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Gli Eagles battono i Patriots. Ecco il Super Bowl della narrazione perfetta

L'uomo qualunque, il quarterback Nick Foles, supera il campione Tom Brady e Philadelphia conquista il suo primo titolo. E' una riedizione di Davide contro Golia con tutto l’immaginario che ne discende

5 Febbraio 2018 alle 08:10

Gli Eagles battono i Patriots. Ecco il Super Bowl della narrazione perfetta

Superbowl 52: bella messinscena, narrazione perfetta. Gli underdogs, gli sfavoritissimi Philadelphia Eagles, rovesciano il pronostico e conquistano il loro primo trofeo Nfl, al termine d’una partita in cui gli attacchi dominano le difese, si segna moltissimo e i due annunciatissimi quarterback sono di fatto gli eroi della storia, ciascuno con una parabola eroica hollywoodiana. Ovviamente quella di Foles, il vincitore, parla del riscatto dell’uomo qualunque, del Qb senza qualità, un onesto e anonimo comprimario che d’improvviso sale alla ribalta, quando stava seriamente considerando il ritiro, e sostituendo la star della sua squadra, ne assume le redini, pilotandola magnificamente fino al traguardo mai raggiunto (e dimostrando, tra l’altro, una perizia e una conoscenza del gioco che ribadisce come tra le rinomate scientificità del football “pro” si prendano fragorose cantonate). E poi la saga di Tom Brady, roba da cantastorie e destinata certamente a una drammatizzazione Hbo prima che il gallo canti. Ebbene, stavolta il più bravo di tutti, l’american boy così perfetto e cristallino da far sospettare la progettazione in laboratorio, è finito ko, mestamente accasciato sul prato (sintetico), a rimirare le forme della propria rivelata imperfezione, nell’attimo (e nel gesto) in cui si era proiettato a scrivere un altro capitolo del fantasy sportivo che porta il suo nome. Invece proprio il passaggio che, secondo tradizione, avrebbe condotto i suoi Patriots all’ennesimo sorpasso in extremis, ha fatto una brutta fine, e sono state le verdi Eagles finalmente a volare fino alla vittoria 41-33, risultato che avrà reso particolarmente dolce questa domenica di febbraio per milioni di americani, più o meno fans di questo sport, comunque dotati di una istintiva, proiettata antipatia per la squadra dei Patrioti di Boston, franchigia schiacciasassi pensata per dominare e umiliare, e stavolta rispedita a casa col referto dei perdenti.

 

Dunque una rappresentazione fatta su misura per stuzzicare psicologicamente i milioni di americani che adesso devono convincersi che guardare il football non sia l’attività perversa che ormai è accertata, dal momento che quest’anno non c’è stato grande media che non abbia pronunciato l’anatema contro l’Nfl e lo stile di questo sport che – ormai è accertato – uccide i suoi atleti, per le conseguenze delle concussioni cerebrali i cui effetti sono devastanti e ormai sono ampiamente certificati dalla scienza. Naturalmente si continua, perché lo spettacolo deve continuare, soprattutto se è di queste dimensioni, ma inutile negare che l’effetto non sia più lo stesso e che il gusto dolceamaro non accenni a sfumare mentre i caschi dei giocatori entrano fragorosamente rotta di collisione.

 

Almeno per il Superbowl 2018 è arrivata la sfida giusta: Davide contro Golia con tutto l’immaginario che ne discende, i campioni in carica dei New England Patriots, la Juventus del football, e Tom Brady, il quarterback più odiato, non fosse che non vince quasi sempre, contro i Philadelphia Eagles, squadra vecchia, malandata, operaia e un bel po’ italiana, visto i tanti nostri connazionali che vivono nella città dell’amore fraterno. Se poi ci mettere che i Patriots sono proprietà di un gruppo di grandi supporter di Donald Trump, che il presidente non nasconde le sue smaccate simpatie per le maglie blu di Boston e che quell’icona del 40enne Brady è il prezzemolo delle tv Usa - la consorte top model Gisele Bundchen, i 18 anni al timone della squadra, i 7 Superbowl giocati e i 5 vinti, il titolo di Mvp della stagione, i quattrini, la villa da favola… - è facile immaginare per chi abbia tifato l’America al di fuori del New England, con gli Eagles a caccia del primo Superbowl, ai comandi di un quarterback sconosciuto come Nick Foles.

 

Il “niente da perdere” di Philadelphia contro l’arroganza degli eterni vincenti: un programma avvincente, per una partita giocata al coperto, visto i -20 gradi di temperatura a Minneapolis, in un nuovissimo stadio violetto, (purple, il colore di Prince, l’eroe locale), dal nome orrendo, US Bank, ma dalla struttura fantascientifica, tanto più se vista dalla povera Italia dei “comunali”. In questo altro mondo, che in fondo sancisce l’eterna alterità dello spettacolo in questione per il nostro pubblico, facandone una carnevalata poco godibile per i nostri palati, a metà partità, come tradizione, è andato in scena il megashow pop. Protagonista stavolta Justin Timberlake, per la terza volta sul palco del Superbowl, ma per la prima da solo (c’era stato da ragazzino come membro degli N’Sync e poi come ospite della famigerata esibizione di Janet Jackson e del suo capezzolo malandrino). Spettacolo perfetto, inoffensivo e inutile, non fosse che Timberlake è voluto tornare sul luogo del delitto, suonando di nuovo “Rock Your Body”, la canzone dello scandalo di quella volta che l’America intravide un quadratino di carne proibita della sorella di Michael e su quello lanciò una delle più risibili crociate del perbenismo di tutti i tempi. Altro momento stra-annunciato dello show era l’omaggio a Prince, che si mormorava sarebbe avvenuto attraverso l’apparizione di un famigerato ologramma-ghost del mitico scomparso, ma che invece s’è risolto con una bella proiezione del defunto, con il quale Timberlake ha brevemente duettato in “I Would Die for U”. Pace all’anima del più grande di Minneapolis.

 

E dunque tutti a casa contenti e rassicurati, al termine dell’evento clou dello sport e della tv americana: sarà vero che di football si muore, ma le favole che racconta questo sport sembrerebbero quasi valere il sacrificio (idiozia che davvero andrebbe crocefissa e non merita altri rinvii: o si pone rimedio al massacro, o si sancisce l’avvento di una cultura “Mad Max” che puzza di cinismo e gladiatori. Bella gatta da pelare per business-moralisti d’oltreoceano). Inoltre è confermato che l’impossibile è possibile, che lo spirito di squadra, così visivamente ostentato dai verdi di Philadelphia, può tutto, anche sovvertire risultati che parevano già scritto. Il giorno dell’opportunità giusta arriva per tutti e saperla cogliere è il mito dello spirito americano. Che tutto ciò abbia poi un sapore fortemente sceneggiato, pane e circo per la sterminata platea degli spot pubblicitari sparati tra le azioni di gioco, è un altro discorso. Che si colloca dalle parti del logoramento di un sistema di intrattenimento. Visibilmente usurato dal tempo che passa, dalla ripetizione e da rituali ormai stanchissimi.

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