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Anche i fricchettoni nel loro piccolo vincono. Lo strambo calcio dell'Östersund

Un club senza storia né soldi batte l'Arsenal all'Emirates in Europa League. Storia di un progetto folle che ha portato il calcio nel paradiso degli sciatori

23 Febbraio 2018 alle 18:33

Anche i fricchettoni nel loro piccolo vincono. Lo strambo calcio dell'Östersund

Foto LaPresse

Che una squadra debuttante in Europa possa batterne una dal prestigioso passato e che in Europa ci gioca da decenni non è una novità, è già successo. Ogni tanto le sorprese accadono nel calcio. Non è infatti per aver battuto l'Arsenal all'Emirates Stadium che il Östersunds Fotbollsklubb sarà ricordato. E' per un progetto strambo che però lo ha portato in sei anni dalla quarta divisione svedese ai sedicesimi di Europa League.

 

   

Di calcio a Östersund se ne è sempre visto poco. Perché lassù, nel centro geografico della Svezia, in quel luogo solitamente indicato con un generico "sulle montagne del nord", si fa altro: sci, sci di fondo, biathlon, hockey, al massimo basket. "Il pallone è per la gente del sud, lassù il calcio al massimo lo si sente alla radio", raccontava l'ex attaccante del Milan Gunnar Nordahl parlando dei suoi compagni di squadra Niels Liedholm e Gunnar Gren, entrambi originari della Svezia meridionale. Erano gli anni Cinquanta e "il Bisonte", tuttora il miglior marcatore nella storia dei rossoneri, raccontava che nel suo paese di origine, Hörnefors (trecento chilometri a nord-est di Östersund) a giocare a calcio erano appena un centinaio e per trovare una squadra decente si dovette trasferire a Degerfors, nella parte centrale del paese, quella dei grandi laghi, settecento chilometri più a sud. "Lassù al nord puoi trovare gente brava con gli sci, lavoratori forti, ma nessuno con cui giocare al pallone", ricordava Nordahl, "anche perché chi vuoi che vada a giocare fin lassù? Nemmeno gli svedesi".

 

Dal 2011 Daniel Kindberg, il presidente del Östersund, ne ha trovati ogni anno una ventina, li ha affidati a un inglese con la fissa delle scienze sociali e con la cultura underground e ha fatto fortuna.

   

Kindberg è un personaggio strano. In gioventù agricoltore, poi macellaio, e infine ex ufficiale dell'esercito svedese, missioni all'estero in Congo, Libia e Bosnia. Dato l'addio alle armi divenne pacifista convinto, prima di aprire una società di real estate e fare soldi nel mercato immobiliare. Nel 2007 accetta, più per amicizia con il vecchio presidente che per reali capacità, il ruolo di direttore sportivo dell'Östersund. Nel 2010, dopo la retrocessione del club della Seconda divisione svedese – la serie più infima del calcio professionistico locale –, lo acquista per due soldi. Con un solo obbiettivo: giocare in Champions League. Lo disse al giornale locale: lo presero per pazzo, prima di deriderlo. Ovunque.

 

Di soldi Kindberg ne ha, ma meno di quello che servirebbero a invogliare i calciatori a giocare in luoghi per nulla ospitali e del tutto periferici nel mondo del pallone, anche svedese. "I soldi non sono tutto nel calcio, servono le idee", dice alla radio. Altra derisione collettiva. E allora va in Inghilterra, all'Università di Leeds, per convincere un ex calciatore a seguirlo, uno che nel frattempo si era laureato in scienze sociali, curava la formazione fisica degli iscritti all'istituto e del quale aveva letto un articolo sulle minoranze etniche che gli era piaciuto. Ci volle poco ai due per trovarsi, ci volle poco a Graham Potter per accettare di sedersi per la prima volta su una panchina dopo tredici anni di professionismo, una presenza nell'under 21 inglese e tre passati su una sedia universitaria. 

 


Il presidente Daniel Kindberg con l'allenatore Graham Potter


  

Kindberg ha un immaginario che viene dagli anni Settanta, che si è formato in Svezia su libri americani, dischi inglesi e teorie orientali. E' un "fricchettone che deve provare di tutto", dice di lui, anche "fare la guerra". Una contraddizione vivente. Per questo ha deciso di imporre solo due regole ai suoi giocatori: la prima basata sulla Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite, secondo cui tutte le persone nascono libere e hanno lo stesso valore; la seconda invece è quella di avere il coraggio di fare le cose a proprio modo.

  

Potter arriva in una squadra che non ha giocatori, non ha manager, né tecnici. Solo un magazziniere, un fisioterapista, uno stadio e una sede. Partono da zero. L'idea di Kindberg è strana e sembra sconclusionata: "Tutti gli altri si allenano allo stesso modo, si organizzano allo stesso modo e giocano allo stesso modo. Se avessimo fatto così anche noi non avremmo fatto strada, saremmo rimasti in basso perché così funziona il calcio dei ricchi: ci vogliono soldi per costruire una squadra vincente. E noi di soldi non ne avevamo", ha detto al Guardian. L'allenatore lo segue nelle sue idee, le rende sue, le estremizza: "Non avevamo nessuna storia, nessuna tradizione e pochi soldi per attirare giocatori. Eravamo degli esclusi e allora ci siamo rivolti agli esclusi, a quei giocatori ai quali il calcio ha detto solo dei 'no, non sei abbastanza bravo'".

 

Prima di acquistare calciatori, i due costruiscono l'Accademia della Cultura, un centro polifunzionale aperto al pubblico, con tanto di laboratori e corsi di danza, teatro e canto. Poi scandagliano il mercato degli svincolati, incontrano i giocatori, parlano a lungo fregandosene dei provini sul campo, chiedendo però disponibilità a lavorare nell'Accademia. "Il club deve essere aperto alla società nella quale si vive, deve essere qualcosa di cui tutta la città deve andare fiera". Qualcuno accetta, in molti snobbano l'offerta del minimo salariale, più qualche extra se dovesse andare bene.

  

Quello che sembra un'assurdità invece funziona. Lo stadio è sempre pieno, anche grazie ai giri di vodka offerti dal presidente. Gli uomini di Potter vincono due campionati di fila, arrivano due volte a metà classifica della serie B svedese poi colgono un'altra promozione. L'anno successivo, al primo campionato in Allsvenskan si salvano facilmente, e poi conquistano la Coppa nazionale che vale l'accesso all'Europa League.

 

L'esordio europeo è del 13 luglio 2017, secondo turno preliminare, L'avversario è il Galatasaray, il pronostico scontato: fuori subito e tanti saluti alla coppa. E invece i turchi perdono in Svezia e pareggiano a Istanbul. Poi viene il turno del Fola Esch, squadra lussemburghese: doppia vittoria. Agli spareggi è il Paok a farsi eliminare. Ai gironi, con Herta Berlino, Athletic Bilbao e Zorja, tutto sembra deciso: baschi e tedeschi si giocano il primo posto, le altre il penultimo. E invece in Svezia nemmeno l'Athletic riesce a vincere: l'Östersund raccoglie due vittorie e un pareggio, sette punti che sono una mezza qualificazione. L'altra mezza arriva fuori casa: una vittoria in Ucraina e un pareggio a Berlino. Soprattutto un gioco offensivo, veloce, fatto di passaggi corti e aiuto reciproco. Tutti attaccano e tutti difendono, tutti corrono novanta minuti. Il modello è il calcio totale olandese, i piedi sono meno raffinati e l'impostazione è decisamente più fisica che tecnica, ma i risultati sono una squadra che si muove come un solo organismo e che tatticamente non sbaglia mai nulla, con alle spalle una preparazione fisica quasi militare. "Avevamo davanti maratoneti", disse l'allenatore dei baschi José Ángel Ziganda, cercando di ridere per non piangere dopo il pareggio alla terza giornata dei gironi che inguaiava, e non poco, la sua formazione (che poi con tre successi nelle partite di ritorno riuscirà a conquistare il primo posto e la qualificazione".

 

  

"Siamo diversi, chi viene qui sposa un progetto, non lo fa per soldi", ha detto Kindberg, che dalla prima stagione a oggi ha continuato a fare quello che aveva promesso: acquisti a parametro zero tra i diseredati del calcio, stipendi bassi, poche regole ma chiare, tutti i guadagni reinvestiti nel club e nella comunità di Östersund.

  

L'avventura europea degli svedesi è finita ieri ai sedicesimi di finale contro l'Arsenal, ma con qualche brivido per gli inglesi. Dopo la sconfitta in casa per 0-3, Potter disse: "Siamo fuori? Può essere, ma non è così sicuro". Ribadì il concetto qualche giorno dopo: "Noi andiamo a Londra a giocare come abbiamo sempre fatto, non sarà l'Arsenal a farci paura". Fu l'Arsenal ad averne. Due gol all'Emirates nel primo tempo rimisero in gioco tutto. Poi la rete di Sead Kolasinac, dopo un errore clamoroso del difensore Ronald Mukiibi, rimise a posto tutto per i Gunners, senza evitare una sconfitta storica, quella che segna il successo dei fricchettoni sul grande calcio.

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