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Bergamasco pagaci le tasse

Campanile, rivalità verbale, prese in giro sono una cosa. Razzismo e insulti cattivi, alle singole persone, o peggio ai morti, sono un’altra cosa. Il campionato è già una noia mortale, se diventa grigio anche il contesto è finita

10 Dicembre 2018 alle 13:43

Bergamasco pagaci le tasse

I tifosi dell'Atalanta (foto LaPresse)

Forse questa cosa del razzismo e degli insulti ci sta scappando un po’ di mano. A Firenze siamo arrivati al cospirazionismo delle scritte infami, alla dietrologia della volgarità. Ignorando, come al solito, la regola aurea di Marco Aurelio e Hannibal Lecter: “Di ogni singola cosa chiediti che cos’è in sé, qual è la sua natura”. E la natura di chi ha fatto le scritte di Firenze è quella del deficiente e del male educato. Il resto non conta. Sarebbe utile individuarlo, il deficiente male educato, invece di delirare sui media per una settimana. E poi educarlo in modo sbrigativo. Non dovrebbe essere impossibile, vista l’abbondanza di telecamere per le strade, che nei dintorni degli stadi sono di solito ancora più abbondanti. Evidentemente, però, si ritiene più utile, o più cliccoso, evocare complotti, e seminare i soliti sospetti e veleni, e nascondere così l’inefficienza dietro una cortina di frasi fatte.

 

Nei giorni che hanno preceduto Atalanta-Napoli, invece, si è sfiorato il reato di procurato allarme. Sembrava dovesse succedere chissà che cosa, una specie di Norimberga, e invece non solo non è successo niente, ma una volta ancora il popolo degli stadi, ultras e non ultras, ha vinto con la sua arma migliore, quella che non si può sequestrare agli ingressi: l’ironia. “Bergamasco pagaci le tasse” dei napoletani non è un inedito, però fa sempre ridere. Ma “Ancelotti terùn” degli atalantini è una vera perla, sia perché più padano di Ancelotti, a memoria d’uomo, c’è solo Gino Cervi quando fa Peppone (e infatti lui non ha fatto una piega, anzi osiamo sperare che, come noi, abbia sorriso), sia perché è un modo “da stadio” di esprimere un parere nella discussione che proprio l’allenatore del Napoli ha, con molte ragioni, suscitato.

 

  

Già il campionato è una noia mortale, se diventa grigio anche il contesto è finita. Campanile, rivalità verbale, prese per il culo sono una cosa. Razzismo e insulti cattivi, alle singole persone, o peggio ai morti, sono un’altra cosa. Ci sono delle regole, ci sono delle cose che non si possono dire e non si possono fare. Vengano perseguite queste, e per il resto si tenga sempre a mente Fiorentina-Roma del 2001: Achille Serra, all’epoca prefetto di Firenze, fece spostare la partita al lunedì per motivi di ordine pubblico, convinto di dissuadere dalla trasferta i romanisti. Che si presentarono in 8.000, mandando la città in tilt. In testa al corteo, un solo striscione: “Semo tutti parrucchieri”.

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