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“Giorgio Bubba sta con noi”. Addio alla voce del calcio genovese

Il giornalista di 90° minuto è morto a 82 anni. Giacche improbabili, qualche gaffe. Aveva rischiato di finire in una canzone di Ligabue. Ma per anni fu soprattutto testimone puntuale dell'Italia sportiva

5 Aprile 2018 alle 20:04

“Giorgio Bubba sta con noi”. Addio alla voce del calcio genovese

Giorgio Bubba

Come in “Dieci piccoli indiani”, alla fine non rimase (quasi) nessuno. Che poi era il titolo originale del romanzo giallo più fortunato di Agatha Christie. Non abbiamo fatto in tempo a salutare a metà marzo Luigi Necco, che si congeda definitivamente un altro volto su cui era costruita l'impalcatura di “90° minuto”. Giorgio Bubba era la parte genovese della trasmissione cui nessun italiano malato di pallone avrebbe rinunciato alla domenica pomeriggio, quando le pay tv erano lungi dal nascere e le immagini della Serie A erano rare e preziose. Se ne è andato a 82 anni, un'età che sottolinea come siano lontani quei tempi e come tutti si stia inesorabilmente invecchiando.

 

Bubba aveva un vantaggio rispetto ai colleghi. Era giornalista della sede Rai di Genova e con due squadre da seguire, retrocessioni permettendo, andava in video ogni domenica. Ci andava con quelle giacche spesso improbabili, che avrebbero fatto la gioia del conterraneo Fantozzi ragionier Ugo. Ci andava con un linguaggio che lo aveva ben presto definito. Se era sanguigno Marcello Giannini da Firenze, se era allegramente scanzonato Necco da Napoli, se era tremendamente marchigiano Tonino Carino da Ascoli, se erano precisi fino alla pedanteria Ennio Vitanza e Marco Lucchini da Milano, lui cercava sempre una parola fuori del comune. A volte troppo, come quando definì una rovesciata di Gianluca Vialli “una bomba al Nepal”. Ma anche le gaffe fluivano con un tono leggero, quasi divertito. Come erano la conduzione della “Domenica Sportiva” di Enzo Tortora e le radiocronache a “Tutto il calcio” di Alfredo Provenzali, altri giornalisti cresciuti a Genova.

 

 

Genova, per l'appunto. Bubba, che era di La Spezia, la amava fino in fondo, come facevano i suoi colleghi di 90° con le rispettive città. Improvvisamente spuntavano immagini che non c'entravano nulla, come quando parlava di Euroflora, definendolo un omaggio floreale alle telespettatrici, oppure quando legava il Salone nautico al pallone. Due grandi eventi genovesi, due citazioni che oggi i più volgari definirebbero marchette e che invece per Bubba erano consigli per gli acquisti, ben prima che arrivasse Silvio Berlusconi. Di Genova ha raccontato il primo e unico straordinario scudetto della Sampdoria, costruita sulle prodezze in campo di Vialli e Mancini, sulle ardite metafore di Vujadin Boskov in panchina e sui soldi di Paolo Mantovani. E poi il fronte rossoblù con un altro paio di gemelli: Skuhravy e Aguilera, non vincenti come i colleghi blucerchiati, ma entrati nella storia rossoblù per la semifinale di Coppa Uefa 1991-92 dopo aver espugnato Anfield Road, la tana del Liverpool, con Osvaldo Bagnoli in panchina. Il massimo per chi si chiama Genoa Cricket and Football Club.

Delle due squadre Bubba era dato in quota Sampdoria, ma nessuno se ne è mai accorto quando si presentava in video. Era professionale nel calcio come lo era negli altri ambiti giornalistici: “Mai visto uno lavorare così tanto - racconta il collega Emanuele Dotto -: Genoa e Sampdoria, il Festival di San Remo, seguiva anche le Brigate Rosse”. Uno così individuabile che aveva rischiato di diventare il titolo di una canzone di Luciano Ligabue (“Marlon Brando è sempre lui” era nata come “Giorgio Bubba sta con noi”); uno che non nascondeva la sua fede senza timore di prendere posizione, anche di retrovia (come quando, da presidente dei cronisti cattolici liguri, aveva dichiarato guerra all'acqua Sant'Anna per un abbinamento commerciale con il film Il Codice da Vinci); uno che era tornato a lavorare dopo un ictus devastante, quando altri avrebbero alzato bandiera bianca. Non sappiamo se lo avesse fatto per sentirsi ancora vivo, come capita a molti della nostra categoria che non mollano neppure dopo la pensione. Ma è un dettaglio che non conta.

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