L'allenatore della Lazio Simone Inzaghi (foto LaPresse)

La rivalsa di Simone Inzaghi e i gesti di stizza dei sostituiti, Eder su tutti

Leo Lombardi
Messo in ombra dal fratello Pippo, l'ex attaccante ha ridato gioco e risultati alla Lazio, ora quarta in classifica. L'ultima giornata di serie A è stata anche quella delle sostituzioni non apprezzate. Sabato ha iniziato Lorenzo Insigne, domenica hanno continuato Carlos Bacca e l'attaccante dell'Inter.

C'è soltanto una cosa peggiore dell'essere “figlio di”. E' sentirsi ripetere di essere “fratello di”. I fratelli maggiori sono la rovina di quelli minori: il confronto scatta sempre, implacabile. In famiglia come nella scuola, nella vita come nello sport. Un dramma umano, poi, se il più grande è anche ritenuto il più bravo. Simone Inzaghi non se lo è risparmiato. Dura venire dopo Filippo. Stesso ruolo (centravanti), stesse caratteristiche (di rapina), tre anni di differenza. Pochi per poter marcare un proprio territorio, visto che il concorrente ci è appena passato. Così Simone è arrivato sempre dopo Pippo. Nel Piacenza, squadra di riferimento della natia San Nicolò. In una big, la Juventus per il più grande e la Lazio per il più piccolo. In Nazionale, con molte più presenze del primo rispetto al secondo. Differente pure la bacheca. Se Pippo espone un campionato del mondo, Champions League, coppe, scudetti e classifiche cannonieri, a Simone restano un titolo italiano nel 2000, tre Coppe Italia e una Supercoppa europea. Anche su una panchina è arrivato dopo. Ma, in questo caso, le gerarchie si sono ribaltate. Perché Pippo sembrava il predestinato nei piani del Milan. Berlusconi e Galliani se ne innamorano quando guida la Primavera, dicono di no all'amico Giorgio Squinzi quando lo reclama per il Sassuolo in crisi, gli affidano la prima squadra due estati fa. Il motto è “il Milan ai milanisti”, la realtà è molto meno affascinante, con un deludente decimo posto e l'addio anticipato. Simone, invece, sembrava quasi un indesiderato quest'estate, nonostante avesse ridato un'identità a una Lazio ereditata dall'esonerato Stefano Pioli. Se l'era cavata dignitosamente nel passaggio Primavera-prima squadra, eppure Claudio Lotito era affascinato da altre strade. Prima aveva sedotto e abbandonato Cesare Prandelli, tecnico convinto che una stretta di mano valesse più di un contratto da firmare. Quindi era stato sedotto e abbandonato da Marcelo Bielsa, tecnico convinto che un contratto già firmato valesse meno delle proprie visioni calcistiche. Risultato? Inzaghi junior strappato alla panchina della succursale Salernitana e riportato alla casa madre biancoceleste, dando pure l'impressione di non credere in lui fino in fondo. Impressione quanto mai sbagliata. Inzaghi ha restituito un gioco alla squadra e un'anima al gruppo. Per esempio, basti vedere la trasformazione di Keita e Felipe Anderson, anonimi ieri ed irresistibili oggi. Davanti aggiungete Ciro Immobile che viaggia a medie eccezionali (nove gol in undici partite) e il quarto posto è spiegato. Certo, Pippo è primo. Ma a Venezia, in Lega Pro.

 

L'ultima giornata di serie A è stata anche quella dei gesti di stizza. Nulla a che vedere con gli insulti rivolti da Graziano Pellè al ct Gian Piero Ventura al cambio contro la Spagna ma, comunque, atteggiamenti che non sono più patrimonio di chi va allo stadio ma diventano immediatamente di dominio pubblico grazie alla tv. Sabato sera Insigne non ha palesemente apprezzato la sostituzione contro la Juventus, domenica pomeriggio è stata la volta delle rimostranze di Bacca tolto contro il Pescara, in serata ha chiuso Eder, uscito parecchio contrariato dal campo della Sampdoria. Sarebbe bello immaginare che si sia trattato di un gesto più contro se stesso che contro il povero De Boer. Contro la scelta di aver lasciato a gennaio il gruppo blucerchiato, ingolosito dall'opportunità di poter (finalmente) intraprendere l'avventura in una grande squadra. Una scelta rivelatasi professionalmente disastrosa, perché il brasiliano naturalizzato italiano è passato, in brevissimo tempo, da uomo-copertina a gregario da panchina. Se nella Sampdoria era titolare e segnava, all'Inter è diventato riserva mentre i gol si sono sempre più diradati: appena due, e neppure decisivi. Gli era rimasta l'Italia come valvola di sfogo ma oggi l'assalto di attaccanti ritrovati come Immobile e di giovani leoni come Belotti rende arduo trovare spazio anche in azzurro. Non c'è la controprova, ma resta l'impressione che domenica sera, a maglie invertite, Eder avrebbe potuto essere un giocatore molto più felice.

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