La vendetta di Di Francesco

L'allenatore della Roma non entusiasmava i tifosi (e Massimo D'Alema) per un curriculum considerato non all'altezza. Lui non se n'è curato, ha rivitalizzato la squadra e, con le vittorie, ha fatto cambiare idea a tutti 

6 Novembre 2017 alle 11:30

La vendetta di Di Francesco

Stia sereno, per una volta, Massimo D'Alema. Il giudizio affrettato su Eusebio Di Francesco non era stato soltanto suo, ma della quasi totalità dei tifosi della Roma. Certo, non era passato inosservato quello di chi ricopre - anche - il ruolo di presidente onorario del club giallorosso a Montecitorio, pur se la frase (“E' un allenatore esperto di salvezza”) era stata ovviamente smentita. Meglio: come al solito erano stati accusati i giornalisti di averla estrapolata dal contesto e di aver creato l'ambiente mediatico ideale per creare il caso. Un vero peccato, perché la risposta di Di Francesco l'avremmo voluta dare tutti: “Chiederò consigli a D'Alema, visto che un esperto di vittorie”. E le elezioni regionali in Sicilia sono soltanto l'ultima della serie.

 

Evidentemente l'allenatore della Roma non ha ascoltato i consiglio dello stratega democratico&progressista. Ha incassato le scuse ufficiali (“Giudizio affrettato”) e ha proseguito nel proprio lavoro, quello che a Roma era stato guardato con sufficienza fin dall'inizio. Perché Luciano Spalletti si sarà trasformato in un indesiderabile agli occhi della piazza a causa della gestione di Francesco Totti, ma sui risultati nessuno poteva contestarlo. Aveva ridato orgoglio alla squadra e una classifica da grande, da scudetto perfino se non ci fosse stata l'insaziabile Juventus di questi tempi. Certo, Di Francesco era uno di famiglia, quattro stagioni in giallorosso, lo scudetto (l'ultimo) del 2001 e un anno da team manager, una volta smesso di giocare. Da allenatore, però, aveva un curriculum che non eccitava tra club di seconda fila (Lanciano, Pescara e Lecce) ed esoneri. Però i cinque anni di Sassuolo avrebbero dovuto insegnare qualcosa. Perché non si porta per caso una società di provincia - sia pur ricca: comanda Giorgio Squinzi, il “signor” Mapei - per la prima volta in serie A, mantenendo la categoria e addirittura raggiungendo una qualificazione in Europa League. Proprio la passata stagione, quella in Europa, avrebbe dovuto rendere attenti. Le coppe sono infatti sempre state letali per le piccole società, che a fatica reggono il doppio impegno. Il Sassuolo non solo ha preso parte all'Europa League con qualche soddisfazione, ma si è anche salvato con serenità in Italia, pur senza allargare l'organico.

 

Perché Di Francesco è uno che sa lavorare con quelli che la società gli mette a disposizione. A volte senza neppure quelli, visti il nuovo infortunio di Karsdorp e le pene continue di Schick. Il tecnico ha lucidato a nuovo quanto aveva in casa, costruendo una serie mai vista di vittorie consecutive in trasferta (dodici, cinque sue che si sono aggiunte alle sette di Spalletti) con la miglior difesa del campionato (sette reti prese). Proprio in difesa Manolas è diventato un centrale di alto profilo, mentre a centrocampo Pellegrini sta dimostrando quanto il tecnico abbia avuto ragione a volerlo riportare in giallorosso dopo due anni insieme a Sassuolo. In attacco, poi, El Shaarawy è tornato il giocatore del primo formidabile anno al Milan mentre a Firenze la Roma ha vinto con due reti di Gerson, fino a domenica oggetto del mistero e rivitalizzato da Di Francesco. Oggi i giallorossi viaggiano dietro le grandi del campionato, con una partita da recuperare (contro la Sampdoria), mentre in Champions League si sono messi alle spalle Chelsea e Atletico Madrid in quello che si pensava un girone impossibile: sono squadre che non staranno benissimo in patria, ma sono sempre ritenute di un'altra dimensione. E il Sassuolo? Otto punti in 12 giornate, contro i 13 della passata stagione con Di Francesco in panchina, con organico pressoché immutato. Anche da questo si capisce quanto conti la mano di un allenatore.

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