Il Re ha tanti talenti: fisico, tecnico e mentale. L’ultimo è quello che gli ha permesso di evolvere continuamente nella sua carriera. Lonzo è puro talento tecnico, ma si sa: il talento è poca cosa senza il carattere. E qui entra in scena la spugna LeBron, l’aspirapolvere sempre accesa verso gli stimoli esterni. A 34 (!) anni, dopo 30 partite, ha le migliori statistiche per media punti e rimbalzi della sua carriera. Stiamo parlando di uno che per asciugare il fisico e guadagnare in esplosività ha studiato e applicato la paleodieta, un tipo di alimentazione che risale a 10.000 anni fa.

 

Lonzo Ball, nome da supereroe di un cartone animato, ventunenne californiano, compie giocate riservate a quei pochissimi nati col dono di sorprendere. Come i numeri 10 degli anni Novanta nel calcio, esteti innamorati di sé che rischiano di scambiare l’efficacia per noiosa necessità di chi è stato concepito senza genio. Rimangono puri proprio perché meno contaminati da fattori esterni, nel bene e nel male. È quel raro che ha più bisogno di calore. Di essere capito e accolto. E qui scatta la cittadinanza nella comfort zone di LeBron. La grandezza del Re sta nell’essere un gigante mentalmente, ma anche un immenso talento tecnico, dunque in grado di vederlo negli altri. Ha sempre avuto pretoriani estrosi (vedi JR Smith a Cleveland). Dai soldati sa di non poter ricavare più di tanto. Dai Lonzo Ball, se li si porti alla giusta temperatura, può venir fuori di tutto. Oh, poi se non lo seguono li scarica, com’è successo in passato. Dopo gara 3 delle ultime Finals disse: “Ci sono buoni giocatori nell’Nba, ma non tutti vogliono vincere”. Come dire: se leggo nei tuoi occhi che non c’è desiderio, grazie e arrivederci. Podestà del Re. Da qui l’ultima sfida di LeBron. In un modello come quello della Nba che per formato e contesto culturale accetta più di una serie A calcistica il concetto di processo, non ha scelto di andare a vincere subito. Ha scelto i Lakers che non vincono da 9 anni. Ha scelto un gruppo pieno di giovani che non può ambire al titolo da subito. E di anni, lui, ne ha 34, non 28. Ma è una questione di urgenza interiore, di necessità di soddisfare quell’altro suo talento, quello mentale. Quasi un passaggio precoce ad allenatore mentre ancora sta giocando. Del resto è il prescelto.

 

Quando Sports Illustrated titolò su di lui 18enne “The Chosen one”, anziché farsi intimorire si tatuò quella frase, accettandola, facendola sua, dicendo al mondo intero che si sentiva per davvero il numero uno. Lo ha dimostrato. E cosi, come uno chef di talento ha sempre bisogno di un piatto nuovo o un pittore di sperimentare una nuova tecnica, lui sente di dover far vivere la sua intima sensazione di onnipotenza. Vincere ha già vinto, a Miami prima, a Cleveland poi. Ora le sfumature più profonde del suo talento lo hanno mandato alla ricerca di altro. Insegnare. Mettere a disposizione la propria luce per far brillare gli altri. Creare un gruppo di menti oltre che di giocatori, in un meccanismo sano per cui gli altri han voglia di dimostrargli. Far percepire agli altri la soddisfazione che si prova nel sentire che si sta migliorando. Testare la loro fame. Perché poi alla fine comunque l’obiettivo è vincere. Ma vincere qui. Dove è sfidante. Perché tutto tornerebbe comunque a lui, che non è un santo, ma uno mosso dall’inquietudine che accomuna molti grandi. Sa che lascerebbe un segno unico.

 

Nella città vetrina, a Hollywood, si sta sceneggiando così la storia di due che essendo talenti hanno un nemico comune: la noia. Uno la combatte con le giocate geniali e sorprendenti. L’altro con le sfide continue, fisiche e mentali. È un incontro del raro. Una cometa ancora allo stato natale.

 

34 anni, Emanuele Corazzi è Executive Producer di DAZN. In italiano: caporedattore

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