Retrocessioni all’italiana

Il Pescara è la squadra simbolo della serie A e rende chiaro che, se non lo si sa portare, il campionato a 20 squadre è meglio evitarlo; Veltman un eroe incompreso

Retrocessioni all’italiana

“Perché a giugno non mi sono preso quel maledetto anno sabbatico?”, si chiedeva domenica Ranieri durante Swansea-Leicester (foto LaPresse)

Londra. Con un lungo articolo del collega italiano Paolo Bandini, ieri il Guardian affrontava la surreale situazione del Pescara in serie A: 9 punti dopo 24 giornate, 3 dei quali ottenuti a tavolino contro la farsa Sassuolo, 55 gol subiti e nemmeno una vittoria maturata sul campo. Continuando così non potrà che segnare il record negativo nella storia del campionato italiano. Sorseggiando brandy tendo a pensare, e pensando giungo a osservazioni di una banalità sconcertante: la terzultima della serie A, il Palermo, ha 5 punti in meno dell’ultima della Premier League e, a meno di improbabili suicidi e rinascite improvvise, da gennaio si sa già quali saranno le retrocesse di quest’anno, con un effetto pietoso sulle partite in cui queste tre squadre giocano ogni domenica (con corallari grotteschi tipo il posticipo Palermo-Crotone, visto forse dai soli parenti dei giocatori). E’ chiaro che, se non lo si sa portare, il campionato a 20 squadre è meglio evitarlo, o rischia di diventare come il Sei Nazioni di rugby, troppo affollato.


La modella slovacca Martina Stetiarova ha tre grandi passioni, tra cui il Milan e la cucina (foto da Instagram)


A tal proposito, confesso che per una volta non condivido quanto scritto dagli amici del Times, i quali dopo l’imbarazzante sconfitta dell’Italia contro l’Irlanda si sono chiesti: “Ma come fanno i tifosi italiani a seguire questa Nazionale?”. Bella domanda, ma l’amore non si processa. Semmai bisognerebbe chiedersi come faccia l’organizzazione del Sei Nazioni a tenere ancora dentro l’Italia, praticamente il Pescara delle nazionali di rugby. Problemi vostri, a me spiace per l’allenatore che ha la O’ come me nel cognome, mi godo l’Inghilterra che non ne perde una e festeggio almeno una cosa, da lettore obbligato dei giornali italiani: da tempo non leggo più i pipponi su quanto sia bello e genuino il rugby, altro che il mondo falso e patinato del calcio. Niente più elogi del terzo tempo e delle birre dopo la partita, basta panegirici sui valori veri che i rugbisti incarnerebbero (a differenza dei calciatori, of course) e su quanto tutto sia più vero ed educativo in questo sport. Non che tutto ciò sia falso, intendiamoci, soltanto noto – con un ruttino di compiacimento – come il rugby in Italia sia stato per qualche anno una moda retorica, un’altra scusa per sentirsi migliori senza sapere di che si stesse parlando, e come adesso sia finita. Quindi onore a quei pochi tifosi che ancora seguono la loro Nazionale, sperando che presto il Sei Nazioni non li costringa più a certe trasferte onerose e tristi.

Per fortuna di chi ha un instancabile bisogno di onestà per riscattare le angherie di questo tempo cinico e baro in giro ci sono ancora quelli come Joël Veltman, il giocatore dell’Ajax che ha fatto il gesto di fermarsi per agevolare i soccorsi di un compagno, ma era tutta una finta per distrarre il diretto avversario e dribblarlo sulla fascia. La Gazzetta, indignata, scrive che “più sleale non si può”, ed è già un paradosso nel paese dove si fanno i comploti fondati sulla suddistanza psicologica e gli arbitri danno interviste per rassicurare quelli che, al contrario, sostengono che il problema è di chi si lamenta (in altre parole, lo stupro è colpa della minigonna). Veltman è un furbastro che gioca allo sport perferito dai furbastri, e di fronte alle telecamere non ha detto “non avevo capito-vi posso spiegare tutto-la palla era in movimento-gli altri non sanno perdere”, ma si è limitato a dire la verità: sono stato scaltro. E la scaltrezza, anche quella di cattivo gusto, il calcio tende sempre a ricompensarla. E’ un concetto che in Italia la Juventus ha interiorizzato: mentre gli altri tendono a giustificarsi e a moralizzare, i bianconeri sgrossano angoli e ungono situazioni senza starci a pensare troppo. Anche questa è l’arte del calcio. Poi liberissimi tutti di cantare sugli spalti che la mamma di xy è in vetrina ad Amsterdam.

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