Il paradosso Ronaldinho

Il calciatore brasiliano si è ritirato ieri, ma è come se si fosse ritirato otto anni fa. Dinho è stato un giocatore eccezionale, ma forse meno eccezionale di quello che abbiamo creduto. Il punto di unione tra due mondi calcistici

17 Gennaio 2018 alle 14:17

Il paradosso Ronaldinho

Ronaldinho (foto LaPresse)

L'otto marzo del 2005 tutto si fermò qualche secondo, giusto il tempo di un respiro, di veder sorgere un'idea e di vederla tramontare. Londra, anzi lo stadio Stamford Bridge, al confine con il quartiere Chelsea, si trasformò nell'ombelico del mondo, una sorta di porta che univa il calcio contemporaneo a quello che fu. Al centro di tutto c'era un giocatore coi capelli lunghi raccolti in una coda, col numero dieci sulla schiena. Lui era piazzato a pochi metri dal limitar dell'area avversaria, passeggiava o qualcosa del genere, attendeva. La palla si palesò tra i suoi piedi, si fermò, fece quello che nessuno avrebbe neppure sognato di fare, ossia stare fermo, non muoversi. Aspettava il varco. Non appena lo intravide colpì la sfera. Un destro secco, di punta, la palla che non saliva, che restava a mezz'aria, però decisa, infida. Era un sospiro trattenuto quel pallone, un lungo urlo strozzato in gola. Almeno sino a quando il portiere non vide la palla sbattere sul palo ed entrare in porta. Gol. I tifosi del Chelsea muti, quelli del Barcellona festanti. Una cosa che non si vedeva su un campo di calcio da parecchio. Una perla talmente appariscente da non accorgersi della deviazione del difensore. Era il 38esimo minuto, gli inglesi stavano già vicendo 3-2, ma al 18esimo erano 3-0 e il risultato dell'andata aveva visto la vittoria del Barça per 2-1: insomma c'era tutto il tempo non solo per raggiungere gli ottavi di Champions, ma anche per dare una lezione ai londinesi. Quel gol di Ronaldinho sembrava la via per il miracolo, divenne invece il monile più prezioso di una disfatta (alla fine il Chelsea vinse 4-2).

 

 

In quel gol Ronaldinho ha racchiuso se stesso, la sua magnificenza e la sua dannazione, il meglio e il peggio di un giocatore particolare, certamente fortissimo, ma forse meno eccezionale di quello che abbiamo creduto. Un numero 10 talmente fuori tempo e fuori ritmo da risultare supermoderno, insomma un paradosso di calciatore. Una storia la sua iniziata il 15 gennaio 1998 con la maglietta del Gremio e finita, almeno ufficialmente, il 16 gennaio 2018, ormai senza maglietta, con la pancia da pensionato e la testa a quella spiaggia che ha sempre amato e a cui non ha mai rinunciato troppo.

 

Ronaldinho è nato calcisticamente come un diminutivo di giocatore. Quegli erano gli anni di Ronaldo, quello vero, Luís Nazário de Lima, mentre a lui, Ronaldo de Assis Moreira, più piccolo e più esile, non rimaneva che il suffisso -inho. -inho divenne Dinho, prima nome, poi apoteosi, infine domanda: ma Dinho?

 

E il tutto durò più o meno cinque anni.

 

Sino al 2003 Ronaldinho era un discreto giocatore, fantastico tecnicamente, assolumente inutile in campo. Dopo il 2008, o forse qualche mese prima, Ronaldinho divenne un calciatore buono per la pensione, svogliato, a tratti ancora magistrale, ma quasi mai. Tra il 2003 e il 2008, o forse qualche mese prima, Ronaldinho era forse il meglio che si poteva trovare al mondo, la massima espressione del calcio brasiliano, anzi forse del calcio mondiale. "Poesia e sostanza, un'idea bellissima di calcio", almeno per lo scrittore Eduardo Galeano. Due vittorie nella Liga, una Champions League, un Pallone d'Oro, giocate memorabili e l'idea che con la palla tra i piedi potesse prima o poi succedere qualcosa di magnifico.

 

 

Ronaldinho era spettacolare, dribblava come pochi nella storia, come nessuno allora. Era l'espressione, abusata e reclamizzata, di un calcio da campo di periferia, che faceva del divertimento personale il proprio marchio, che era brasiliano al cento per cento, in quanto ballato, che era “veneziano” per principio, la palla la si passava poco perché doveva stare il più possibile vicino al piede, che era spettacolare per evidenza. Era il bel calcio, non un buon calcio. Il joga bonito, di nikeana memoria, che poi altro non era che il joga felix delle spiagge di Rio de Janeiro, erano dribbling ripetuti e giochetti di prestigio di tecnica e talento, erano uno contro uno, più scatti che velocità, più idee momentanee che ragionamento di gioco, insomma bellezza e istinto, non bontà di tattica.

 

In quei cinque anni, negli anni di Barcellona, Ronaldinho rappresentò il massimo di un calcio che era retaggio antico, metà ottocentesco forse. Era il calcio inglese delle origini, quello ancora aristocratico che metteva al centro del gioco l'impresa personale, il dribbling come simbolo di eccezionalità. Il calcio dell'individualità che poi perse contro il people's game, il calcio alla scozzese, quello proletario, fatto di divisione dei ruoli, di aiuto reciproco, di passaggi e non di invenzioni estemporanee. Quello di Ronaldinho erano buone vibrazioni e spettacolo, individualismo e genialità, solipsismo inserito però nella modernità. Poteva rimanere un dribblomane alla Denilson, divenne il primo passo verso Leo Messi, ossia verso un calcio dove l'eccezionalità personale è inserita in un tessuto di gioco comune e diffuso. E' il modello Barcellona, quello che si iniziò a formare proprio negli anni di Dinho in campo e Rijkaard in panchina, quello del gioco di squadra o meglio di talento individuale applicato a un collettivo, la trasfigurazione catalana dell'insegnamento olandese, divenuto regola con Guardiola in panchina e Messi, Xavi, Iniesta e Busquets in campo. In Dinho tutto ciò era ancora un accenno, un passo non ancora compiuto.

 

Giocava alla brasiliana, ma lo faceva ad una velocità mai vista in Brasile. Durò finché il suo fisico non eccezionale riuscì a rimanere eccezionale, finché i suoi muscoli rimasero tonici e preparati. Tramontò in un attimo quando al suo talento venne meno la forma fisica, quando il suo joga feliz divenne più feliz che joga. Ronaldinho rappresentò l'eccellenza del tocco, non fu mai l'eccellenza del calcio. Era un giocatore capace di qualsiasi cosa, soprattutto di stupire, perfetto per un calcio nel quale il talento individuale poteva bastare a se stesso, assolutamente inutile in un gioco dove l'eccezionalità tecnica deve andare di pari passo a quella fisica e polmonare.

 

Il Ronaldinho visto a Milano con la maglia rossonera fu l'evidenza di questo. Giocate strabilianti all'interno di una profonda inadeguatezza. Al Milan Dinho sparì prima dal grande calcio, poi anche da se stesso. Divenne il numero 10 con la pancia, divenne il fantasma del giocatore che fu, divenne una domanda: ma Dinho?

 

Dinho si è ritirato ieri. Ma si era già ritirato almeno otto anni fa.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi