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Totti e Spalletti, i cavalieri della tavola rotonda

Sono stati opposti dentro a una novella, entrambi protagonisti nel bene e nel male

2 Dicembre 2018 alle 06:00

 Totti e Spalletti, i cavalieri della tavola rotonda

Eppure sembravano perfetti insieme. Il toscano e il romano, dialetti mai, linguaggi semmai. Forme di espressione molto vicine, tra lo spocchioso e il generoso. Certaldo, dintorno di Firenze, Roma centro. Piramidi di storia, uno di fronte all’altro. Totti con la gloria di chi accompagna uno dei calciatori più forti di sempre, Spalletti con la fretta di recuperare un passato normale, vissuto su avamposti di provincia. Ruoli diversi, certo. Il calciatore e l’allenatore, il subordinato e il superiore. Ma proprio questo è il punto, davanti a certi uomini: non esistono gli strati, nessuno sopra, nessuno sotto. Uguali, quindi, eppure asimmetrici. In questa dicotomia, in questi salti nel buio, nasce una rivalità per certi aspetti affascinante. Psiche pura, spacciata per calcio. Totti ha in mano le chiavi della città che parla ad alta voce, Spalletti di quella che vive fuori dalle mura e che non sa gridare. A un certo punto si trovano in disfida, come portati dal vento, trascinati senza volere. Un lungo cammino li ha condotti uno di fronte all’altro, con le due chiavi in mano, come due spade. Molti tifosi intorno, intesi come partigiani. Spalletti ritiene, a torto, che la tromba dei suonatori abbia squillato solo da una parte, e che ciò lo abbia penalizzato nell’immagine, al di là della ragionevole sostanza. La tromba squilla dalla parte del vincitore, questo è il discorso. E Totti è un vincitore a prescindere, come quei grandi cavalli, fermi, dopo una vita di successi, dall’Arc de triomphe in giù. Totti come fu Ribot nella stalla, a fine corsa. Mantello chiaro, crine marrone anziché nero, muscoli ancora intatti e lucidi. Ha perduto lo scatto, però da fermo nessuno se ne accorge, nessuno crede che lo scatto sia così importante. Ma un allenatore vive di scatti, non considera il passato, lavora sul presente perché sa che quello è il suo futuro. Come non capirlo, un allenatore. Totti voleva giocare, come un bambino quando è tardi nella notte. Spalletti voleva spegnere la luce, come un padre severo. Totti chiedeva chiarezza, Spalletti comprensione. Totti guardava storto, con i suoi occhi furbi, intanto ammiccava al popolo. Spalletti batteva il pugno sul tavolo, in cerca di rispetto come un professore stanco. Sono stati opposti dentro a una novella, entrambi protagonisti nel bene e nel male. A riguardarla a distanza di tempo quella rivalità, non sembra giusto metterla sulla bilancia per capire da che parte penda la ragione. A rileggerla oggi quella storia dai contorni medievali, fa un po’ sorridere, divertire, con la sua epica da tavola rotonda. Due cavalieri alla ricerca di giustizia. Alla fine si sono lasciati senza trafiggersi, mancandosi più volte, magari per la paura di farsi del male per davvero. Sangue rappreso, prima di un addio.

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Commenti all'articolo

  • furlaninterfan

    02 Dicembre 2018 - 09:09

    Entrambi eccessivi. Spalletti nella sua incapacità di dire parole chiare, semplici, per il timore di diventare vulnerabile di fronte alla bestia bicefala tifosi-giornalisti. Totti nel considerare che la propria classe gli desse il diritto di trascurare l'interesse della squadra. Dalle paure di Spalletti nascono certi atteggiamenti provocatori. Dall'arroganza di Totti gli sputi, le offese agli arbitri, il calcione a Balo, l'addio melodrammatico da capoccia della curva.

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