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Alla Virtusvecomp Verona fa tutto Luigi Fresco

Verona è l'unica città italiana ad avere tre squadre tra i professionisti. E dietro a Chievo e Hellas sopravvivono i rossoblu guidati da un presidente che fa anche l'allenatore

22 Dicembre 2018 alle 05:39

Alla Virtusvecomp Verona fa tutto Luigi Fresco

Foto LaPresse

Se un giorno Luigi Fresco decidesse di esonerare il tecnico, dovrebbe convocarsi in sede e comunicare a se stesso il licenziamento. Lui, alla Virtusvecomp Verona, ha realizzato il sogno di tantissimi presidenti italiani, di tutti quelli che vorrebbero sedersi in panchina e non in tribuna, mettendo in atto personalmente quello che cercano di trasmettere durante la settimana ai propri allenatori. Avviene dal 1982, quando Fresco completa il percorso all'interno del club. Classe 1961, entra come giocatore del vivaio a 8 anni, a 18 diventa consigliere, l'anno dopo responsabile del settore giovanile, infine presidente-allenatore, come oggi.

  

Sotto la sua gestione la Virtus comincia con una retrocessione in Terza categoria, restando per anni tra i dilettanti. Sale una prima volta tra i professionisti nel 2013, ripescata nell'allora Seconda divisione di Lega Pro per mancata iscrizione altrui e con retrocessione immediata, per la riforma dei campionati. Ci torna la scorsa stagione, questa volta vincendo il torneo di serie D e rendendo Verona una città unica. Perché qui - e solo qui: non a Milano, Torino o Roma - ci sono tre società che partecipano a uno dei tre campionati professionistici. Due, per di più, sono espressione di realtà locali, una versione molto più in piccolo di quanto succede a Londra. Il Chievo nasce in una frazione, la Virtusvecomp in un quartiere, quello di Borgo Venezia. Una storia cominciata nel 1921 e agli antipodi di quella dell'Hellas, club capofila della città. Una lontananza che si tocca con mano quando si parla di tifosi, politicamente attrezzati su entrambi i fronti. Di destra quelli della Verona principale, fino a sfociare in episodi aperti di razzismo in passato. Resta impresso quello del 1996, quando in curva comparve un manichino di colore, contro “el negro”. Era Maickel Ferrier, che la società stava trattando e che sarebbe stato il primo giocatore di colore nella storia gialloblù. Uno scarso, come poi toccato con mano alla Salernitana, ma trasformatosi in simbolo da colpire da parte dei razzisti. Di tutt'altro tenore sono i sostenitori della Virtusvecomp, a cominciare dalla determinazione di entrare al Bentegodi per vedere la propria squadra soltanto se capiterà in caso di trasferta. Sono gemellati con Livorno, Marsiglia e St. Pauli Amburgo, le frange più a sinistra del tifo organizzato. Si definiscono antirazzisti, antifascisti, antisessisti e antiomofobi.

  

Categorie che vedono messe in atto nella squadra che seguono, il cui nome è cambiato quando è stato incorporato nella ragione sociale quello della Vecomp, azienda che si occupa di software gestionale. Come era accaduto negli anni Cinquanta con la Lanerossi nella vicina Vicenza. La Virtus più che una squadra di calcio è un polisportiva, con sezioni di pallavolo, palestre, tifosi e Vita Virtus. Quest'ultima è la Onlus con, cui dal 2015, sono seguiti i richiedenti protezione internazionale. Come Shiek Seibi, sbarcato dal Gambia a Lampedusa e arrivato a Verona proprio nel 2015. Oggi è il portiere della prima squadra. Un impegno per cui si è quasi rischiato l'incidente diplomatico alle ultime elezioni amministrative. Fresco, che aveva vissuto cinque anni da consigliere provinciale per la Margherita, era sceso in campo a sostegno della lista di Flavio Tosi, fuoriuscito dalla Lega a trazione salviniana. Lo aveva fatto per amicizia personale con l'ex sindaco, candidandosi nel consiglio di circoscrizione 6 e facendo inarcare più di un sopracciglio a chi vedeva il nome della Virtusvecomp associato a quello di una lista che cercava voti fino all'estrema destra. Un equivoco risolto dallo stesso Fresco, dimettendosi subito dopo essere stato eletto e indicato come possibile presidente.

  

Oggi, come ieri, è presidente soltanto della Virtusvecomp. Come quasi cent'anni fa, la missione è mettere insieme persone appassionate di calcio. Capita poi che qualcuno riesca a farcela, come Andrea Nalini, che ha debuttato in serie A a Crotone dopo un lungo passato da operaio-giocatore a Verona: prima saldatore alla Cordioli, poi magazziniere nel reparto wurstel dell'Aia. Oggi in attacco ci sono Matteo Momentè e Francesco Grandolfo: il primo è una della tante promesse non mantenute del vivaio dell'Inter; il secondo ebbe il warholiano quarto d'ora di gloria alla sua terza partita di serie A il 22 maggio 2011, quando segnò tre gol del successo per 4-0 del Bari - già retrocesso - in casa del Bologna. Una partita finita sotto indagine nell'inchiesta sulle scommesse, scaturita a causa di quel Bari.

   

Le cose non vanno benissimo, oggi, per la Virtusvecomp, impegnata nella lotta per non retrocedere nel girone B, ma la panchina di Fresco non rischia. Il risultato non è il primo obiettivo di una società che si concepisce più come una famiglia che come un club. “La Virtus è un modo di vivere, stare insieme, fare sport: solidarietà e valori del rispetto”, sottolinea Fresco che, con i suoi 36 anni di panchina senza esoneri a Verona, ha già battuto le lunghissime gestioni di Alex Ferguson al Manchester United (27 anni) e di Arsène Wenger all'Arsenal (22). Ora nel mirino c'è Guy Roux, all'Auxerre dal 1961 al 2005. Un record facilmente raggiungibile, fino a quando non cambierà il presidente.

Leo Lombardi

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