Serve un po' d'incoscienza per salvare l'arbitraggio italiano
Lo stato del movimento, che resta eccellente se paragonato ad altre realtà europee come la Francia, è ben spiegato dalle nomine dei nuovi fischietti internazionali
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17 DEC 18
Ultimo aggiornamento: 03:18 PM

Michael Fabbri (foto LaPresse)
Lo stato dell’arbitraggio italiano, che resta eccellente se paragonato ad altre realtà europee come la Francia, vedasi la prestazione di Monsieur Bastien in Olympiakos-Milan – per non parlare del resto del mondo, America latina in testa, come dimostra la pessima direzione dell’uruguagio Andrés Cunha nella finale di ritorno di Copa Libertadores – è ben spiegato dalle nomine dei nuovi fischietti internazionali. Escono Banti e Mazzoleni, entrano Fabbri e Mariani. In bocca al lupo e felicitazioni a entrambi.
C’è un però, neppure troppo piccolo. Il trentacinquenne Michael Fabbri di Ravenna e il trentasettenne Maurizio Mariani di Aprilia – che sono bravi – hanno diretto entrambi solo una sessantina di partite in serie A. Nessun big match. Eppure sono stati proposti come fischietti alla Fifa: potranno ora arbitrare in campo internazionale. Come è possibile? La risposta è semplice e i vertici dell’Associazione italiana arbitri lo sanno da sempre, anche se pubblicamente non lo ammettono: la divisione degli arbitri tra serie A e serie B è stata un disastro. Voluta dalle Leghe nel 2010 per avere ciascuna i propri direttori di gara, ha prodotto due risultati: blocco della crescita dei fischietti (se ne promuovono due all’anno dalla B, capirai che percorso di evoluzione…) e necessità di usare sempre gli stessi per le grandi partite. Non si rischia. Dopo otto anni di divisione in compartimenti più o meno stagni, manderemo in Europa due ragazzi non proprio giovanissimi con poche gare arbitrate in serie A e nessuna classica del campionato. Un disastro che sarà ancora più evidente tra qualche stagione, quando anche i Rocchi e gli Orsato appenderanno il fischietto al chiodo. Servirebbe un po’ di coraggio in più da parte dei vertici e del designatore Rizzoli, osare anche a costo di finire per un po’ triturati sui giornali (tanto poi passa). C’è bisogno della vecchia sana incoscienza di Casarin, che – in altri tempi, è vero – catapultava sul prato di San Siro per un derby di Milano illustri sconosciuti poi divenuti grandi.