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Allenarsi con lentezza per essere il più veloce. Il futuro di Yeman Crippa

Chiacchierata con il mezzofondista etiope della Nazionale italiana. La famiglia adottiva, il bronzo agli Europei, la voglia di Olimpiadi e la gratitudine per una vita inaspettata

12 Novembre 2018 alle 15:52

Allenarsi con lentezza per essere il più veloce. Il futuro di Yeman Crippa

Illustrazione di Riccardo Guasco per Il Foglio Sportivo 

“Il mio nome significa ‘Braccio destro di Dio’, ma non chiedermi da dove viene perché non lo so”. Sorride, Yemaneberhan Crippa (foto sotto), alla fine della nostra lunga chiacchierata nel bar del centro sportivo Giulio Onesti dell’Acqua Acetosa a Roma, quando gli chiedo del suo nome. I venticinque ettari di impianti dove il Coni fa allenare gli atleti italiani sono coperti da una pioggia leggera. Quando arrivo, Yeman ha finito da poco di allenarsi, lo aspetto in un lungo corridoio all’aperto tra altri atleti che colpevolmente non conosco. È a Roma per due giorni – “stiamo programmando la stagione 2019” – poi partirà per il Kenya: un mese di allenamenti per preparare gli Europei di cross in Olanda, il 9 dicembre.

  

Non usa mai la parola “favola”, né “sogno”, Yeman, mentre racconta la sua storia, dalle mucche portate al pascolo in Etiopia con i fratelli fino alla medaglia di bronzo nei 10.000 metri vinta ad agosto agli Europei di atletica, una delle poche gioie dello sport italiano in quella rassegna. L’abbiamo già usata troppe volte noi giornalisti, la fiacca metafora della favola, per dire chi è questo ventiduenne etiope adottato a cinque anni da una famiglia milanese poi trasferitasi vicino a Trento. “In effetti mi sa che è rimasto poco da raccontare sulla mia famiglia e la mia storia”, ride. Non gli dispiace, però: “Comincia a darmi fastidio che la notizia sia ancora quella dei miei genitori che hanno adottato me, i miei cinque fratelli e due cugini. Loro dicono che hanno fatto una cosa normale, non da raccontare in tv. Quando mi chiedono solo la storia della mia adozione un po’ mi infastidisco”. Non finge di non sapere che il suo essere etiope e italiano lo ha fatto diventare una notizia prima del bronzo europeo, ma adesso che c’è il peso di quella medaglia finalmente si può parlare soprattutto di atletica.

 

“Mi fa piacere se mi usano in modo positivo, per dire che un atleta africano può onorare la maglia dell’Italia, e mi dispiace se devo leggere sotto ai miei post sui social commenti stupidi sul fatto che sono nato in Etiopia”. Non ha la vocazione seriosa della bandiera di battaglie politiche, Yeman Crippa: “Io penso ad allenarmi e vincere, il resto mi interessa poco”. Il 2019 sarà un anno fondamentale per capire il futuro di questo ragazzo dal volto sorridente: “Ci sono gli Europei indoor a marzo in Scozia, ma l’obiettivo principale dell’anno prossimo sono i Mondiali di Doha, a ottobre. Mi sto allenando per arrivare in forma per quell’appuntamento”. Un anno di lavoro che si brucia in pochi secondi, in una gara contro il tempo in cui la gloria appartiene solo ai più veloci. Pare un controsenso, questo avvicinamento lento a una gara in cui vince chi fa più in fretta.

 

L’obiettivo vero è ancora più lontano: “Le Olimpiadi di Tokyo del 2020 – spiega – il Mondiale è un passaggio”. Possibilmente da vincere. “In due anni succede di tutto, se continuo a migliorare come ho fatto in questi mesi si può sperare”. Sul suo status di Whatsapp c’è questa frase: “La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione”. Eppure Yeman ha tutto del ragazzo fortunato. “È una frase non mia ma rispecchia il mio pensiero. Tutti mi dicono che avendo geni etiopi è naturale che corra più degli altri. È vero, keniani e etiopi vanno più forte, ma il talento arriva fino a un certo punto, poi ci si deve lavorare”.

 

   

In Italia c’è la tendenza a sentirsi fenomeni dopo un buon risultato. “È lunga: se arrivi terzo vuol dire che
in due ti hanno battuto”

Se non è fortuna, che cos’è? Destino? “La mia storia sembra una cosa già scritta. In Italia sono nato una seconda volta. Arrivavo dall’Etiopia, dalla povertà. Dopo la morte dei miei genitori sono venuto qua e ho avuto un’altra vita da iniziare da zero. Il destino ha voluto che non fossi un ragazzo qualsiasi, nello sport sono riuscito a dire la mia. Tutto quello che non ho potuto avere nella vita in Etiopia lo sto costruendo qua”. Tutto già scritto? “Sembra che il destino mi aiuti a fare qualcosa di importante. Succedono cose che da piccolo non avrei immaginato. Non so se è tutto già scritto: io devo concentrarmi e lavorare, ma ogni obiettivo che mi sono prefissato l’ho raggiunto”. Gli chiedo se “grato” può essere la parola giusta per descrivere come si sente. “Sì, mi sento grato. Ho avuto una possibilità che pochissimi bambini hanno, in Etiopia e non solo. Oltre a essere stato adottato faccio anche una vita che non possono vivere tutti: le soddisfazioni che ti dà lo sport, le vittorie, le medaglie, sono una cosa sopra la normalità”. Prima del bronzo agli Europei, Yeman ha vinto molto a livello giovanile. “Tutti dicevano ‘eh, vediamo poi cosa fa tra i grandi’. La medaglia è stata un conferma che volevo dare a tutti quelli che mi vogliono bene”. Nello sport italiano c’è la tendenza a sentirsi fenomeni dopo un risultato importante. “Oh no – sorride Crippa – È ancora lunga: se arrivi terzo vuol dire che in due ti hanno battuto”.

 

Parlando con lui e guardandolo gareggiare, si capisce subito che si diverte, che è contento di quello che fa. Sembra scontato, non lo è in un mondo in cui tutti si prendono troppo sul serio: “È vero. Ho un allenatore, Massimo Pegoretti, che mi trasmette tranquillità e mi fa lavorare sereno. Poi ho un gruppo di lavoro fatto da persone positive che mi sono messo io attorno. L’atletica è il mio sport preferito, è diventata la mia passione, il mio lavoro. Mi diverto. Certo dopo la gara che va male ti arrabbi, però sei pronto a ricominciare. Anche perché sai che dipende solo da te. Sono felice di fare questa vita, non ho stress”. È così da sempre: “Quando ero piccolo, in Etiopia, i miei genitori ci facevano portare le mucche o le pecore al pascolo. Noi andavamo, le lasciavamo in un pratone e giocavamo a nascondino… Mi divertivo anche lì”. Gli chiedo da dove nasce questo atteggiamento positivo, e Yeman fa un lapsus che dice tutto: “Il futuro che ho avuto… cioè, il passato, mi fa pensare positivo: sono arrivato in Italia, non mi è mai mancato nulla, ho trovato due genitori speciali che ci hanno dato poco di materiale ma ci hanno insegnato molto, ad esempio che ogni cosa va meritata”.

 

Mi fa piacere se mi usano come esempio positivo per dire che anche un etiope può onorare la maglia dell’Italia

Fino a pochi anni fa Yeman non pensava all’atletica: “Non mi piaceva proprio. Giocavo a calcio, sono tifoso dell’Inter, mi divertivo, ero bravino. Facevo il centrocampista. Poi in quarta o quinta elementare ho fatto le gare di atletica della scuola e ho battuto quelli di prima superiore. Un allenatore mi ha visto e mi ha detto di provare ad andare a fare una gara. L’ho fatta e ho vinto, ma non davo un peso a quella vittoria. Ho iniziato poco per volta. Non mi allenavo, andavo a fare gare e vincevo. A quattordici-quindici anni ho iniziato a pensarci seriamente. Mio padre confrontava i risultati dei miei coetanei in Italia con i miei e abbiamo capito che l’atletica poteva essere la mia strada. Il calcio era bello, ma ero un pippone”.

 

Da uno sport di squadra a uno individuale. Solitudine? “Non la sento. Quando ci alleniamo siamo sempre in gruppo. Poi certo in gara sei tu contro il tempo e basta. È faticoso, quando devi correre per venti chilometri tutti uguali è anche noioso. Ma quando vai in gara a quella fatica non pensi più”. Quando si allena indossa le cuffie, fa partire la musica e corre. Che musica? “Dipende, adesso ascolto Sfera Ebbasta”. Non è la vita di un ventiduenne qualunque: “Sì, ma se faccio i conti faccio più bella vita io dei miei coetanei. Facendo sport vivi meglio, hai più soldi, e hai tempo anche per certe avventure, se vuoi”. Poi ci sono i compagni di Nazionale: “C’è un bel clima tra noi dell’atletica, una bella mentalità: i ragazzi sono più aperti, sanno cosa vuol dire far fatica, si fa gruppo facilmente, non c’è il più forte che fa lo sborone, quello scarso che rimane escluso… Io ho creato un gruppo, in cui c’è anche Yohanes Chiappinelli, che fa i 3.000 siepi e con cui sono molto amico, e altri tre ragazzi. La Nazionale ci ha permesso di fare questo gruppo per andare ai raduni. Siamo come dei fratelli”. La speranza per un movimento, quello dell’atletica italiana, che da troppo tempo non regala soddisfazioni. “Sono anni un po’ bui – ammette Crippa – ma credo sia un periodo di passaggio. Magari tra cinque anni ci saranno sette-otto fenomeni che vinceranno medaglie a ogni rassegna”. Anche tu? “Certo, tra quei sette-otto spero di esserci anche io. Devo solo allenarmi, mio papà me lo ripete sempre: il tuo futuro dipende da te”. Da come parla di papà Roberto, si capisce l’importanza che quest’uomo ha nella sua vita. Quello dei genitori ossessivi è una piaga, gli faccio notare. “È vero, tantissimi genitori stanno troppo dietro ai figli atleti, sono più ansiosi di loro e alla lunga li rovinano. Una mia compagna di allenamento dopo una gara sbagliata mi diceva che non voleva tornare in macchina con i suoi perché le avrebbero fatto una testa così. Mio papà ogni tanto tende a fare così, però lo blocco subito: ho il mio allenatore, gli dico, parlo con lui, non devi dirmi tu come devo fare e non devo fare. A fine gara magari mi dice dove ho sbagliato secondo lui, io gli dico ‘adesso la gara è finita’. I genitori dovrebbero fidarsi di più degli allenatori”.

 

Già, l’allenatore. Massimo Pegoretti è per Yeman “una via di mezzo tra un secondo papà e un fratello più grande. È uno dei migliori allenatori in Italia”. Potresti forse dire l’opposto? “Ma no, si vede dai risultati: tanti ragazzi che mi battevano a livello giovanile adesso non so neanche dove sono. Avevano allenatori che li caricavano troppo, volevano essere loro a emergere. Non pensavano ai successivi tre-quattro anni, solo pensavano al risultato immediato”. Crippa ha vinto molte medaglie da junior, però. “È tutto da cancellare. L’atletica inizia adesso. Se fosse stato per me avrei voluto fare record a ogni gara e battere tutti. Il mio allenatore mi diceva di stare calmo: ‘Se riesci a farlo con questi allenamenti bene, se no non avere fretta, se ottieni tutto adesso quand’è che migliori?’. Un altro mi avrebbe bruciato”. Nella vita c’è sempre un momento in cui si capisce che in quello che si sta facendo si potrà combinare qualcosa di buono. Per Yeman è stato “quest’anno. Ho fatto il salto di qualità migliore di sempre. Dopo il terzo e quarto posto ho capito che con gli anni posso diventare qualcuno. Prima degli Europei no. Da questa primavera ho messo più impegno: c’erano i Campionati italiani di cross, dove ero favorito, e sono andati male. Lì mi è salita l’incazzatura e mi sono detto che quest’anno avrei dovuto mettermi in pista e far vedere a tutti chi sono”.

 

Il bronzo è arrivato nei 10.000, il quarto posto nei 5.000, ma “la mia distanza preferita sono i 1.500, anche se non eccello ancora. Spero di migliorare di un paio di secondi l’anno prossimo”. Due secondi che fanno la differenza tra la medaglia e l’oblio sportivo. Chi è l’idolo di Crippa in atletica? A domanda scontata, risposta scontata: “Mo Farah. Spero che le voci che girano su di lui siano false”. Già, il doping. “Nell’atletica succede spesso. Si pensava che keniani ed etiopi fossero tutti fenomeni e puliti, adesso ci sono 200 casi solo in Kenya di atleti sospesi per presunto doping. Anche se lo fanno per uscire dalla povertà non sono giustificabili”. Restano comunque i più forti. “Sì, dai 1.500 in su il dominio è tutto africano”. Anche se da quando hanno beccato i russi per doping anche etiopi e keniani vanno meno forte. “Meglio – sorride – è tutto un po’ più umano”. Saluto Yeman chiedendogli il significato del suo nome. “Sono nato in una famiglia cristiana copta, mio padre era un prete”. È cresciuto cristiano anche in Italia, i suoi genitori adottivi sono cattolici praticanti. “Io sono un po’ meno praticante, ma ci credo. Sono un peccatore”, sorride. E chi non lo è.

 

“Domani (29 ottobre 2018 ndr) parto per il Kenya. Avrei voluto andare ad allenarmi in Etiopia, così sarei passato a trovare i miei parenti. Ma la Federazione ha preferito il Kenya, ha strutture migliori”. Dove sarai tra cinque anni? “Spero di avere vinto qualcosa in pista a livello mondiale ed esordire nella maratona. Farò i conti dopo Tokyo”. Con lentezza. È l’unico modo per correre più veloce degli altri.

Piero Vietti

Piero Vietti

Nato a Torino nel 1981. Caporedattore, ha seguito lo sviluppo digitale del Foglio. Oggi è il responsabile dell'inserto settimanale sportivo, ma scrive anche di altro. Ha un passato teatrale e radiofonico e un presente intenso. Per il futuro si sta organizzando con la necessaria ironia. Sposato, ha tre figli. Cuore granata.

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