Più che in campo i dubbi sul Milan si concentrano in banca

Le trattative per il “Voluntary Agreement” con la Uefa, le indiscrezioni di Marca, l'inchiesta del New York Times sulla proprietà cinese. Il punto sulla situazione dei rossoneri

26 Novembre 2017 alle 06:14

Più che in campo i dubbi sul Milan si concentrano in banca

Foto LaPresse

Fosse una storia da poliziottesco anni Settanta, di quelli con protagonisti Tomas Milian e Bombolo, si intitolerebbe di sicuro “Giallo rossonero”. Ma siccome la nebbia fitta che circonda il presente e il futuro prossimo del nuovo Milan cinese è una roba serissima da scomodare stampa internazionale e organismi federali, forse vale la pena riavvolgere il nastro e provare a capire perché in queste ore Aleksander Ceferin, numero uno della Uefa, si è detto “preoccupato” per le sorti della società rossonera. O perché, con un allarmismo giustificabile forse soltanto dall’ansia di scoop, il quotidiano sportivo spagnolo Marca giorni fa abbia sganciato la bomba anticipando che il Milan rischierebbe addirittura l’esclusione dalle coppe europee. Roba che in confronto l’inizio mediocre di campionato, soltanto mitigato dal passaggio del turno in Europa League conquistato con un turno di vantaggio passeggiando sull’Austria Vienna giovedì a San Siro, e la graticola su cui siede da settimane Vincenzo Montella passano in secondo piano in un amen.

 

 

In queste settimane, infatti, i vertici del Milan guidati dall’amministratore delegato Marco Fassone stanno conducendo una difficile trattativa con la Uefa per raggiungere un accordo di “Voluntary Agreement” che permetta alla società di avere dall’organismo federale il permesso di derogare alle strette (e piuttosto aleatorie a dire il vero) norme sul fair play finanziario. In sostanza il club di via Aldo Rossi dovrà convincere la Uefa della credibilità del piano di rientro dal deficit accumulato fino a raggiungere il pareggio di bilancio nell’arco di quattro esercizi, ottenendo così che Nyon chiuda un occhio sui conti in rosso societari. Trattativa ancora aperta, come dimostra il fatto che soltanto martedì la Uefa ha inviato alla società rossonera un nuova lettera per avere ulteriori chiarimenti. Tutto nella norma, allora, come farebbe anche intendere il “moderato ottimismo” dichiarato da Fassone. Non fosse però che le parole di Ceferin sono state una doccia gelata, arrivata dopo le indiscrezioni pubblicate da Marca secondo le quali il piano presentato dal Milan non avrebbe convinto l’organismo di controllo finanziario perché legato ad introiti troppo dipendenti dai risultati sportivi (e quindi non certi) e condizionato da operazioni di mercato “poco chiare”. Una situazione che secondo il quotidiano spagnolo potrebbe far scattare una poco plausibile esclusione dalle coppe europee. “Non posso dire nulla, stiamo lavorando sul caso – ha spiegato Ceferin parlando con La Repubblica - Sono preoccupato per il Milan, ma vediamo cosa succede. A metà dicembre l'Uefa si pronuncerà sul Voluntary Agreement”.

 

Nel caso non si trovasse un accordo, però, il Milan non sarebbe automaticamente escluso dalle Coppe (è la sanzione massima) ma, in virtù di un Settlement Agreement, potrebbe “salvarsi” con multe o limitazioni alla rosa come già capitato a Roma e Inter. “Ma è ancora presto per poter parlare di questo scenario”, ha concluso il numero uno della Uefa.

 

Anche perché ad alzare un polverone ancora maggiore sul caso ci ha pensato il New York Times che ha deciso di mettere i propri segugi sulle orme di Yonghong Li, nuovo proprietario del club, riproponendo dubbi e domande rimaste senza risposta fin dal momento dell’acquisto della società da quello che per l’alta finanza di Pechino era e resta un carneade senza curriculum. E, se possibile, il lavoro dei giornalisti del Nyt ha persino reso ancora più inquietante la vicenda dal momento che, stando all’inchiesta, la proprietà delle miniere di fosforo che Yonghong Li ha sempre esibito come propria principale fonte di reddito sarebbe in realtà riconducibile ad un misterioso gruppo (la compagnia d’investimenti “Guangdong Lion Asset Management”) con cui il nuovo proprietario rossonero avrebbe avuto legami di natura poco chiara. Anche perché negli ultimi mesi la “Guangdong Lion Asset Management” sarebbe passata di mano per ben quattro volte, due delle quali a costo zero. Inquietante poi, scrive ancora il New York Times, che la sede societaria della compagnia a Guangzhou sia stata sfrattata per morosità. Accuse a cui l’entourage di Yonghong Li ha risposto correggendo soltanto l’attribuzione di uno scatto fotografico messo in pagina dal New York Times. Unica precisazione o smentita, insomma, quella su uno scambio di persona.

 

Possibile però che queste perplessità siano sfuggite alla squadra di consulenti internazionali che per oltre un anno hanno lavorato alla cessione del Milan avendo a che fare, e questo era noto fin dall’inizio, con un gruppo la cui solidità finanziaria era tutta da provare? “Per cedere il Milan, Fininvest si è affidata ad advisor, studi legali e banche di livello internazionale – ha spiegato nei giorni Silvio Berlusconi rispondendo così alle perplessità sollevato dal New York Times - Gli acquirenti cinesi hanno sempre rispettato puntualmente gli impegni presi e un fondo importante come Elliott ha ritenuto di poter garantire loro un prestito rilevantissimo”.

 

E qui sta il secondo capitolo del giallo rossonero.

 

Per concludere l’acquisto del Milan nei tempi prefissati dal closing e rispettare l’ultima rata di pagamento dopo le note difficoltà di cassa e le diverse triangolazioni economiche attraverso paradisi fiscali, Yonghong Li nell’aprile scorso ha dovuto ricorrere ad un finanziamento da parte del fondo speculativo statunitense Elliott Management, guidato dal finanziere americano Paul Singer, pari a 303 milioni di euro. Elliott, dal canto suo, ha preteso a garanzia del prestito concesso ad un tasso medio dell’11 per cento il 99,93 per cento delle azioni del Milan, il pegno su tutti i marchi di proprietà di AC Milan SpA, su tutti i diritti di proprietà intellettuale di proprietà della società rossonera e su praticamente tutti gli introiti da contratti commerciali, di sponsorizzazione e “media”. Ciò significa che se alla scadenza dei 18 mesi Yonghong Li o chi per lui non verseranno al fondo americano 350 milioni tra capitale e interessi maturati, Elliott diverrà di fatto esclusiva e totale proprietaria del club rossonero e potrà rivenderlo ad un prezzo che gli analisti stimano intorno ai 400 milioni di euro. Ossia poco più della metà dei 740 milioni con cui i cinesi hanno comprato da Fininvest (520 milioni furono versati alla holding della famiglia Berlusconi, 220 milioni servirono ad accollarsi i debiti). A quel punto il Milan sarebbe di nuovo sul mercato, e tutti gli scenari potrebbero diventare improvvisamente plausibili.

 

Anche quelli, e la suggestione in queste settimane è tornata a circolare con insistenza sia in ambienti finanziari che sportivi, che porterebbero la società rossonera ancora sotto il controllo di Silvio Berlusconi. Di nuovo proprietario del Milan al termine di un’operazione che gli sarebbe valsa un guadagno di almeno 300 milioni di euro. Fantascienza? Forse. O forse no.

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